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Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ahmed Al Ahmed, con un gesto rischioso ma che istintivamente qualsiasi essere umano potrebbe comprendere, sentire e mettere in atto nella stessa maniera, ha bloccato, a mani nude, uno dei terroristi armato di fucile che ha ucciso decine di persone durante la festa ebraica dell’Hanukkah, a Bondi Beach e, senza torcergli un capello, ha poi atteso che intervenisse la polizia australiana, non prima di essere stato egli stesso ferito, forse dal secondo terrorista. Che errore giustapporre a un gesto dettato dal sentimento universale di umanità – sottolineato anche dai genitori di Ahmed – gli aggettivi musulmano, siriano, mediorientale e via dicendo. Se Al Ahmed fosse stato un non credente, oppure, che so, un animista nessuno lo avrebbe sottolineato. E nemmeno avrebbe messo in rilievo, in primo piano, la sua origine se fosse stato di pelle bianca. In questo modo non solo si distorce la spinta autentica che ha dato luogo al suo agire ma si da legittimità al modo di pensare, razzista e discriminatorio, di chi è convinto che il credo religioso o l’appartenenza a un popolo, il colore della pelle, possano essere di per sé origine di abiezioni, fucine di “male” oppure di privilegi, di qualità e virtù superiori. Infine un coro pressoché unanime lo ha definito eroe. Non verrà mai abbastanza presto il giorno in cui la parola eroe avrà senso e significato esclusivamente nell’ambito mitologico e nelle sue derivate simboliche artistico-letterarie. Al Ahmed ha fatto la cosa giusta, ha scelto di proteggere e difendere persone in pericolo. Un gesto rischioso – certo! – coraggioso. Ma il coraggio, contrariamente a quanto pensava Manzoni, proprio per la radice del suo etimo, quel richiamo al cuore, che infonde vita in ogni essere animato, è prerogativa che appartiene, ed è contenuta, nelle possibilità di ogni essere umano, non solo di qualcuno. Insistere nel denominare eroi persone che si sono comportate come Al Ahmed significa assegnare loro una prerogativa di eccezionalità e, contestualmente e conseguentemente, dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe in grado di agire nella medesima maniera. Un modo di pensare dalle conseguenze politiche ed etiche devastanti, inserito anch’esso nel filone di pensiero biopolitico discriminatorio, essenzialmente razzista, che assegna e gerarchizza capacità e limiti d’azione, rendendole sostanzialmente immutabili, per ogni essere umano. Ahmed Al Ahmed ha messo in atto un gesto di protezione e difesa nonviolenta com’è accaduto innumerevoli volte nella storia, in ogni parte del globo, quando c’è stato da lottare, da difendere, principi di giustizia, di umanità, di salvaguardia della dignità, della vita e della libertà di ogni uomo e ogni donna. Faremmo bene a ricordarci sempre, solo per fare un esempio che riguarda la nostra storia, che centinaia di migliaia di partigian3 e resistenti hanno dato un contributo primario e fondamentale, lottando senz’armi, a rischio altissimo e quotidiano per la propria vita, al crollo del regime nazifascista nel nostro paese. Così come l’azione e la lotta nonviolenta sono state motore di liberazione da fascismi, colonialismi, dittature e regimi repressivi in ogni parte del mondo, soprattutto dal Novecento ad oggi. Gli eroi non esistono. Esiste chi lotta. Ognunə può farlo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano proviene da Comune-info.
