L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazioneLA VIOLENZA DI QUESTO TEMPO PUNTA A RECIDERE OGNI LEGAME TRA PERSONE, TRA
PERSONE E PIANETA. NON È FACILE DIFENDERSI DALLA DISUMANIZZAZIONE DELL’ALTRO,
DALLA DISTRUZIONE DELL’EMPATIA, ALIMENTATE DA UN PROGRAMMA DI RI-EDUCAZIONE
GLOBALE. COME CI “SENTIAMO” DOPO LA STRAGE DI SIDNEY? DOPO LE NOTIZIE DEI BIMBI
MORTI DI FREDDO A GAZA? DOPO AVER SAPUTO DEI MASSACRI IN SUDAN O DEI MIGRANTI
CHIUSI NEI LAGER IN LIBIA O ABBANDONATI IN MARE? RESTARE UMANI, SCRIVE LUCA
CASARINI, “VUOL DIRE ESPLORARE L’UMANO COME CAMPO INFINITO DI RISORSE UTILI ALLA
LIBERAZIONE DALLA SCHIAVITÙ, QUALSIASI FORMA ESSA ASSUMA NEL TEMPO…”
Sfida tra borgate a Scisciano (Napoli) nel campetto riqualificato dal basso da
cittadini, migranti e associazioni, a cominciare da YaBasta RestiamoUmani
--------------------------------------------------------------------------------
Sono combattuto nello scrivere adesso. Ho la netta sensazione che tutto ciò che
uno pensi, vada a finire nel grande calderone che alimenta ciò che sento di
dover combattere. E più si tenta di articolare il discorso, costruendo
sovrastrutture razionali raffinate, assolutamente sensate, logiche, più ho la
percezione di un apparato di “cattura” che ti aggancia e ti trascina dove vuole,
e sempre lì, ad alimentare il mostro. Sembra che questo sia diventata, o lo è
sempre stata? la “politica”. La politica o il politico come impossibilità di
farsi bastare l’essenziale.
Si parte da un comportamento umano, che esprime il massimo possibile di
disumanità agendo quella che Kant definiva “la guerra di sterminio” nell’ambito
di una guerra civile globale, e si comincia ad abbandonare quella “radice”
fattuale che lo caratterizza, costruendo infiniti castelli semantici e analitici
sopra l’essenza.
Alla fine questa costruzione di discorso dalle infinite articolazioni, produce
ai miei occhi almeno due effetti: ci si allontana da ciò che è accaduto, dalla
sostanza in sé, immanente, verso l’arruolamento, volenti o nolenti, da una parte
o dall’altra. L’arruolamento forzato non è solo un’immagine metaforica: in mezzo
a una guerra se vieni catturato e sbattuto in trincea, anche se non vuoi, quella
diventa la “tua” guerra, e le opzioni diventano binarie: o di qua o di là. Su
cosa scommettono gli agenti Smith dell’arruolamento forzato in questa Matrix
della guerra civile globale? Che lo spirito di sopravvivenza ti costringa a
diventare parte della guerra, qualsiasi parte, perché il primo problema per la
guerra contemporanea è non cessare mai. Vincere o perdere, nella guerra
contemporanea che si inserisce anche quando a condurla sono eserciti e Stati,
nella dimensione globale e civile di un conflitto permanente come regolatore del
mondo a geometrie di comando variabili, è assolutamente relativo. Il problema è
farla durare, alimentarla nel tempo. È lo scenario della “pace impossibile “ o
della “tregua come dosaggio dell’intensità della guerra”, e mi sembra lo
scenario che si ripropone continuamente davanti a noi.
