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La campagna “The Real Economy” di Helena Norberg Hodge
“La terra vivente è la vera economia, tutto ciò di cui abbiamo bisogno proviene dalla terra.” Helena Norberg-Hodge — cofondatrice   L’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, nata il 10 gennaio 1946, è uno dei volti più importanti dell’antropologia economica contemporanea, nonchè tra le voci più critiche della società industriale di massa, della globalizzazione economica, del neoliberismo e del capitalismo finanziario. Scrittrice, documentarista, regista e attivista per la difesa dell’ambiente e delle culture locali, è tra le principali esponenti contemporanee dell’ecologia profonda, della decrescita e del movimento per la localizzazione dell’economia e dell’agricoltura. Famosa per le sue esperienze, dal 1975, con la popolazione nella regione himalayana del Ladakh (1), è fondatrice e direttrice di Local Futures, un’organizzazione senza scopo di lucro “dedicata alla rivitalizzazione della diversità culturale e biologica e al rafforzamento delle comunità e delle economie locali in tutto il mondo”. Nel 1991 è fondatrice del Global Ecovillage Network, la Rete Globale degli Ecovillaggi (GEN) e nel 1994 è co-fondatrice – insieme a Jerry Mander, Doug Tompkins, Vandana Shiva, Martin Khor e altri importanti volti dell’ecologismo – l’International Forum on Globalization (IFG). Molte sarebbero le cose da dire sulla Norberg Hodge, ma ciò che risulta più rilevante in tutti questi anni di attivismo – e che sta riscuotendo anche grande successo nel mondo – è la campagna The Real Economy avviata tra il 2024 e il 2025 insieme a Fatima Osman Abdalla e all’attore Gustav Skarsgård, in collaborazione con Local Futures e Fund Your Mother e We Don’t Have Time. L’iniziativa è nata per promuovere il passaggio da un’economia globalizzata a economie a misura d’uomo (localizzazione), spostando il potere dai grandi monopoli transnazionali alle comunità locali (economia reale). La campagna sostiene una “strategia di distacco” (breakaway strategy) per liberare le politiche pubbliche dalla dipendenza dal libero scambio e favorire la tutela dell’ambiente e il benessere sociale. Un progetto lungimirante e determinato a cambiare il mondo in nome della localizzazione con un programma politico-etico estremamente affascinante in nome dell’ecopacifismo, dell’agroecologia, dell’ecologia profonda e dell’opposizione alla perversione della società della crescita economica. “Questo sistema – basato su una crescita economica in continua espansione e sul commercio globale – concentra la ricchezza nelle mani di grandi imprese e banche, impoverendo la maggioranza della popolazione; inquina l’aria, il suolo e l’acqua; danneggia i nostri figli; e alimenta i conflitti sia all’interno che tra le nazioni.” – si legge sul sito della campagna. La campagna critica fortemente “l’ingiustizia di una burocrazia eccessiva e di tasse elevate a livello locale e regionale” che stritolano le comunità locali: “È urgente un cambiamento di politica: dobbiamo modificare i sussidi, le tasse e le normative che attualmente sostengono le multinazionali, in modo da rafforzare invece le piccole imprese locali e nazionali. Le decisioni su terra, denaro e risorse dovrebbero spettare alle comunità interessate, non a lontani consigli di amministrazione e multinazionali.” Per questo, secondo la campagna, “dobbiamo tornare all’economia reale. Un modo per farlo è rafforzare le economie locali. Localizzazione significa maggiore occupazione, riduzione degli sprechi e dell’inquinamento, comunità più forti e sane e istituzioni più responsabili. La buona notizia è che un cambiamento verso il locale è già in atto, guidato da migliaia di mercati contadini, alleanze di imprese locali e banche di comunità.” L’economia reale si deve basare su tre punti importanti: * Relazione, Considerarci parte di una rete vitale, non separati da essa. * Responsabilità, Rendere visibile il nostro impatto sulle persone e sul territorio, e assumerci la responsabilità di esso. * Localizzazione, Trasferire il potere dalle sale riunioni lontane alle comunità locali, dove le decisioni su terra, denaro e risorse appartengono alle comunità interessate. Punti centrali che anticipano un programma di azione politica radicale: * Disinvestire dalle industrie distruttive. In tutto il mondo, le istituzioni sono alla ricerca del massimo rendimento possibile su trilioni di dollari di investimenti. Ciò significa che banche, fondi pensione, patrimoni universitari e portafogli di enti governativi statali e locali investono massicciamente nei settori dei combustibili fossili, del nucleare e della difesa, nonché nella deforestazione, nell’accaparramento di terre, nei prestiti predatori e in altre attività distruttive. Fare tutto il possibile per convincere governi e istituzioni a smettere di finanziare la distruzione del pianeta è un