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CNDDU: caporalato, sistema criminale e cultura costituzionale della legalità
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il dibattito sul caporalato debba oggi compiere un deciso salto di qualità sul piano culturale, giuridico e scientifico. Le più recenti ricerche nell’ambito dell’economia del lavoro, della sociologia economica, della criminologia e del diritto del lavoro convergono infatti nel delineare un quadro profondamente diverso rispetto a quello che, fino a pochi anni fa, interpretava il fenomeno come una semplice forma di intermediazione illecita della manodopera. Il caporalato è oggi riconosciuto come un sistema complesso di governance illegale del lavoro, capace di inserirsi nelle fragilità dei mercati, nelle asimmetrie delle filiere produttive e nei processi di esternalizzazione dell’attività economica, trasformando la vulnerabilità sociale in un fattore di profitto. Gli studi presentati nel VII Rapporto “Agromafie e Caporalato”, discussi nel corso del 2025 anche nell’ambito di iniziative scientifiche promosse dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, insieme alle analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dell’INAPP, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e alle Relazioni della Direzione Investigativa Antimafia, restituiscono un’immagine del fenomeno ben più articolata rispetto al passato. Il caporalato non coincide più con la sola figura del caporale né può essere letto esclusivamente come un insieme di violazioni penalmente rilevanti. Esso rappresenta il segmento più visibile di un sistema economico nel quale convergono criminalità organizzata, imprese irregolari, intermediazioni fittizie, filiere frammentate e sfruttamento della forza lavoro, con effetti che incidono sull’intero assetto economico e sociale del Paese. Questa evoluzione riflette le profonde trasformazioni dell’economia contemporanea. Le organizzazioni criminali mostrano una crescente capacità di adattarsi ai processi di globalizzazione, operando attraverso reti imprenditoriali, società di comodo, subappalti, piattaforme logistiche e articolati sistemi di intermediazione che rendono sempre più labile il confine tra economia legale ed economia illegale. Lo sfruttamento del lavoro non rappresenta più un’anomalia del mercato, ma diventa una strategia competitiva attraverso la quale si comprimono i costi di produzione, si alterano le regole della concorrenza, si alimentano fenomeni di evasione fiscale e contributiva e si rafforza il potere economico delle organizzazioni criminali. Secondo le più recenti elaborazioni, il volume d’affari riconducibile alle agromafie supera ormai i 25 miliardi di euro, mentre la filiera agroalimentare italiana sviluppa un valore economico superiore ai 620 miliardi di euro. Le stime disponibili indicano inoltre la presenza di circa duecentomila lavoratrici e lavoratori irregolari nel comparto agricolo e un’incidenza ancora elevata di irregolarità nelle aziende sottoposte a controllo ispettivo. Tali dati non rappresentano soltanto indicatori quantitativi, ma evidenziano il costo economico e sociale di un sistema che sottrae risorse alla fiscalità generale, altera il corretto funzionamento del mercato, penalizza le imprese che operano nel rispetto della legge e compromette la qualità dello sviluppo. Le analisi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro evidenziano inoltre come il lavoro forzato e lo sfruttamento producano profitti illeciti di dimensioni globali, mentre gli studi dell’INAPP sottolineano come precarietà, marginalità sociale, fragilità contrattuale e povertà educativa costituiscano fattori che amplificano il rischio di sfruttamento. Ne deriva una considerazione fondamentale: il caporalato non sfrutta soltanto la vulnerabilità delle persone, ma tende a riprodurla, alimentando un circuito nel quale esclusione sociale, dipendenza economica e ricattabilità diventano elementi funzionali alla permanenza del sistema. Alla luce di tali evidenze, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il contrasto al caporalato non possa esaurirsi nella pur necessaria azione repressiva. Le indagini giudiziarie, i controlli ispettivi e le misure sanzionatorie intervengono quando il danno è già stato prodotto. La