Il secondo effetto della “costruzione del discorso” articolato e logico sopra
l’essenziale, da qualsiasi parte esso si articoli, è quello di allontanare
dall’essenziale di ciò che accade per non farlo più riconoscere. L’apparato di
cattura dell’umano, davanti alla sua possibilità e desiderio di rimanere
ancorato all’essenziale – vita, morte, dolore, gioia, armonia, distonia, odio,
amore – interviene sulla natura universale della nostra esistenza. È una azione,
violentissima, biopolitica, che punta a recidere ogni legame, ogni connessione,
tra l’uomo e questo pianeta, tra l’uomo e l’universo. Questo è causa e
conseguenza anche del non riconoscimento dell’altro da noi come facente parte
del “noi”. La disumanizzazione dell’altro, è alla base della guerra di
sterminio. Noi non siamo l’unica parte esistente di ciò che esiste “disconnessa”
dal resto. Noi veniamo disconnessi. Anche questo non è un concetto
trascendentale, ma maledettamente materiale: le neuroscienze spiegano le
modificazioni del nostro cervello ad esempio, in funzione della “delega” di
funzioni fondamentali, ad apparati tecnici, macchinici. Non sto a dire sull’IA,
ma ho appena ascoltato Miguel Benasayag su esperimenti condotti su taxisti
abituati a usare il gps per orientarsi e su quelli che non lo utilizzano: la
parte del cervello preposta a costruire processi cartografici in rapporto allo
spazio e al tempo, nei primi registra una “atrofizzazione” anche fisicamente
misurabile. Ma d’altronde, se i secoli scorsi sono stati caratterizzati da una
mutazione fisica del nostro corpo, muscoli, arti, ossa, legata all’introduzione
delle macchine da lavoro, come non pensare che qualcosa di simile accada al
nostro cervello, oggi che sono introdotte macchine da pensiero, da relazione?
L’essenziale ad esempio è la nostra capacità di percepire il dolore dell’altro.
La stiamo paurosamente perdendo secondo me. Ma anche questo non è un accidente
che ci capita a caso.
Essenziale, cioè radice. E cercare l’essenziale, volerci stare aggrappato senza
sovrastrutture che ci allontanino da esso, diventa esercizio di “radicalità”,
pratica radicale. Per anni ho pensato che le pratiche radicali fossero quelle
dure e pure, intransigenti e senza mediazione alcuna, che si esprimevano nella
forma che “esteticamente“ più le rappresentava. Non lo pensavo, lo facevo. Poi
c’è stato il passaggio alla “radicalità del progetto”, Utopía nel senso di
Tommaso Moro. Ma oggi credo che la radicalità si possa riassumere innanzitutto
nella capacità di rimanere all’essenziale. Coltivando a partire da questa scelta
di “pre-politica”, il “sentire” più che il “pensare”.
Ora come mi “sento” dopo la strage di Sidney? Come mi sento dopo le notizie dei
bimbi morti di freddo a Gaza? Come mi sento dopo aver visto i volti e la
disperazione degli sfollati ucraini nei campi profughi? Come mi sento a sapere
dei massacri in Sudan?
Sentire non è pensare. Il pensiero alla fine, non ci appartiene. Siamo inseriti
in flussi di pensiero che ondeggiano, vagano nel tempo e nello spazio da
millenni e millenni, e il nostro pensare è pensare quello che è stato pensato.
Ma la “singolarità del vivente” è il sentire. Dentro di sé, e questo anche è un
fenomeno maledettamente materiale. Fatto di combinazioni biochimiche, di
attivazioni neuronali, di ormoni, di recettori, di flussi, di trasmissioni
osmotiche di messaggi elettrici e magnetici, che scorrono lungo tutto il nostro
corpo, che cambiano la realtà che percepiamo. Proprio come “vediamo” le cose.
Non vi è dunque una sola realtà, come ci spiega la fisica quantistica peraltro,
ma la realtà che con il nostro “sentire” si modifica alla nostra percezione
visiva, di tatto, di senso dunque. Non è questione di “empatia”, ma di un
processo ben più complesso e in profondità, del quale chi vuole dominarci in
larga scala come popolazione umana-altri umani, una élite, che oggi in questo
tempo storico assume le caratteristiche del mix tra vecchi fascismi e nuove
tecnocrazie – ha deciso di provare a privarci.
Non tutti “sentiamo” dolore, sofferenza, per il male dell’altro. In
neuroscienze, il fenomeno di gioire del dolore altrui è noto come schadenfreude.
Questo termine tedesco, che significa letteralmente “gioia per il danno”,
descrive un piacere sottile o segreto che si prova quando un’altra persona
fallisce, si fa male o viene umiliata. O uccisa.
Non è sadismo. E attraverso social e interventi pubblici dall’alto, stiamo
assistendo a una “rieducazione e promozione” allo schadenfreude.