importante atto di resistenza. * Spostare i sussidi dal livello globale a quello locale. I sussidi – ovvero le spese pubbliche a sostegno di particolari settori o imprese – svolgono un ruolo fondamentale nel plasmare il nostro mondo, a livello economico, politico e ambientale. Purtroppo, la stragrande maggioranza dei sussidi odierni serve ad accrescere il potere delle grandi aziende, a scapito delle economie locali, all’omogeneizzazione delle culture e al degrado ambientale. Modificare l’attuale sistema di sussidi – privilegiando le piccole imprese locali rispetto alle grandi multinazionali – contribuirebbe in modo significativo a risolvere le nostre molteplici crisi. * Resistere al potere delle multinazionali. Le grandi multinazionali continuano ad accumulare potere e ricchezza, minando ulteriormente la sovranità e l’identità delle comunità, sfruttando i lavoratori e l’ambiente e portando la disuguaglianza a livelli osceni. Per costruire economie locali sostenibili, eque e giuste, dobbiamo affrontare di petto il potere delle multinazionali. * Opporsi agli accordi di “libero scambio”. Il libero scambio è un’espressione sintetica per indicare il processo di rimozione delle regolamentazioni governative sul commercio e sugli investimenti delle imprese, “liberando” così le multinazionali e le banche globali, consentendo loro di operare e realizzare profitti oltre confine. Il libero scambio è alimentato da trattati commerciali e di investimento, istituzioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e un sistema di tribunali arbitrali che, di fatto, concedono più diritti alle imprese che ai cittadini o ai loro governi. Il libero scambio è uno dei principali motori della globalizzazione aziendale e della concentrazione del potere, nonché una delle minacce più gravi per la democrazia e le economie locali. Per raggiungere una localizzazione resiliente ed equa, dobbiamo impegnarci per smantellare il regime del libero scambio e riscrivere le regole internazionali al fine di proteggere le economie, le culture e l’ambiente locali. * Opporsi agli accordi ISDS. I meccanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e stati (ISDS) rappresentano un sistema giudiziario privato globale in cui le aziende possono citare in giudizio i governi per leggi o regolamenti che potrebbero ridurre i loro profitti. Le sentenze ISDS possono obbligare i governi a pagare ingenti sanzioni e risarcimenti alle aziende semplicemente per aver emanato leggi volte a proteggere i cittadini o l’ambiente. Questo non solo concede di fatto alle aziende più diritti dei governi, ma rappresenta anche un attacco ai processi decisionali e normativi democratici a livello locale e ha già avuto un effetto dissuasivo sull’emanazione di leggi di interesse pubblico. * Impedire alle grandi banche di finanziare la distruzione ambientale. Le banche sono fin troppo disposte a finanziare progetti che causano danni irreparabili all’ambiente e alle comunità umane, purché il ritorno finanziario sia sufficientemente elevato. È importante far luce su questi legami e opporsi ai prestiti bancari distruttivi. * Promuovere alternative al PIL. I paesi di tutto il mondo sono ossessionati dalla crescita economica misurata dal Prodotto Interno Lordo (PIL), ma questo indicatore considera la distruzione e il collasso come elementi positivi, purché generino scambi economici, e ignora le qualità ecologiche e sociali fondamentali che rendono la vita possibile e significativa. Con il mondo afflitto da molteplici crisi interconnesse, è evidente che l’ossessione per la crescita misurata dal PIL rasenta la follia. È tempo di abbandonare la crescita fine a se stessa e di passare a modelli che riflettano e promuovano meglio il benessere umano ed ecologico. Molti potrebbero definire utopico, rivoluzionario, fantasioso il programma della Campagna The Real Economy, ma in realtà si tratta del tentativo di riportare la politica al centro delle azioni umane come arte dell’immaginazione di un futuro migliore e non come riduzione a mera governance. Localizzare l’economia e renderla “reale”, rispetto alle logiche “astratte” della finanza internazionale delle corporations, non è fantasia: “se i milioni di persone che lavorano per creare un mondo migliore – dalla protezione delle foreste pluviali al sostentamento dei senzatetto – affrontassero anche le cause economiche profonde di questi problemi, allora il movimento per il cambiamento economico crescerebbe rapidamente e un futuro migliore sarebbe a portata di mano.” Il tutto accompagnato dalla concretezza di questa proposta in quanto è stata appositamente redatta una guida sul come attivarsi per mettere in atto ogni punto della campagna (leggere “Actions” sul sito della campagna). Come ricorda però l’incipit della campagna, per attuare l’economia reale ritornando alla Terra dobbiamo smantellare le narrazioni obsolete che sono alla base del nostro sistema economico globale: “Crediamo che uno degli aspetti più rilevanti della società che ci separa da un mondo più pacifico e giusto siano le idee che sono alla base del nostro sistema economico globale.” Come ha scritto Helena Norberg Hodge: «Dai mercati contadini alle cooperative di produttori e consumatori, dalle alleanze tra imprese locali ai sistemi di finanziamento comunitario, le persone stanno ricostruendo dalle fondamenta il tessuto dell’interdipendenza locale. Spinte dal buon senso e da un’intuizione sincera, stanno trovando modi innovativi per uscire dalla frenesia del consumismo e vivere una vita locale a misura d’uomo.»   (1) Ladakh (chiamato il “Piccolo Tibet”), una regione remota sull’altopiano tibetano a confine tra Tibet, India, Cina e Pakistan che, sebbene sia parte dell’India, ha più in comune culturalmente con il Tibet.   Per informazioni: https://www.helenanorberghodge.com/ https://www.localfutures.org/wp-content/uploads/NY-Times-Helena-Norberg-Hodge-Profile-1.pdf https://www.therealeconomy.earth/ https://www.localfutures.org/wp-content/uploads/We-Believe-in-the-Real-Economy-22-April-2026.pdf https://actionguide.localfutures.org/actions/promote-alternatives-to-gdp https://re-generation.cc/en/longread/helena-norberg-hodge/ Lorenzo Poli
June 3, 2026
Pressenza
Il mondo va male: ecco il documento dell’Onu che invita alla post-crescita
Olivier De Schutter è un cattedratico belga, ma non solo. Egli è infatti anche relatore delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani. Ma chi pensa che svolga questo ruolo asetticamente, senza andare al fondo del problema, si sbaglia di grosso. Queste le sue parole nel 2024, quando presentò al Consiglio dei Diritti Umani “Eradicating poverty beyond growth” (da cui il libro La povertà della crescita): “Per quasi sei anni, le Nazioni Unite mi hanno affidato il compito di riferire sulle soluzioni più promettenti al mondo per sradicare la povertà… La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta. E l’eliminazione della povertà non può continuare a essere utilizzata come scusa per perseguire un PIL in costante aumento, quando questa ricerca, al contrario, spinge le persone verso lavori mal retribuiti e spesso pericolosi per soddisfare le esigenze dell’élite… Dobbiamo respingere il mito secondo cui la crescita economica equivale al progresso umano. Anche se questo può sembrare un pensiero radicale, dopo quasi un secolo in cui ci è stato detto che tutto ciò che conta è la velocità con cui cresce l’economia, sono ottimista sul fatto che presto diventerà l’opinione dominante. Perché il pianeta, e i suoi abitanti, non sopravviveranno senza di esso…Oggi posso affermare con certezza che, nonostante ciò che politici, economisti, esperti di sviluppo e persino le istituzioni delle Nazioni Unite ci hanno indotto a credere, la risposta non è semplicemente stimolare la crescita economica”. Ed è proprio sulle basi di questo rapporto che il 22 aprile scorso a Ginevra, è stata presentata la Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report ponderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle ONG e della società civile) approntato sempre da Oliver De Schutter. In pratica, cosa afferma il documento? Che la crescita economica sta portando sempre più ad un concentramento di ricchezze in poche mani (“Viviamo su un pianeta che non è mai stato così ricco. Nel 2024 i miliardari hanno visto crescere le loro fortune in media di 2 milioni di dollari al giorno e si prevede entro un decennio ci saranno cinque trilionari”) e, nel contempo, ad una sempre più ampia fetta di persone nel mondo che vivono nella miseria. C’è dunque qualcosa di profondamente sbagliato ed anche immorale nella crescita, ma nello stesso concetto di crescita, perché crea miseria ed impoverisce la Terra (“La ricerca di una crescita economica perpetua è incompatibile con la vita su questo pianeta”). Ciò detto, il documento indica un percorso da adottare da parte delle nazioni del mondo, una “roadmap” appunto, e, anche se non arriva ad indicare la decrescita come soluzione ai mali, ha il coraggio di riconoscere che la crescita, questa crescita, l’unica che conosciamo, è un male, che un Pil che equipara la produzione di un’arma alla realizzazione di un alloggio per bisognosi è una mostruosità, che occorre in buona sostanza passare alla fase della post-crescita. Nonostante la portata che potremmo definire “rivoluzionaria” del documento (o forse proprio per questo), esso non ha avuto eco sui media di regime. Che, invece, in direzione del tutto opposta (“ostinata e contraria”) ci raccontano ad esempio che la Germania destinerà nei prossimi anni mille miliardi di euro in armi, in modo da diventare la corazzata bellicista d’Europa (ora che l’industria automobilistica non tira più). Sarà dura, molto dura abbandonare il paradigma della crescita… prima che giustamente ci estinguiamo. Con la crescita, la via appare segnata. Fabio Balocco