vera sfida consiste nel rafforzare gli anticorpi culturali della società, sviluppando una diffusa cultura costituzionale della legalità capace di prevenire le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento. La legalità non può essere concepita esclusivamente come rispetto formale delle norme. Essa rappresenta una competenza civica e giuridica che consente di comprendere il significato economico e sociale dei principi costituzionali, di interpretare criticamente il funzionamento dei mercati, di riconoscere i limiti dell’iniziativa economica privata posti dalla tutela della dignità della persona e di comprendere che libertà d’impresa e giustizia sociale non costituiscono valori contrapposti, bensì principi destinati a integrarsi reciprocamente all’interno dell’ordinamento costituzionale. In questa prospettiva la scuola è chiamata a svolgere una funzione strategica. Non soltanto luogo di trasmissione del sapere, ma laboratorio di formazione della coscienza costituzionale delle nuove generazioni. È nella scuola che gli studenti possono acquisire gli strumenti per comprendere come il diritto non sia un insieme astratto di disposizioni normative, ma il linguaggio attraverso il quale la Repubblica disciplina i rapporti economici, tutela il lavoro, garantisce l’uguaglianza sostanziale e assicura che la libertà economica non si trasformi in abuso o sfruttamento. Particolare rilievo assume, in questo contesto, il contributo dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche. Essi svolgono una funzione essenziale nell’accompagnare gli studenti alla comprensione delle trasformazioni del lavoro, dei processi economici, del ruolo delle istituzioni, della responsabilità sociale dell’impresa e delle connessioni tra diritto, economia e democrazia. Attraverso lo studio della Costituzione, del diritto del lavoro, dell’economia politica e dell’Educazione civica, i docenti contribuiscono a formare cittadini capaci di riconoscere i segnali dello sfruttamento, di comprendere il valore della concorrenza leale e di interpretare criticamente i fenomeni complessi che caratterizzano la società contemporanea. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone pertanto di rafforzare, nell’ambito dell’Educazione civica, percorsi dedicati all’analisi delle trasformazioni del lavoro, dell’economia e delle filiere produttive, valorizzando il contributo delle discipline giuridiche ed economiche nella costruzione di una cittadinanza pienamente consapevole. Comprendere i meccanismi attraverso i quali le economie criminali si inseriscono nei mercati significa infatti sviluppare quella capacità critica che costituisce il più efficace strumento di prevenzione. La lotta al caporalato non si gioca esclusivamente nelle aule di giustizia. Si gioca anche nelle aule scolastiche, dove si forma la coscienza civile delle nuove generazioni. Una società capace di leggere il mercato attraverso i principi della Costituzione è una società meno esposta alla normalizzazione dello sfruttamento. Per questa ragione il CNDDU rinnova il proprio impegno affinché la cultura giuridica diventi sempre più patrimonio diffuso e strumento di partecipazione democratica, nella convinzione che il diritto, prima ancora di reprimere l’illegalità, abbia il compito di formare cittadini consapevoli, liberi e responsabili. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
Napoli, dal dolore del lutto all’attivismo collettivo
Dall’esperienza di Paolo Siani e dalla memoria di Giancarlo Siani nasce una riflessione sulla legalità come spazio di cura, responsabilità e trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il pensiero critico dona, a mio parere, la facoltà di analisi delle cose del mondo non solamente per come appaiono all’individuo, ma per la loro stessa sostanza e per l’essenza di cui sono fatte. Questo pensare indipendente, libero e profondo costituisce la scena del dubbio e della riflessione e non necessariamente rompe d’improvviso gli equilibri stabiliti, ma può costruire, invece, il legame con la verità dell’umano e strutturarne una rete comunitaria nuova che tenta la via del giusto e del bene. A Napoli l’incontro con Paolo Siani – pediatra, politico, fratello di Giancarlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra – ha svelato l’importanza dei