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«Si sono rifiutati di chiamare un’ambulanza». La morte di Mukter Hossain nel campo di Lipa
Collective Aid, Medical Solidarity International e No Name Kitchen denunciano quanto accaduto nel Centro di accoglienza temporanea (Temporary Reception Centre – TRC) di Lipa, in Bosnia-Erzegovina. Secondo le tre organizzazioni impegnate da anni nella solidarietà attiva lungo la Rotta balcanica, la morte di Mukter Hossain, 41 anni, cittadino del Bangladesh, avvenuta il 23 novembre, è il risultato di un rifiuto deliberato di fornire assistenza medica salvavita. L’uomo era rientrato a Lipa il 20 novembre, dopo essere stato respinto illegalmente dalla Croazia mentre tentava di chiedere asilo. Al suo ritorno aveva raccontato di essere stato picchiato dalla polizia di frontiera durante il pushback, colpito violentemente alle costole con il calcio di una pistola. «Stava male già dal primo momento», hanno raccontato alle tre organizzazioni altri residenti del campo. «Aveva forti dolori e continuava a vomitare». Nonostante le sue condizioni, l’assistenza ricevuta è stata minima. L’unità medica del campo si è limitata a una visita superficiale, fornendogli solo antidolorifici e farmaci antiemetici, senza alcuna diagnosi o monitoraggio. Nei giorni successivi la situazione è peggiorata rapidamente: il 21 novembre Hossain non era più in grado di mangiare né di alzarsi dal letto. Le richieste di aiuto si sono moltiplicate. «Abbiamo chiesto più volte alle guardie e al personale del campo di chiamare un’ambulanza», hanno riferito i testimoni a Collective Aid, Medical Solidarity International e No Name Kitchen. «Ci rispondevano: “Non c’è personale medico” oppure “Domani manderemo qualcuno”». E così nessuna assistenza è stata fornita. Il 23 novembre, intorno alle 16, Mukter Hossain ha chiamato la sua famiglia in Bangladesh per dire addio. Poco dopo ha iniziato ad avere gravi difficoltà respiratorie. «Non riesco a respirare» e «Ho molto freddo», avrebbe detto a chi gli stava accanto. I presenti hanno riferito di «chiari segni di sofferenza respiratoria». Alcuni residenti si sono quindi rivolti direttamente alla polizia del campo, l’unica autorità presente quel giorno, chiedendo esplicitamente un’ambulanza. La risposta è stata ancora una volta un rifiuto. «Ci hanno detto: “Stiamo mangiando” e “Controlleremo domani”», hanno raccontato i testimoni. «Non è stato un equivoco, ma una scelta deliberata di non agire, nonostante l’urgenza e la possibilità di salvargli la vita». Alle 17.15 Mukter Hossain è morto nel suo letto. Anche dopo il decesso, l’intervento delle autorità è stato ritardato di ore. Quando il personale è arrivato, ha confermato la morte e – secondo quanto riportato dalle tre organizzazioni – avrebbe ordinato ai residenti di «non dire a nessuno cosa era successo». Alcuni testimoni sarebbero stati minacciati, il Wi-Fi del campo interrotto e la chiamata al personale medico ulteriormente ritardata. «La morte di Mukter era evitabile», sottolineano le organizzazioni nel comunicato. «Vomito persistente, incapacità di mangiare o stare in piedi, difficoltà respiratorie: erano segnali inequivocabili di una grave emergenza medica. L’assistenza è stata richiesta ripetutamente e deliberatamente negata». Questo caso, aggiungono, riflette il collasso del sistema sanitario all’interno del TRC di Lipa. I residenti riferiscono che «vedere un medico è raro» e che i requisiti minimi di assistenza sanitaria non vengono rispettati. Mancano percorsi di riferimento funzionanti, accesso ai farmaci essenziali, cure per le malattie croniche e un supporto psicologico adeguato, nonostante i bisogni diffusi. Il campo di Lipa è gestito dal Ministero della Sicurezza della Bosnia-Erzegovina attraverso il Servizio per gli Affari Stranieri (SFA), con il supporto tecnico dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). «Lo Stato non solo ha mancato alle proprie responsabilità», denunciano le tre Ong, «ma le ha attivamente ignorate, causando la morte di un uomo». Da tempo diverse organizzazioni solidali e della società civile bosniaca denunciano Lipa come un campo sovraffollato, isolato, violento e caratterizzato da una grave negligenza sanitaria. La chiusura del campo di Boriči e la sua fusione forzata con Lipa hanno ulteriormente aggravato la situazione, esponendo a rischi ancora maggiori famiglie e minori. «La morte di Mukter non è un incidente», concludono Collective Aid, Medical Solidarity International e No Name Kitchen, «ma il risultato prevedibile di una deliberata mancanza di assistenza». Le organizzazioni chiedono infine un intervento immediato: un’indagine indipendente sulla morte di Mukter Hossain; il ripristino dell’assistenza sanitaria essenziale nel campo, con presenza medica quotidiana e percorsi di riferimento efficaci; un adeguato supporto alla salute mentale; e una supervisione trasparente e indipendente sugli standard di assistenza in tutti i centri di accoglienza temporanei.
Illegittimo escludere gli stranieri con disabilità dal SSN obbligatorio e gratuito: il Tribunale rinvia alla Corte costituzionale
L’aumento del costo dell’iscrizione annua al Servizio Sanitario nazionale, passato da 387 € a 2 mila € dal 2024, colpisce le persone disabili straniere con il permesso per residenza elettiva con reddito spesso dell’ordine di 6.000 euro l’anno, autorizzate a restare sul territorio nazionale proprio a causa della loro disabilità. «Dovrebbero pagare un terzo del loro reddito annuo per ottenere cure che spesso sono necessarie alla stessa sopravvivenza (si pensi ai malati oncologici o ai trapiantati)», dichiarano le associazioni Emergency, ASGI, Avvocati per Niente e il Naga impegnate a rimuovere una situazione di gravissima ingiustizia. Il Tribunale di Milano, con ordinanza del 6 settembre 2025, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale delle norme del Testo Unico Immigrazione che escludono le persone straniere con disabilità e permesso di soggiorno “per residenza elettiva” dall’iscrizione gratuita al Servizio Sanitario Nazionale e impongono il pagamento di 2000 euro per l’iscrizione. Lo segnala ASGI illustrando la decisione dei giudici a seguito di un contenzioso strategico sostenuto insieme a Emergency, Avvocati per Niente e al Naga, organizzazioni impegnate a rimuovere una situazione di gravissima ingiustizia. L’art. 34 comma 1 TUI disciplina il diritto all’assistenza sanitaria per le persone straniere regolarmente soggiornanti distinguendo tra iscrizione obbligatoria – nel senso di dovuta – e gratuita (per i titolari dei permessi di soggiorno più comuni, come quelli per lavoro, famiglia o protezione) e iscrizione a pagamento. Il permesso per “residenza elettiva” – che nella maggior parte dei casi è rilasciato a stranieri con disabilità proprio perché titolari di una prestazione di invalidità – non figura nell’elenco di quelli che danno diritto all’iscrizione gratuita. Dal 2024 la somma minima per ottenere l’iscrizione a pagamento è stata elevata da 387 euro a 2000 euro con la conseguenza che persone con disabilità con reddito spesso dell’ordine di 6.000 euro l’anno, autorizzate a restare sul territorio nazionale proprio a causa della loro disabilità, dovrebbero pagare un terzo del loro reddito annuo per ottenere cure che spesso sono necessarie alla stessa sopravvivenza (si pensi ai malati oncologici o ai trapiantati). Il paradosso è che costoro non possono nemmeno ottenere le cure “urgenti ed essenziali” garantite dall’art. 35 TUI agli stranieri privi di un titolo di soggiorno, perché non sono irregolari, ma regolari privi di iscrizione al SSN. Il Tribunale di Milano – accogliendo quanto prospettato da un cittadino egiziano e uno