L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione
LA VIOLENZA DI QUESTO TEMPO PUNTA A RECIDERE OGNI LEGAME TRA PERSONE, TRA PERSONE E PIANETA. NON È FACILE DIFENDERSI DALLA DISUMANIZZAZIONE DELL’ALTRO, DALLA DISTRUZIONE DELL’EMPATIA, ALIMENTATE DA UN PROGRAMMA DI RI-EDUCAZIONE GLOBALE. COME CI “SENTIAMO” DOPO LA STRAGE DI SIDNEY? DOPO LE NOTIZIE DEI BIMBI MORTI DI FREDDO A GAZA? DOPO AVER SAPUTO DEI MASSACRI IN SUDAN O DEI MIGRANTI CHIUSI NEI LAGER IN LIBIA O ABBANDONATI IN MARE? RESTARE UMANI, SCRIVE LUCA CASARINI, “VUOL DIRE ESPLORARE L’UMANO COME CAMPO INFINITO DI RISORSE UTILI ALLA LIBERAZIONE DALLA SCHIAVITÙ, QUALSIASI FORMA ESSA ASSUMA NEL TEMPO…” Sfida tra borgate a Scisciano (Napoli) nel campetto riqualificato dal basso da cittadini, migranti e associazioni, a cominciare da YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Sono combattuto nello scrivere adesso. Ho la netta sensazione che tutto ciò che uno pensi, vada a finire nel grande calderone che alimenta ciò che sento di dover combattere. E più si tenta di articolare il discorso, costruendo sovrastrutture razionali raffinate, assolutamente sensate, logiche, più ho la percezione di un apparato di “cattura” che ti aggancia e ti trascina dove vuole, e sempre lì, ad alimentare il mostro. Sembra che questo sia diventata, o lo è sempre stata? la “politica”. La politica o il politico come impossibilità di farsi bastare l’essenziale. Si parte da un comportamento umano, che esprime il massimo possibile di disumanità agendo quella che Kant definiva “la guerra di sterminio” nell’ambito di una guerra civile globale, e si comincia ad abbandonare quella “radice” fattuale che lo caratterizza, costruendo infiniti castelli semantici e analitici sopra l’essenza. Alla fine questa costruzione di discorso dalle infinite articolazioni, produce ai miei occhi almeno due effetti: ci si allontana da ciò che è accaduto, dalla sostanza in sé, immanente, verso l’arruolamento, volenti o nolenti, da una parte o dall’altra. L’arruolamento forzato non è solo un’immagine metaforica: in mezzo a una guerra se vieni catturato e sbattuto in trincea, anche se non vuoi, quella diventa la “tua” guerra, e le opzioni diventano binarie: o di qua o di là. Su cosa scommettono gli agenti Smith dell’arruolamento forzato in questa Matrix della guerra civile globale? Che lo spirito di sopravvivenza ti costringa a diventare parte della guerra, qualsiasi parte, perché il primo problema per la guerra contemporanea è non cessare mai. Vincere o perdere, nella guerra contemporanea che si inserisce anche quando a condurla sono eserciti e Stati, nella dimensione globale e civile di un conflitto permanente come regolatore del mondo a geometrie di comando variabili, è assolutamente relativo. Il problema è farla durare, alimentarla nel tempo. È lo scenario della “pace impossibile “ o della “tregua come dosaggio dell’intensità della guerra”, e mi sembra lo scenario che si ripropone continuamente davanti a noi. Il secondo effetto della “costruzione del discorso” articolato e logico sopra l’essenziale, da qualsiasi parte esso si articoli, è quello di allontanare dall’essenziale di ciò che accade per non farlo più riconoscere. L’apparato di cattura dell’umano, davanti alla sua possibilità e desiderio di rimanere ancorato all’essenziale – vita, morte, dolore, gioia, armonia, distonia, odio, amore – interviene sulla natura universale della nostra esistenza. È una azione, violentissima, biopolitica, che punta a recidere ogni legame, ogni connessione, tra l’uomo e questo pianeta, tra l’uomo e l’universo. Questo è causa e conseguenza anche del non riconoscimento dell’altro da noi come facente parte del “noi”. La disumanizzazione dell’altro, è alla base della guerra di sterminio. Noi non siamo l’unica parte esistente di ciò che esiste “disconnessa” dal resto. Noi veniamo