May 27, 2026
Pressenza
Dall’immigrazione il 9% del PIL
Le analisi del Rapporto annuale 2025 sull’economia dell’immigrazione, curato dalla Fondazione Leone Moressa (ed. Il Mulino), evidenzia come l’agricoltura e l’edilizia siano settori con maggiore incidenza e come il fabbisogno di manodopera sia in aumento a causa del calo demografico. Gli stranieri residenti in Italia nel 2024 sono 5,3 milioni (8,9% della popolazione totale), ma si arriva a 6,7 milioni (11,3%) considerando i nati all’estero. Questo divario deriva essenzialmente dalle acquisizioni di cittadinanza italiana, oltre 200 mila all’anno. La popolazione con background migratorio continua a dare un contributo positivo alla demografia italiana con un tasso di natalità più alto (9,9 nati ogni mille abitanti tra gli stranieri, 6,1 tra gli italiani) e un tasso di mortalità più basso (2,1 / 12,3 per mille). Nel 2023, ad esempio, gli italiani sono diminuiti di 385 mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di 375 mila. Tra gli stranieri, solo il 6% ha più di 64 anni, mentre tra gli italiani questa componente arriva al 26%. Gli occupati stranieri sono 2,51 milioni (10,5%) ma, anche in questo caso, si sale a 3,65 milioni considerando il Paese di nascita (15,2%). E producono 177 miliardi di Valore Aggiunto, dando un contributo al PIL pari al 9%, con picchi del 18,0% in agricoltura e del 16,4% nelle costruzioni. Il Rapporto sottolinea come le dinamiche demografiche in corso determinino inevitabilmente una crescente richiesta di manodopera dall’estero. Secondo le previsioni Unioncamere – Excelsior, nel quinquennio 2024-2028 le imprese italiane avranno bisogno di 3 milioni di nuovi occupati (esclusa P.A.), di cui 640 mila immigrati (21,3%). Il fabbisogno di manodopera in Italia dipenderà per l’80% dal ricambio legato ai pensionamenti e solo per il 20% alla crescita economica. Nelle regioni del Centro-Nord la percentuale di immigrati sul fabbisogno totale supera il 25%, con punte del 31% in Toscana e Trentino Alto Adige. Crescono anche gli imprenditori immigrati: 787 mila nel 2024 (10,6% del totale). In dieci anni (2014-24), gli immigrati sono cresciuti (+24,4%), mentre gli italiani sono diminuiti (-5,7%). Incidenza più alta al Centro-Nord e nei settori di costruzioni, commercio e ristorazione. Oltre a dare un contributo demografico ed economico nei Paesi di destinazione, i migranti contribuiscono allo sviluppo dei Paesi d’origine, anche attraverso l’invio di denaro. Nel 2024 gli immigrati in Italia hanno inviato 8,3 miliardi di euro a sostegno delle famiglie nei paesi d’origine, pari a circa 130 euro pro-capite al mese. Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, “L’invio di denaro verso i Paesi d’origine è uno degli strumenti attraverso cui i migranti sostengono i mezzi di sussistenza, rafforzano le economie e contribuiscono direttamente al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). I dati evidenziano una forte diversità tra i diversi Paesi di destinazione, con una vitalità maggiore tra le comunità asiatiche. Rilevante il peso dei flussi “invisibili”, favoriti dai viaggi verso i Paesi vicini e dai nuovi strumenti digitali”. Tra le prime 20 comunità straniere presenti in Italia, i valori pro-capite massimi si registrano tra i cittadini del Bangladesh (604 euro mensili pro-capite). Anche Pakistan e Filippine registrano valori superiori a 300 euro mensili pro-capite. Sotto la media, invece, i Paesi più vicini come quelli del Nordafrica e dell’Est Europa, in cui è ipotizzabile un peso significativo delle cosiddette rimesse “invisibili”. Oltre un quinto delle rimesse parte dalla Lombardia (1,8 miliardi). La seconda regione è il Lazio, con 1,3 miliardi. Segue l’Emilia-Romagna, con quasi 830 milioni inviati nel 2024. A livello di singole province, Roma supera il miliardo di euro inviato nel 2024; segue Milano, con 911 milioni. Quasi un quarto di tutte le rimesse italiane parte da queste due città. Seguono Napoli e Torino, rispettivamente con 424 e 266 milioni di euro. Resta basso l’impatto sulla spesa pubblica. I contribuenti immigrati in Italia sono 4,9 milioni (11,5% del totale) e nel 2024 hanno dichiarato redditi per 80,4 miliardi di euro e versato 11,6 miliardi di Irpef. Rimane alto il differenziale di reddito pro-capite tra italiani e immigrati (quasi 9 mila euro annui di differenza), conseguenza diretta della struttura occupazionale. Insomma, il contributo fiscale è comunque positivo: gli immigrati, principalmente in età lavorativa, incidono poco sulla spesa pubblica (3%). Inoltre, confrontando le entrate per lo Stato (gettito fiscale e contributivo) con la spesa pubblica per i servizi di welfare, il saldo per la componente immigrata è positivo (+1,2 miliardi di euro): gli immigrati, prevalentemente in età lavorativa, hanno infatti un basso impatto sulle principali voci di spesa pubblica come sanità e pensioni. Qui il briefing OIM a cura della Fondazione Leone Moressa sul contributo dei migranti al settore primario in Italia: https://italy.iom.int/sites/g/files/tmzbdl1096/files/documents/2026-04/research-brief-flm-italian.pdf.     Giovanni Caprio