pakistano – ha ritenuto che tale situazione sia del tutto irragionevole e violi gli artt. 3 e 32 della Costituzione, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, nonché la Carta sociale europea, quantomeno nei casi (come quelli esaminati) in cui il permesso per residenza elettiva derivi da un precedente permesso di soggiorno per famiglia o per lavoro e dunque stranieri già ampiamente “radicati” in Italia. Ha quindi chiesto alla Corte Costituzionale di dichiarare incostituzionale l’esclusione dall’iscrizione gratuita di coloro che si trovano in questa situazione o, in subordine, di dichiarare incostituzionale la fissazione di un minimo così elevato, privo di qualsiasi proporzione con il reddito effettivo percepito e tale da non poter essere in concreto pagato da persone che sopravvivono grazie alla sola prestazione di invalidità. In caso di decisione positiva della Corte Costituzionale, le persone straniere con disabilità verrebbero totalmente esentate dal pagamento di una quota di iscrizione (come già oggi avviene per gli italiani) o si vedrebbero addebitata una somma proporzionale al reddito effettivo. Le associazioni che stanno sostenendo davanti a molti Tribunali italiani queste tesi, al fine di rimuovere una situazione di gravissima ingiustizia, esprimono la massima soddisfazione per questo primo risultato. Tribunale di Milano, ordinanza del 6 settembre 2025
Rinnovo del PdS per cure mediche: accertata la mancanza di assistenza adeguata in Tunisia
Il Tribunale di Bari ha riconosciuto il diritto al rinnovo del permesso di soggiorno per cure mediche a un cittadino tunisino affetto da grave patologia psichiatrica cronica. Il ricorrente ha potuto ritirare il permesso nella giornata dell’1 agosto, ma solo dopo la diffida del legale inviata al Questore e al Capo di Gabinetto. Il ricorso era stato presentato contro il diniego della Questura di Foggia, che aveva motivato il rifiuto con presunte carenze documentali. Il Tribunale ha evidenziato che, in casi come questo, è prevalente il diritto alla salute, un valore primario tutelato dalla legge, e non un semplice interesse legittimo dell’immigrato. La valutazione della gravità della patologia e dell’impossibilità di ricevere cure adeguate in Tunisia, confermata dalle COI (informazioni sui Paesi di origine) aggiornati sulle condizioni del sistema sanitario tunisino, ha portato i giudici a riconoscere il rinnovo del permesso per un anno, con possibilità di ulteriori rinnovi finché persisteranno le condizioni sanitarie che giustificano la protezione. Tribunale di Bari, sentenza n. 2471 del 25 giugno 2025 Si ringrazia l’Avv. Gerarda Carbone per la segnalazione. * Consulta altre decisioni relative al permesso di soggiorno per cure mediche
«Non esistono Paesi sicuri per chi fugge dalla tortura»
In occasione della Giornata Mondiale contro la tortura, celebrata ogni anno il 26 giugno, la Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST) ha presentato il suo primo report annuale. Si tratta di un documento frutto del lavoro congiunto di enti pubblici, associazioni, ONG e specialisti attivi in prima linea nell’accoglienza e nella cura di chi ha subito torture e trattamenti inumani, spesso nel contesto di un percorso migratorio forzato. La ReSST è nata nel dicembre 2024 dalla collaborazione tra Caritas, Ciac – Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale, Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA e il SaMiFo dell’ASL Roma 1, un servizio di salute specializzato per migranti forzati. A queste realtà si affiancano, in qualità di osservatori, A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone, la SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – e un comitato scientifico composto da esperti riconosciuti a livello nazionale e internazionale. L’obiettivo dichiarato della rete è duplice: da un lato «informare e