disconnessi. Anche questo non è un concetto trascendentale, ma maledettamente materiale: le neuroscienze spiegano le modificazioni del nostro cervello ad esempio, in funzione della “delega” di funzioni fondamentali, ad apparati tecnici, macchinici. Non sto a dire sull’IA, ma ho appena ascoltato Miguel Benasayag su esperimenti condotti su taxisti abituati a usare il gps per orientarsi e su quelli che non lo utilizzano: la parte del cervello preposta a costruire processi cartografici in rapporto allo spazio e al tempo, nei primi registra una “atrofizzazione” anche fisicamente misurabile. Ma d’altronde, se i secoli scorsi sono stati caratterizzati da una mutazione fisica del nostro corpo, muscoli, arti, ossa, legata all’introduzione delle macchine da lavoro, come non pensare che qualcosa di simile accada al nostro cervello, oggi che sono introdotte macchine da pensiero, da relazione? L’essenziale ad esempio è la nostra capacità di percepire il dolore dell’altro. La stiamo paurosamente perdendo secondo me. Ma anche questo non è un accidente che ci capita a caso. Essenziale, cioè radice. E cercare l’essenziale, volerci stare aggrappato senza sovrastrutture che ci allontanino da esso, diventa esercizio di “radicalità”, pratica radicale. Per anni ho pensato che le pratiche radicali fossero quelle dure e pure, intransigenti e senza mediazione alcuna, che si esprimevano nella forma che “esteticamente“ più le rappresentava. Non lo pensavo, lo facevo. Poi c’è stato il passaggio alla “radicalità del progetto”, Utopía nel senso di Tommaso Moro. Ma oggi credo che la radicalità si possa riassumere innanzitutto nella capacità di rimanere all’essenziale. Coltivando a partire da questa scelta di “pre-politica”, il “sentire” più che il “pensare”. Ora come mi “sento” dopo la strage di Sidney? Come mi sento dopo le notizie dei bimbi morti di freddo a Gaza? Come mi sento dopo aver visto i volti e la disperazione degli sfollati ucraini nei campi profughi? Come mi sento a sapere dei massacri in Sudan? Sentire non è pensare. Il pensiero alla fine, non ci appartiene. Siamo inseriti in flussi di pensiero che ondeggiano, vagano nel tempo e nello spazio da millenni e millenni, e il nostro pensare è pensare quello che è stato pensato. Ma la “singolarità del vivente” è il sentire. Dentro di sé, e questo anche è un fenomeno maledettamente materiale. Fatto di combinazioni biochimiche, di attivazioni neuronali, di ormoni, di recettori, di flussi, di trasmissioni osmotiche di messaggi elettrici e magnetici, che scorrono lungo tutto il nostro corpo, che cambiano la realtà che percepiamo. Proprio come “vediamo” le cose. Non vi è dunque una sola realtà, come ci spiega la fisica quantistica peraltro, ma la realtà che con il nostro “sentire” si modifica alla nostra percezione visiva, di tatto, di senso dunque. Non è questione di “empatia”, ma di un processo ben più complesso e in profondità, del quale chi vuole dominarci in larga scala come popolazione umana-altri umani, una élite, che oggi in questo tempo storico assume le caratteristiche del mix tra vecchi fascismi e nuove tecnocrazie – ha deciso di provare a privarci. Non tutti “sentiamo” dolore, sofferenza, per il male dell’altro. In neuroscienze, il fenomeno di gioire del dolore altrui è noto come schadenfreude. Questo termine tedesco, che significa letteralmente “gioia per il danno”, descrive un piacere sottile o segreto che si prova quando un’altra persona fallisce, si fa male o viene umiliata. O uccisa. Non è sadismo. E attraverso social e interventi pubblici dall’alto, stiamo assistendo a una “rieducazione e promozione” allo schadenfreude. Ma anche qui, non è solo filosofia: Gli studi di imaging cerebrale hanno fornito alcune spiegazioni fisiche, concrete, maledettamente materiali: Sistema di ricompensa: quando si sperimenta la schadenfreude, si attiva