Ma anche qui, non è solo filosofia: Gli studi di imaging cerebrale hanno fornito
alcune spiegazioni fisiche, concrete, maledettamente materiali:
Sistema di ricompensa: quando si sperimenta la schadenfreude, si attiva il
sistema di ricompensa del cervello, in particolare lo striato ventrale e il
nucleo di accumbens. Questi sono gli stessi circuiti che si attivano in risposta
a piaceri primari come il cibo, il denaro o l’accoppiamento, con conseguente
secrezione di dopamina.
L’ obiettivo politico del programma di rieducazione è la riduzione dell’empatia:
l’attivazione di queste aree avviene in parallelo a una diminuzione
dell’attività nelle aree cerebrali legate all’empatia, come la corteccia
cingolata anteriore e l’insula, specialmente se la persona che soffre è
percepita come un avversario o un membro di un “gruppo esterno” (out-group).
Il controllo biopolitico dunque mira all’essenziale della nostra natura. A
direzionare in maniera calcolata e precisa la mutazione antropologica
dell’umano, per privarlo di alcune sue singolarità e caratteristiche a favore
dell’espansione provocata di altre. Per tollerare i mostri e le mostruosità del
nostro tempo, dobbiamo diventare tutti mostri e alimentarci di mostruosità.
Mi capita di pensare a quello che con tanti altri e altre faccio da quasi dieci
anni: la pratica del soccorso civile in mare. Una azione che è destinata, almeno
per ora, ad essere di assoluta minoranza. Troppe le implicazioni politiche che
investono il naturale e storico processo migratorio. L’azione del potere
costituito in questi anni, è stata tutta rivolta a spostare l’asse del discorso,
creando un immaginario negativo, dall’atto umano del soccorrere, a quello
politico e disumano del lasciar morire per “respingere”. Respingere chi? “La
minaccia alla nostra stessa identità, i migranti”, come recita il documento
strategico appena emanato dalla Casa Bianca. Uno dei pilastri dell’intera
strategia globale “della più grande democrazia del mondo”, insieme a quello del
ritorno alle sfere di influenza e alla accelerazione della distruzione
dell’Europa come spazio politico, sono i migranti. In ogni angolo del mondo
occidentale, la destra suprematista tecno oligarchica, costruisce su questo la
sua azione non solo di propaganda elettorale, ma di “ri-educazione“ dell’umano.
Ho smesso di legare quello che faccio a una ricerca del consenso. Lo colloco nel
“cono d’ombra” dal panopticon nel quale si può sviluppare l’azione cospirativa
contro questo dominio, che mira alla creazione di un “oltre umano” dalle
caratteristiche funzionali a questo tipo di mondo, permanentemente in guerra e
caratterizzato da progetti dichiarati di “eliminazione dell’umanità in eccesso”.
E dunque, per dare un senso a ciò che faccio, devo stare all’essenziale: non ho
ricette per affrontare il tema della migrazione, ma “sento” che devo provare ad
aiutare coloro che ora riconosco come mie fratelli e sorelle. Li riconosco per
riconoscere me stesso. Uno degli slogan usati da Mediterranea, più dalla sua
componente di minoranza, quella cristiana, è “noi li soccorriamo, loro ci
salvano”. Qui sta la spiegazione: ci salvano dal non essere più in grado di
riconoscere noi stessi come esseri umani. Essere “umani” non vuol dire non avere
nel nostro cervello, nel nostro cuore, la crudeltà, l’odio, l’intolleranza, la
cattiveria e tutto il resto. Essere umani vuol dire non consegnare
all’atrofizzazione programmata tutte le funzioni che invece generano gioia,
amore. Per dirla con Baruch Spinoza metterci nelle condizioni di poter
combattere le nostre passioni tristi e favorire quelle gioiose: le passioni
tristi (paura, odio, invidia) indeboliscono la nostra potenza, quelle gioiose
(speranza, amore) la potenziano, avvicinandoci alla pienezza del nostro vivere,
alla felicità e alla pace mentale. Una condizione di “grazia” e di
“beatitudine”.