May 21, 2026
Pressenza
Libertà di essere o libertà di avere? Intervista a Gloria Germani
Pil e crescita economica corrispondono a felicità e a benessere? La nuova economia di rapina ha  portato solo un’illusione di benessere permettendo ai governanti di tenere sotto scacco la popolazione attraverso il ricatto del lavoro, facendo leva sulla paura attraverso la perdita delle nostre comodità, ovvero la comfort-zone del consumismo, promettendo più sicurezza e “libertà”. Ma di quale libertà si parla? Di essere o di avere? Di cooperare o di competere? Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte di Navdanya International e dell’Associazione Ecofilosofica. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Già attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Esponente del pensiero della decrescita, le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha lavorato per oltre trenta anni nell’ambito dei media e dell’audiovisivo. Ha viaggiato molto in Asia ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, a cui ha dedicato 3 monografie. L’’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente” è uscita nel 2024 nel ventennale della morte. Oggi la parola libertà è abusata nelle nostre opulente, capitaliste e consumiste società occidentali. Il filosofo conservatore colombiano Nicolás Gómez Dávila affermava che «La libertà a cui aspira l’uomo moderno non è quella dell’uomo libero, ma quella dello schiavo nel giorno di ferie». Ma anche il regista Silvano Agosti, afferma [1]: “Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.” Cosa è la libertà oggi e cosa invece dovrebbe essere? Senz’altro l’idea di libertà è stato uno degli araldi dell’epoca moderna: Libertè, Egalité, Fraternitè era il motto della rivoluzione francese del 1789, ma è oggi  totalmente fraintesa. Sono giustissime le definizioni date da Davila e da Agosti. Si è liberi di scegliere tra tanti optional ma di fatto si è chiusi in  un mondo incredibilmente circoscritto dove si è costretti a vendere il proprio tempo per  guadagnare  un salario e permettersi qualche piccolo svago che  faccia dimenticare la noia della routine  del produci-compra –crepa. Anche Tiziano Terzani  si è soffermato  su questo tema con parole molto forti, la  libertà non è la  per lui la libertà di scegliere, ma la liberta di essere. “Io lo continuo a ripetere: non siamo mai stati così poco liberi, pur nell’apparente, enorme libertà di comprare, di scopare, di scegliere tra vari dentifrici, tra 40.000 automobili, tra televisioni e  telefonini che guardano, che fanno anche le fotografie! Perché  non c’è più libertà. La libertà di diventare, o meglio, di essere quello che sei. Perché tutto è già previsto, tutto incanalato. E uscirne non è facile. Ed è una grande battaglia. Ma questa è,  secondo me, la  grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vita, la battaglia verso una forma di spiritualità – la politica è fuori perché non ha soluzioni – la puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere”.[2] L’uomo moderno, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, diventando un perfetto “schiavo moderno del tempo e del lavoro”. Questa visione si sposa con il libro di Serge Latouche Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto… Questo piccolo libro di Latouche del  2023 è molto bello ed incisivo. Cambiare l’attuale  maniera di lavorare è  per il pensatore francese la condizione indispensabile  per uscire  da quell’economia moderna  che anche Terzani  individua come problema. Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36) [4]. Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che ci ha formattato da uno o due secoli. E’ stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Vandana Shiva ha più volte dichiarato, parlando dell’India, che quando utilizziamo gli “indicatori reali”, come la salute dei nostri bambini, e delle nostre donne, i dati reali sulla qualità del cibo, sulla qualità e la quantità dell’acqua – si scopre che non c’è mai stato un livello come quello attuale di povertà causato dalla globalizzazione. Oggi più aumenta il PIL e la Natura diventa un “prodotto della mercificazione”; più cresciamo economicamente, più aumentano i “beni materiali”, ma sempre più scarseggiano i “beni relazionali”… Nell’era moderna, l’intersezione tra scienza, economia (industria e finanza) e “illusione di benessere” sta diventando sempre più evidente. Questo sistema ci porta “naturalmente” a credere che la crescita economica sia un fenomeno inarrestabile ed un caposaldo indiscutibile. Sicuramente l’attivista e fisica indiana Vandana Shiva è una delle grandi pensatrici del nostro tempo, in grado di  indicarci vie radicalmente diverse. Trovai