il sistema di ricompensa del cervello, in particolare lo striato ventrale e il nucleo di accumbens. Questi sono gli stessi circuiti che si attivano in risposta a piaceri primari come il cibo, il denaro o l’accoppiamento, con conseguente secrezione di dopamina. L’ obiettivo politico del programma di rieducazione è la riduzione dell’empatia: l’attivazione di queste aree avviene in parallelo a una diminuzione dell’attività nelle aree cerebrali legate all’empatia, come la corteccia cingolata anteriore e l’insula, specialmente se la persona che soffre è percepita come un avversario o un membro di un “gruppo esterno” (out-group). Il controllo biopolitico dunque mira all’essenziale della nostra natura. A direzionare in maniera calcolata e precisa la mutazione antropologica dell’umano, per privarlo di alcune sue singolarità e caratteristiche a favore dell’espansione provocata di altre. Per tollerare i mostri e le mostruosità del nostro tempo, dobbiamo diventare tutti mostri e alimentarci di mostruosità. Mi capita di pensare a quello che con tanti altri e altre faccio da quasi dieci anni: la pratica del soccorso civile in mare. Una azione che è destinata, almeno per ora, ad essere di assoluta minoranza. Troppe le implicazioni politiche che investono il naturale e storico processo migratorio. L’azione del potere costituito in questi anni, è stata tutta rivolta a spostare l’asse del discorso, creando un immaginario negativo, dall’atto umano del soccorrere, a quello politico e disumano del lasciar morire per “respingere”. Respingere chi? “La minaccia alla nostra stessa identità, i migranti”, come recita il documento strategico appena emanato dalla Casa Bianca. Uno dei pilastri dell’intera strategia globale “della più grande democrazia del mondo”, insieme a quello del ritorno alle sfere di influenza e alla accelerazione della distruzione dell’Europa come spazio politico, sono i migranti. In ogni angolo del mondo occidentale, la destra suprematista tecno oligarchica, costruisce su questo la sua azione non solo di propaganda elettorale, ma di “ri-educazione“ dell’umano. Ho smesso di legare quello che faccio a una ricerca del consenso. Lo colloco nel “cono d’ombra” dal panopticon nel quale si può sviluppare l’azione cospirativa contro questo dominio, che mira alla creazione di un “oltre umano” dalle caratteristiche funzionali a questo tipo di mondo, permanentemente in guerra e caratterizzato da progetti dichiarati di “eliminazione dell’umanità in eccesso”. E dunque, per dare un senso a ciò che faccio, devo stare all’essenziale: non ho ricette per affrontare il tema della migrazione, ma “sento” che devo provare ad aiutare coloro che ora riconosco come mie fratelli e sorelle. Li riconosco per riconoscere me stesso. Uno degli slogan usati da Mediterranea, più dalla sua componente di minoranza, quella cristiana, è “noi li soccorriamo, loro ci salvano”. Qui sta la spiegazione: ci salvano dal non essere più in grado di riconoscere noi stessi come esseri umani. Essere “umani” non vuol dire non avere nel nostro cervello, nel nostro cuore, la crudeltà, l’odio, l’intolleranza, la cattiveria e tutto il resto. Essere umani vuol dire non consegnare all’atrofizzazione programmata tutte le funzioni che invece generano gioia, amore. Per dirla con Baruch Spinoza metterci nelle condizioni di poter combattere le nostre passioni tristi e favorire quelle gioiose: le passioni tristi (paura, odio, invidia) indeboliscono la nostra potenza, quelle gioiose (speranza, amore) la potenziano, avvicinandoci alla pienezza del nostro vivere, alla felicità e alla pace mentale. Una condizione di “grazia” e di “beatitudine”. E dunque ho scelto e scelgo di combattere una battaglia persa agli occhi del mondo. Una mission impossibile, di minoranza, che mi costa cara. A me e a tutte e tutti quelli che lo fanno, in terra e in