E dunque ho scelto e scelgo di combattere una battaglia persa agli occhi del
mondo. Una mission impossibile, di minoranza, che mi costa cara. A me e a tutte
e tutti quelli che lo fanno, in terra e in mare. Per lo Stato, quello dei lager
in Libia e delle guerre, sono una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Per gran
parte dell’opinione pubblica ri-educata, siamo diventati “trafficanti di esseri
umani, che lo fanno per soldi”. Ma io devo farlo. Perché lo “sento”. Dove è
situato dunque questo conflitto all’interno del Panopticon Globale? Avviene nel
punto più radicale e profondo, quello biopolitico dell’essere.
E anche dire che “lì mi porta il cuore”, mica è una cosa romantica:
maledettamente fisica. Cuore e cervello comunicano tramite una potente rete
elettromagnetica, con il cuore che genera un campo elettrico e magnetico molto
più ampio di quello cerebrale, influenzando percezione, decisioni e cognizione.
Questa comunicazione bidirezionale avviene tramite vie neurali, meccaniche e
biochimiche, dove il cuore invia più informazioni al cervello (anche attraverso
ritmi cardiaco e variazioni della frequenza cardiaca) che influenzano i centri
cerebrali, specialmente in stati di coerenza cardiaca, migliorando benessere e
funzionalità cognitive. Il cuore è uno dei nostri “cervelli”. Il suo campo
elettromagnetico è 5.000 volte più potente di quello cerebrale. Ma non solo. Il
nostro cuore si connette agli altri esseri umani: agisce come segnale
sincronizzatore nel nostro organismo ma anche nel campo dell’influenza
interpersonale. Può essere percepito da altre persone, influenzando i loro stati
emotivi e fisiologici, soprattutto in condizioni di coerenza. Sentimenti di
gioia, amore e gratitudine armonizzano questo campo, mentre stati negativi lo
rendono caotico, influenzando l’intero sistema corpo-mente e l’interazione con
l’ambiente. Siamo tutti connessi e a ogni particella dell’universo. È un fatto
materiale, materialistico, misurabile, conosciuto, accertato.
Vogliono invece ri-educarci all’essere umano limitato e privo di questa capacità
di potenza.
E dunque esercitare queste nostre singolari parti “dimenticate” di noi stessi,
del nostro essere corpo e mente, attraverso pratiche concrete, significa opporsi
alla nostra riduzione a soldatini della macchina produttiva del capitalismo
contemporaneo. Restare umani non vuol dire restare dove si è collocati, nella
Storia e nel mondo. Vuol dire esplorare l’umano come campo infinito di risorse
utili alla liberazione dalla schiavitù. Qualsiasi forma essa assuma nel tempo.
Un obiettivo per me più rivoluzionario di tutti.
La strage di Sidney mi ha prodotto un dolore infinito. Lungo, profondo come se
mi avesse inghiottito un buco nero. Le immagini di Gaza lo stesso, giorno dopo
giorno. Il pensiero delle donne uomini e bambini rinchiusi nei lager libici o
abbandonati a morire di sete nel deserto o in mezzo al mare, lo stesso.
Sono cambiato, penso che ogni resistenza all’ingiustizia e all’oppressione,
debba produrre vita e mai morte. Anche nelle forme più dure, debba essere
l’espressione dell’altrove e del tutt’altro da ciò che si propone di combattere.
L’essenziale è una necessità per attraversare questo deserto. Non riesco più ad
appassionarmi su “di chi è la colpa”, “chi ha cominciato prima” e su tutte le
infinite sovrastrutture che mi allontano da ciò che sento dentro. Una strage è
una strage. Uccidere un bambino è uccidere un bambino. Volerli uccidere tutti è
volerli uccidere tutti. Lascio che l’immagine dei loro occhi, sotto le bombe o
sotto il tiro di assassini della porta accanto, prenda tutta la scena e tutta la
sostanza. Vorrei avere il coraggio di quel signore musulmano, Ahmed al Amhed,
che si è gettato su uno dei carnefici per disarmarlo. Questo è per me oggi
resistenza. Rivoluzione. Essere fragile e in minoranza sento che sono la mia
salvezza.
--------------------------------------------------------------------------------
LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI AMADOR FERNÀNDEZ-SAVATER:
> La distruzione dell’empatia
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo L’essenziale. Come resistere al programma di ri-educazione proviene
da Comune-info.