per caso il suo libro dell’1988, Sopravvivere  allo sviluppo e ne rimasi affascinata fino a incontrarla molte volte personalmente in Toscana. Nel suo libro recente Dall’avidità alla Cura, offre un analisi magistrale del ribaltamento avvenuto negli ultimi due secoli. Cresciuta tra le foreste alle pendici dell’Himalaya, da giovanissima, negli anni 70, si mise a capo del movimento Chipko: donne indiane che abbracciavano gli alberi per impedire ai buldozzer di deforestare. Vandana ha percepito in maniera nettissima come il sistema economico moderno sia, prima di tutto, un artificio intellettuale che distrugge la vita pulsante ed interconnessa di piante, animali, uomini e di tutta l’ecosfera per considerarla materia morta e trarne profitto. Per questo motivo critica radicalmente l’industrializzazione dell’agricoltura come una catastrofe economica, ecologica, sociale, culturale ed ambientale. Per Vandana Shiva l’industria agro-chimica è una “guerra alla vita” che si manifesta nell’ecoimperialismo, nell’ecoapartheid, nella biopirateria, nei brevetti dei semi, dei vecchi e dei nuovi Ogm. Con un gruppo di personalità di spicco, tra cui Fritjof Capra, Shiva redasse il bellissimo Manifesto del futuro dei sistemi di conoscenza nel quale parla chiaramente di una rottura antropologica, sostenendo che l’attuale immaginario economico è radicato nella “guerra alla natura”: sia quella fuori, sia quella dentro di noi. Se questo sistema genera sempre più disuguaglianze socio-economiche, mercifica, consuma e spreca tanto, vuol dire che il PIL non è una misura di “benessere” ma di “benavere”. Il “benavere” dipende solo da “ricchezza materiale consumata”, mentre il “benessere” dipende solo dalla “ricchezza sociale” e dai “beni relazionali”: come può il PIL misurare il nostro grado di felicità? Forse – come dice Latouche – per decenni abbiamo confuso il benessere con il benavere, collassando in una profonda illusione. Se il “benavere” è sempre per pochi, il “benessere” è solo un mito a cui ambire nelle nostre società consumiste e rimane un moto regolatore a cui ambisce trasversalmente ogni essere umano di ogni classe sociale. Il fisico quantistico Emilio Del Giudice sottolineava che le logiche della competizione economica sono diametralmente opposte alle leggi della biologia, fondate sulle cooperazione. Un’idea che mette in discussione anche tutto il darwinismo sociale ed avalla le teorie del microbiologo e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka. Qual è la differenza sostanziale tra competizione e cooperazione? E’ importante citare il brillante e umanamente trascinante fisico Emilio Del Giudice. Con i suoi studi ci  ha insegnato che la rivoluzione quantistica della fisica consiste nella caduta del principio galileiano d’isolamento dei corpi. La realtà fisica è più simile ad un’onda infinitamente estesa nello spazio-tempo, con una “fase” di oscillazione, che ne permette la “risonanza” con altri campi. Ciò è molto importante perché l’attuale sistema scientifico –industriale vive nell’illusione dell’isolamento dei corpi.  Del Giudice ha espresso il punto di vista della fisica quantistica connessa alla società moderna, in un passo molto calzante, che è diventato molto famoso: “La società attuale si è costruita con sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia. Sono piuttosto le leggi assai diverse dell’economia. La legge della biologia richiede la cooperazione, la legge dell’economia richiede competizione. Quindi in questo senso, l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, che genera patologia, che genera malattia. La specie umana per formarsi ha bisogno che i suoi componenti risuonino tra loro. Lo possono fare? No. Ci insegnano che il principio della saggezza in economia è la competizione. La competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio a risuonare con uno se devo stare attento che non mi faccia fuori? È evidente che non posso. Come faccio a risuonare con quello, se devo competere con lui, se devo dimostrare che sono più bravo di lui, perché il posto o ce l’ho io o ce l’ha, ma non tutti e due insieme? Quindi finché esiste un regime fondato sulla competizione degli essere umani il problema della salute e della felicità non potrà mai essere risolto. Gli psichiatri potranno dar fondo a tutte le loro esperienze, fare sedute ad oltranza ed altro, però i risultati saranno transitori”[3]. Ovviamente queste scoperte quantistiche sono molto più in sintonia con l’approccio per cui è diventato famoso Fukuoka con il suo libro La rivoluzione del filo di paglia. Fukuoka era giapponese e quindi la sua cultura era formata dal Buddismo Zen dove ha un ruolo importante il concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”. Per lo Zen l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia “senza agire”, lasciando libero il campo coltivato, non interferendo nella complessa simbiosi che si crea e non mettendola