mare. Per lo Stato, quello dei lager in Libia e delle guerre, sono una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Per gran parte dell’opinione pubblica ri-educata, siamo diventati “trafficanti di esseri umani, che lo fanno per soldi”. Ma io devo farlo. Perché lo “sento”. Dove è situato dunque questo conflitto all’interno del Panopticon Globale? Avviene nel punto più radicale e profondo, quello biopolitico dell’essere. E anche dire che “lì mi porta il cuore”, mica è una cosa romantica: maledettamente fisica. Cuore e cervello comunicano tramite una potente rete elettromagnetica, con il cuore che genera un campo elettrico e magnetico molto più ampio di quello cerebrale, influenzando percezione, decisioni e cognizione. Questa comunicazione bidirezionale avviene tramite vie neurali, meccaniche e biochimiche, dove il cuore invia più informazioni al cervello (anche attraverso ritmi cardiaco e variazioni della frequenza cardiaca) che influenzano i centri cerebrali, specialmente in stati di coerenza cardiaca, migliorando benessere e funzionalità cognitive. Il cuore è uno dei nostri “cervelli”. Il suo campo elettromagnetico è 5.000 volte più potente di quello cerebrale. Ma non solo. Il nostro cuore si connette agli altri esseri umani: agisce come segnale sincronizzatore nel nostro organismo ma anche nel campo dell’influenza interpersonale. Può essere percepito da altre persone, influenzando i loro stati emotivi e fisiologici, soprattutto in condizioni di coerenza. Sentimenti di gioia, amore e gratitudine armonizzano questo campo, mentre stati negativi lo rendono caotico, influenzando l’intero sistema corpo-mente e l’interazione con l’ambiente. Siamo tutti connessi e a ogni particella dell’universo. È un fatto materiale, materialistico, misurabile, conosciuto, accertato. Vogliono invece ri-educarci all’essere umano limitato e privo di questa capacità di potenza. E dunque esercitare queste nostre singolari parti “dimenticate” di noi stessi, del nostro essere corpo e mente, attraverso pratiche concrete, significa opporsi alla nostra riduzione a soldatini della macchina produttiva del capitalismo contemporaneo. Restare umani non vuol dire restare dove si è collocati, nella Storia e nel mondo. Vuol dire esplorare l’umano come campo infinito di risorse utili alla liberazione dalla schiavitù. Qualsiasi forma essa assuma nel tempo. Un obiettivo per me più rivoluzionario di tutti. La strage di Sidney mi ha prodotto un dolore infinito. Lungo, profondo come se mi avesse inghiottito un buco nero. Le immagini di Gaza lo stesso, giorno dopo giorno. Il pensiero delle donne uomini e bambini rinchiusi nei lager libici o abbandonati a morire di sete nel deserto o in mezzo al mare, lo stesso. Sono cambiato, penso che ogni resistenza all’ingiustizia e all’oppressione, debba produrre vita e mai morte. Anche nelle forme più dure, debba essere l’espressione dell’altrove e del tutt’altro da ciò che si propone di combattere. L’essenziale è una necessità per attraversare questo deserto. Non riesco più ad appassionarmi su “di chi è la colpa”, “chi ha cominciato prima” e su tutte le infinite sovrastrutture che mi allontano da ciò che sento dentro. Una strage è una strage. Uccidere un bambino è uccidere un bambino. Volerli uccidere tutti è volerli uccidere tutti. Lascio che l’immagine dei loro occhi, sotto le bombe o sotto il tiro di assassini della porta accanto, prenda tutta la scena e tutta la sostanza. Vorrei avere il coraggio di quel signore musulmano, Ahmed al Amhed, che si è gettato su uno dei carnefici per disarmarlo. Questo è per me oggi resistenza. Rivoluzione. Essere fragile e in minoranza sento che sono la mia salvezza. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNÀNDEZ-SAVATER: > La distruzione dell’empatia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione proviene da Comune-info.