sensibilizzare sull’esperienza della tortura e sulle sue conseguenze durature», dall’altro «rafforzare la qualità dei servizi di cura, riabilitazione e tutela per le persone sopravvissute». Un lavoro che – si legge nel report – deve tenere conto della complessità dei percorsi individuali, del trauma multiplo vissuto da chi fugge, e soprattutto della violenza sistemica che spesso accompagna la migrazione. I dati raccolti nel 2024 parlano chiaro. Su 2.618 persone accolte e prese in carico dai centri della rete, la maggioranza è di sesso maschile (62,7%), ma ciò che colpisce è l’ubicazione geografica della tortura: il 64,6% delle violenze non è avvenuto nel Paese di origine, bensì lungo le rotte migratorie di transito. Solo il 35,4% dei casi, dunque, si riferisce a eventi subiti nel luogo da cui la persona è fuggita. Questa evidenza, secondo ReSST, mette in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dalle autorità italiane ed europee per negare l’accoglienza o il diritto d’asilo: l’esistenza di cosiddetti “Paesi sicuri”. «Le nostre evidenze dimostrano – scrive la rete – che il concetto di sicurezza non può essere ricondotto a una valutazione statica e geopolitica. Una persona può essere torturata o gravemente maltrattata anche in Paesi formalmente “sicuri”, soprattutto se si trova in condizioni di vulnerabilità, senza protezione o diritti riconosciuti». Il legame tra tortura e migrazione appare tanto forte quanto rimosso dal dibattito pubblico. La tortura è una pratica vietata dal diritto internazionale in ogni circostanza, ma è ancora largamente diffusa: oltre 140 Paesi nel mondo la praticano, direttamente o attraverso la tolleranza di forme gravi di maltrattamento, in particolare verso migranti, oppositori politici, minoranze etniche, donne e persone LGBTQIA+. I motivi che spingono le persone alla fuga – e spesso a subire torture – sono principalmente economici (51%), seguiti da motivazioni politiche (24%) e religiose (7%). Questo dato conferma che la povertà estrema, la marginalizzazione e la disuguaglianza possono essere, di fatto, condizioni di persecuzione e violenza sistemica. Le forme di tortura documentate sono quasi equamente distribuite tra fisiche (43%) e psichiche (44%), con una responsabilità attribuita ai trafficanti (33%) ma anche a pubblici ufficiali (28%) e, in misura minore, a datori di lavoro (3%). Il report mette in luce anche l’enorme lavoro clinico, psicologico e sociale svolto dai centri della rete. Nel 2024 sono stati erogati oltre 14.000 servizi sanitari. Le prestazioni più richieste sono le consulenze psicologiche individuali (43%) e le visite di medicina generale (34,2%). Evidente il dato relativo al supporto sociale, richiesto nel 77% dei casi: segno che il percorso di cura non può prescindere da un accompagnamento generale, che tenga conto della condizione legale, abitativa e lavorativa della persona. Come sottolineano gli esperti, non si tratta soltanto di guarire le ferite, ma di «ricostruire fiducia, dignità e possibilità di vita», partendo da un ascolto attento e non giudicante. In questo senso, la ReSST chiede anche un impegno più forte delle istituzioni italiane per garantire il diritto alla salute e alla protezione internazionale, evitando prassi amministrative e narrative politiche che tendono a semplificare o negare le sofferenze vissute lungo le rotte migratorie. «Dietro ogni storia di tortura – si legge nel comunicato – c’è un corpo, una mente, una storia che ci interroga. Ma c’è anche un sistema che sceglie spesso di non vedere». Per questo, conclude la rete, «non si può continuare a stabilire chi ha diritto alla protezione sulla base di liste arbitrarie di Paesi sicuri. La protezione deve partire dall’ascolto, dalla valutazione individuale e dalla consapevolezza che la tortura, oggi, è ancora una realtà concreta e vicina». Scarica il rapporto