in competizione con agenti esterni: cosa che avviene invece con i sistemi usati in tutta l’agricoltura industriale, ovvero arature e pesticidi. Il segreto è la cooperazione, non la competizione. Il sistema moderno sta distruggendo ciò che rimane della Natura, delle nostre democrazie e ciò che rimane di quei Paesi – denominati “poveri” – che vivevano di economie di sussistenza e che ora sono definiti “Paesi emergenti”. La speranza del terzomondismo era quella che il Sud del Mondo potesse essere la risposta sobria e semplice all’opulenza occidentale. I BRICS riusciranno a far fronte al modello capitalistico-industriale globalizzato invertendo la rotta, o sono già in pericolo? Sicuramente sono in pericolo. Non c’è dubbio che il modello capitalistico-industriale- globalizzato è molto intrigante, con la sua idea di libertà – ma, come dicevano prima, essa è sostanzialmente falsa. Inoltre non possiamo ignorare l’enorme impatto del colonialismo sul cosiddetto “terzo mondo” o Sud del Mondo che è stato violentemente sfruttato dalle potenze coloniali europee per vari secoli. Ora India, Cina, intendono far vedere di cosa sono capaci e il loro alti PIL testimoniano quanto siano riusciti a uguagliare o superare l’Occidente sul piano materiale, tecnico e dello sviluppo economico. Però questo modello è sbagliato e lo è dal punto di vista ecologico (l’ecosfera non sopporta l’inquinamento dovuto ai combustibili fossili di tutti i continenti) ma anche dal punto di vista esistenziale e di senso. Ci sono studiosi come Pino Arlacchi che sottolineano che il modello cinese è diverso da quello  capitalistico occidentale e migliore (La Cina spigata all’Occidente,2025) e senza dubbio si sono significative differenze. Tuttavia non ci sono dubbi che questa antichissime civiltà di oltre 5000 anni abbiano abbandonato le loro concezioni di vita e di società per seguire il modello cartesiano-newtoniano delle società industriali. Io credo che di fondo i due modelli non siano conciliabili e alla fine delle considerazioni gli antichi modelli cinesi e indiani portassero più benessere alle persone (anche la loro antichità lo dimostra). Questa mia posizione non è così anomala, perché infondo era quella di Gandhi, di Tolstoj, di Thoreau. Il problema, continuo a ripetere, sono i Media, perché finché questi grandi megafoni  continueranno a ripetere che quella Occidentale Moderna à la civiltà superiore, le possibilità di imboccare nuovi sentieri anche da parte dei BRICS saranno poche. Le alternative politiche ed economiche da abbracciare per “un altro mondo possibile” sono infinite. “Pensare globale, agire locale” è stato il motto dei movimenti altermondisti ed ecologisti di Seattle e del G8 di Genova. Oggi i movimenti non usano più questo motto. Si può applicare la decrescita come soluzione possibile per il benessere di tutti e della Natura? Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele, Gandhi oppure Murray Bookchin, fondatore del comunalismo (p.29) [4]. La mia maestra, l’ecologista svedese Helena Norberg-Hodge, da anni parla della necessità di localizzare l’economia ripartendo dalla riconnessione con la Natura attraverso una economia reale: argomento su cui ha lanciato una campagna (The Real Economy) che sta avendo molto successo. Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Al contrario, il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber, Airbnb e Delivero fomentano la strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade nel pantano del mondo-merce. Scrive Latouche: “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73)[4] . Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare una uscita della società del lavoro, della crescita, della speculazione e dell’avidità verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77)[4]. Solo il recupero della cura, dell’attenzione, dell’intuizione tipiche del femminile, possono condurci alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è il vero obiettivo del progetto della decrescita.   [1] “Il discorso tipico dello schiavo” è una splendida e “spietata” analisi del 2009 – di Silvano Agosti con Fabio Volo come intervistatore – sulle attuali condizioni lavorative dell’uomo di oggi. Si tratta di una disamina verbale che descrive molto bene l’uomo moderno che, al di là degli slogan di una civiltà ormai ritenuta “libera”, è comunque “costretto” a vivere in condizioni di lavoro e di vita che gli tolgono non solo la dignità, ma anche il tempo di vivere, dei perfetti “schiavi moderni del tempo e del lavoro”. https://www.youtube.com/watch?v=KysoOofHmi8 [2] T. Terzani, La fine è il mio inizio, cit., p. 400  intergrato con brani  registrati del dialogo tra Terzani e Folco andati in onda su Rai 3, nel luglio del 2006.Cfr. G.Germani, Tiziano Terzani la forza della verità,  Punto di Incontro  2015. [3] Intervento di E. Del Giudice al convegno del 2014 su Biologia e Fisica quantistica (online: www.youtube.com/watch?v=cz7NkgLJxC8). https://digital-content-producer.webador.it/blog/1432030_il-pensiero-del-fisico-emilio-del-giudice-competizione-economica-e-benessere-umano [4] Serge Latouche, Lavora meno, lavorare diversamente, o non lavorare affatto, Bollati Boringhieri, 2023 Lorenzo Poli