British Standards Institution: “Allarme jobpocalypse, gravissima crisi nel mondo del lavoro causata dall’AI”
Era il 2020 quando l’ambientalista Sonia Savioli nel suo libro-inchiesta “Il giallo del Coronavirus. Una pandemia nella società del controllo”, metteva in guarda sugli effetti di quella che sarebbe stata la rigenerazione economica del tecnocapitalismo, durante la crisi sanitaria da Covid-19, che avrebbe avuto inizio nel 2021 con il Piano Great Reset del World Economic Forum di Davos (WEF): la Quarta Rivoluzione Industriale. Tra le innumerevoli operazioni di greenwashing spacciate per “sostenibili” (continui finanziamenti alla pesca intensiva e agli allevamenti intensivi, sfruttamento dei mari e degli oceani tramite attività estrattive, l’ingresso della cibernetica nei settori dell’economia, sanità, welfare e finanza), stando ai dati del World Economic Forum – affermava Sonia Savioli – la Quarta Rivoluzione Industriale sarebbe iniziata con l’eliminazione di circa 800 milioni di posti di lavoro nel mondo industrializzato a causa dell’irruzione sistematica dell’Intelligenza Artificiale nel mercato del lavoro. Un numero che, nonostante la grande consistenza, non fece allarmare nessun giornalista mainstream e nessun analista nostrano. A confermare questo dato però, sistematicamente ignorato, è stato il recente report “Evolving Together: AI, automation and building the skilled workforce of the future“ pubblicato dal British Standards Institution (l’ente certificatore nazionale inglese, l’equivalente del nostro Rina) (BSI), basato su interviste a 853 business leader aziendali in 8 Paesi (Cina, Giappone, Australia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia e India), svolte da agosto 2025, analizzando anche i report annuali di 123 aziende attraverso strumenti di analisi AI. Secondo i leader globali stiamo vivendo quella che viene definita “jobpocalypse”: un collasso sistemico del modello tradizionale di ingresso nel mondo del lavoro. A darne notizia approfonditamente è stato  The Guardian. L’AI infatti sta cancellando tutte le posizioni di lavoro pensate per neoassunti o personale giovane, con competenze di base e poca (o nessuna) esperienza lavorativa. Perché investire su personale da formare senza competenze specialistiche quando quelle funzioni possono essere svolte da una AI? Secondo il BSI le riduzioni di personale sarebbero già in calo ed in numeri parlano chiaro: * 41% dei leader afferma che l’IA sta consentendo riduzioni dirette del personale; * 50% dichiara esplicitamente che l’AI sta aiutando a ridurre il numero di dipendenti; * 18% delle aziende investe in IA specificamente per ridurre il personale; Se per decenni il paradigma capitalista classico affermava “Il lavoro lo fanno le persone, le macchine aiutano”, oggi si sta invertendo la rotta: “Il lavoro lo fanno i sistemi AI, le persone intervengono quando necessario”. Si sta istituzionalizzando sempre più un diverso modo, da parte delle aziende, di pensare al mondo lavoro e lo studio lo constata senza mezzi termini: * 31% delle organizzazioni oggi esplora soluzioni AI prima di considerare l’assunzione di persone; * 40% prevede che questo diventerà la norma entro 5 anni; * 61% investe in IA principalmente per aumentare produttività ed efficienza; * 49% per ridurre i costi operativi; Il dato più allarmante riguarda anche i lavori entry-level, quelli tradizionalmente destinati a chi inizia la carriera: * 39% delle aziende ha già ridotto o eliminato posizioni junior grazie all’IA; * 43% prevede ulteriori tagli nei prossimi 12 mesi; * 55% dei leader ritiene che i benefici dell’IA compensino le distruzioni sulla forza lavoro; Le mansioni entry-level che l’IA sta eliminando non riguardano solo il “lavoro produttivo”, ma anche lo spazio formativo, dal momento che è proprio nei “primi lavori” che si insegnano competenze che nessuna scuola o università può dare: * Gestire il tempo quando hai troppe cose da fare * Comunicare in modo efficace in contesti professionali * Capire come funzionano davvero le dinamiche aziendali * Riconoscere le priorità vere da quelle apparenti * Reggere lo stress e la pressione * Imparare a sbagliare e correggersi * Costruire relazioni professionali * Navigare la politica aziendale L’IA può fare ricerche, compilare report, gestire agende, rispondere a email routine, ma non può insegnare queste meta-competenze che si sviluppano solo attraverso l’esperienza vissuta. Il report evidenzia dunque la skills latency (“latenza delle competenze”), un pericolo strutturale che fa emergere un ritardo generazionale nello sviluppo delle capacità professionali. Se un’intera generazione non ha accesso ai ruoli formativi entry-level, chi ricoprirà i ruoli senior tra 10-15 anni? Come si formeranno i futuri manager se non potranno fare esperienza sul campo? Le aziende stanno ottimizzando per l’efficienza di oggi, ma stanno creando un problema di talento per il domani. Sono gli stessi business leader globali ad ammettere questa situazione di latenza, dichiarandosi “fortunati” ad essere nati e cresciuti in un mondo pre-AI: * 56% dichiara di essere stato “fortunato” ad aver iniziato la carriera prima che l’IA trasformasse il proprio settore; * 43% ammette che non avrebbe sviluppato le competenze attuali se l’IA fosse stata disponibile all’inizio della carriera; * 28% si aspetta che il proprio ruolo attuale non esisterà più entro il 2030. Dall’analisi AI dei 123 report annuali esaminati dal BSI emerge che il termine “automation” è citato quasi 7 volte più frequentemente di “upskilling”, “training” o “education”. Le aziende comunicano l’IA principalmente come: driver di innovazione, vantaggio competitivo e strumento di efficienza. Di conseguenza c’è molta meno enfasi sulle implicazioni sulla forza lavoro, sugli investimenti in capitale umano, sulla preparazione dei dipendenti al futuro. Solo il 34% delle aziende intervistate ha un programma di formazione strutturato per preparare i dipendenti all’uso dell’IA. In Giappone questa percentuale scende al 16%, mentre in India sale al 64%. A livello geografico, a guidare questa trasformazione drastica e allarmante è l’India con il 50% delle aziende che hanno ridotto ruoli junior. Seguono Australia (57% dichiara che l’AI aiuta a ridurre il personale a livello junior) e Cina (61% prevede riduzioni future). In Italia e in Europa, il fenomeno è in crescita ma ancora meno aggressivo rispetto all’Asia-Pacifico.   Il rischio di questa jobpocalypse però è che si crei una contrazione tale della forza lavoro da portare a una mancata formazione professionale di un’intera generazione. Ancora una volta infatti ad essere penalizzate sono le giovani generazioni. Il report BSI introduce un termine nuovo e inquietante “Generation Jaded” – dall’acronimo “Jobs Automated, Dreams Eroded” (“lavori automatizzati, sogni erosi”), riferendosi a quella generazione che: 1. Ha già subito danni nella formazione scolastica a causa del Covid-19; 2. Si trova ora di fronte a un mercato del lavoro che elimina proprio i ruoli pensati per chi inizia; 3. Rischia di non sviluppare mai le competenze che si acquisivano attraverso l’esperienza entry-level. Gli studenti freschi di diploma o laurea per trovare il primo lavoro oggi non devono solo fare i conti con la concorrenza dei loro coetanei, ma anche e soprattutto con quella dell’Intelligenza Artificiale. Le conseguenze sociali ed economiche della Quarta Rivoluzione Industriale potrebbero essere devastanti, tanto da far ritenere a molti che una jobpocalypse sia solo questione di tempo anche qui in Occidente.   https://www.blog-lavoroesalute.org/sul-great-reset-e-lignoranza-dei-giornalisti-mainstream/ https://www.blog-lavoroesalute.org/il-piano-great-reset-del-world-economic-forum-per-i-profitti-delle-industrie-agro-chimiche-alimentari/ https://www.blog-lavoroesalute.org/il-grande-reset/ https://www.blog-lavoroesalute.org/tecno-bio-capitalismo/ https://documenti.camera.it/leg18/resoconti/assemblea/html/sed0610/leg.18.sed0610.allegato_b.pdf > Secondo una ricerca sta per arrivare la jobpocalypse, cioè una gravissima > crisi nel mondo del lavoro causata dall’AI > Jobpocalypse: è iniziata la rivoluzione del lavoro nell’era della IA   Lorenzo Poli
Storica marcia per Gaza a Sydney
Circa 100.000 persone (300.000 secondo gli organizzatori) hanno attraversato ieri il Sydney Harbour Bridge sotto una pioggia battente, in una delle più grandi manifestazioni a sostegno della Palestina avvenute in Australia. Tra i manifestanti c’erano Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, l’ex Ministro degli Esteri Bob Carr e il parlamentare laburista Ed Husic. Dal fronte della marcia si sentivano slogan come: “We are all Palestinian” (Siamo tutti palestinesi). La polizia ha inviato messaggi di testo chiedendo di fermare la marcia sul ponte e ha coordinato lo sgombero in modo graduale. Il ponte è rimasto vuoto dopo le 16:00, ora australiana, ma i partecipanti hanno dovuto affrontare lunghi ritardi dei treni. Fonte: https://www.facebook.com/factorcuatrogt   Redazione Italia