May 11, 2026
Pressenza
Il declino dei conti pubblici italiani
Ci sono due numeri (recentemente indicati dall’ISTAT) che in modo chiaro mostrano come i conti pubblici italiani stiano peggiorando. Nel 2025 in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL) la pressione fiscale è salita al 43,1% (nel 2024 era al 42,5% e nel 2023 al 41,5%) e il debito pubblico è arrivato al 137,1% (nel 2024 era al 134,7%). In sintesi, c’è stato un aumento sia delle tasse sia del debito delle amministrazioni pubbliche. A conferma che la situazione finanziaria italiana non è positiva è anche il dato del 3,1% del rapporto deficit/PIL nel 2025. I patti dell’Unione Europea prevedono che non venga superato il 3% e di conseguenza per l’Italia resta aperta la procedura di infrazione delle regole europee. Guardando all’anno in corso e al prossimo, le prospettive sembrano ancora peggiori. Le previsioni segnalano un PIL in rallentamento o in calo. Non solo: nel 2026 l’Europa chiuderà il rubinetto del PNRR (oltre 200 miliardi di euro), che dalla pandemia ad oggi ha consentito un segno più davanti al dato del PIL. Il rischio è che senza la spinta del PNRR i prossimi PIL riportino un segno meno, che significherebbe recessione. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI) dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico dei Paesi dell’Euro in relazione al PIL. Il grafico è impietoso: l’Italia in percentuale spende più di tutti gli altri Paesi. Facile comprendere perché il debito pubblico sia aumentato. Ci sono anche molte questioni di dettaglio che hanno contribuito a questo evidente declino. Ad esempio: la recente riforma della Corte dei Conti che ha limitato fortemente le risorse recuperabili del danno erariale per colpa grave, il mancato adeguamento all’inflazione dei tetti degli scaglioni IRPEF che ha aumentato le imposte a quattro milioni tra lavoratori e pensionati, la diminuzione dell’aliquota IRPEF per i ceti più abbienti che di fatto ha incrementato il debito pubblico di quasi 3 miliardi di euro, la flat tax per i lavoratori autonomi fino a 85 mila euro che ha sottratto significative risorse alle entrate, la mancata apertura alla concorrenza per gli stabilimenti balneari che ha favorito i profitti degli operatori privati a scapito dell’interesse pubblico. È appena il caso di ricordare che nel programma di governo presentato al Parlamento nel 2022 è stato indicato l’obiettivo di “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie attraverso una riforma all’insegna dell’equità”. Mentre a proposito della riduzione del debito è stato scritto che “la strada maestra, l’unica possibile, è la crescita economica, duratura e strutturale”. Entro il prossimo 10 aprile il governo dovrà presentare al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF). Sarà interessante verificare quali sono le previsioni per il 2026 e per gli anni a venire. E soprattutto capire dove il governo pensa di trovare le risorse per evitare ulteriori aumenti del deficit/debito pubblico e della pressione fiscale. Dato che al massimo la legislatura durerà ancora per un anno, c’è il rischio che per ragioni elettorali si cerchi di minimizzare i risultati negativi dei conti pubblici, facendo finta che tutto stia andando bene e che in qualche modo i problemi verranno risolti. Nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa sotto la sabbia. Sarebbe un comportamento irresponsabile. Rocco Artifoni
April 2, 2026
Pressenza
Conti Istat per l’estate: aumenta il carrello della spesa, fatica il PIL e la fiducia dei consumatori
A pochi giorni da quando, al meeting di Comunione e Liberazione, Giorgia Meloni si è fregiata degli straordinari risultati economici del suo governo (già più volte ridimensionati, sia su questo giornale che da vari analisti), l’Istat pubblica una serie di dati che permettono di fare il punto della situazione alla […] L'articolo Conti Istat per l’estate: aumenta il carrello della spesa, fatica il PIL e la fiducia dei consumatori su Contropiano.
September 1, 2025
Contropiano
Nel Venezuela di Maduro il Pil in aumento del 7,71%, per il 17° trimestre consecutivo
L’economia del Venezuela sembra vivere una stagione di rinnovato slancio, con numeri che portano il paese sudamericano ai livelli di crescita più alti del continente americano. Nel primo semestre del 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) è aumentato del 7,71%, segnando il diciassettesimo trimestre consecutivo di espansione. L’annuncio, fatto dal […] L'articolo Nel Venezuela di Maduro il Pil in aumento del 7,71%, per il 17° trimestre consecutivo su Contropiano.
August 11, 2025
Contropiano