sentimenti e il senso di una memoria viva che immagina il passato come esperienza di cambiamento e fonte centrale di un futuro ricco di vita. Probabilmente, è qui che si trova il senso delle Piazze della Legalità come proposta di luoghi in cui si incontrano pratiche educative e culturali che diventano espressioni spontanee della realtà. Spazi che animano i cittadini in un dialogo comprensivo delle diversità e in ascolto dell’eterogeneità. La Legalità intesa come costruzione di relazioni di pace per la pace, in cui l’altro, sentito tante volte inquietante, resta vivo in ognuno di noi: sono i quartieri deprivati di Napoli derubati della parola e delle emozioni, quartieri in cui proliferano cicatrici simbolo di emarginazione e di degrado, dove la speranza, però, è sempre sognata come conquista di libertà. L’idea della Legalità sembra dirci che il dolore della perdita può diventare energia trasformata e trasformabile in attivismo collettivo che, attraverso il processo del lutto, sia al servizio di uno Stato di diritto e di un governo-in-agorà di condivisioni e dibattiti, di una società in cui circoli la δικαιοσύνη, virtù dell’essere giusti e dell’equilibrio interiore, legame tra bellezza, armonia e giustizia dove etica ed estetica sono in contiguità per il buon vivere comune. A. Camus, nel 1951, scrive: “Il ribelle respinge la servitù e si afferma uguale al padrone. Vuol essere padrone a sua volta”. “L’essere contro”, molte volte, non basta e il restare in opposizione non è sempre sufficiente. Bisognerebbe, forse, includere la parte del mondo escluso e tenuto ai margini, progettare una terza strada garante del diritto alla continuità della vita, uno Stato che nel suo esistere pratichi il fare eterogeneo e differente, plurale. Non credo che Camus demonizzi la rivolta e il moto di ribellione interiore, ci allerta, però, rispetto all’azione collettiva quando insorge e prova a indicarci un sentiero che va oltre e al di là del rivoluzionario. Sembra farci intravedere, tra le righe del discorso, un passaggio incompiuto e capace di avviare uno sforzo nell’uomo che cerca la propria umanità smarrita, una possibilità come terza via, appunto, oltre il male e il bene. L’alternativa sarebbe fermarsi, purtroppo, alla rabbia distruttiva di un lutto mai elaborato, ripetitivo e, perciò, mortale che va verso il nulla e l’annichilimento. Immaginiamo un processo di accettazione di ciò che è mancante e fragile, che appartiene a ogni essere umano che desidera arrivare alla virtù dell’essere giusti: ebbene, in ognuna di queste persone esisterà una lotta interiore tra la parte buona e quella cattiva e la risposta sarà, spesso, che è l’altro il cattivo, non noi. È a questo punto che ci viene in soccorso l’antica Grecia, di nuovo, con il concetto di ἁμαρτία. L’individuo compie un errore tragico in cui non c’è colpa né peccato, ma una valutazione inesatta o distorta della realtà che innesca rovina e catastrofe. Il crimine e le azioni criminali sono, in questo senso, segni indelebili di rotture nei quartieri marginali e tenuti abbandonati; in questo senso, il significato della Legalità diventa un’azione verso un presidio che sia spazio accessibile per la prevenzione dell’atto criminale e del vivere con il male, nel senso del fare nocivo, un luogo che accoglie non solo chi già conosce un buon modo di stare al mondo, ma anche chi vuole comprendere una nuova lingua, un linguaggio d’amore e non di morte per non morirne. Ci chiediamo se esiste un dolore che non rivendica altro male ed esclusione sociale, ma che agisca per il superamento del sentire bruto dell’uomo. La speranza è che si continui a lottare insieme con chi non ha avuto mai voce, con chi ha avuto la parola e l’ha usata solo come lettera morta e desolata, con chi ha solo distrutto e non ha ancora costruito. Nessuno, in definitiva, è un giustiziere e nessuno, al tempo stesso, può tracciare una linea netta tra il buono e il cattivo perché è su questo confine delicato che si gioca la posta della vita, sulla soglia di un lavoro verso il divenire animale umano in cui si possa evolvere e provare a non lasciare indietro nessuno, o quasi. La Legalità ha molto a che fare, quindi, con le azioni in soccorso dei più fragili, degli ultimi, degli esclusi e degli svantaggiati in attesa che il proprio desiderio possa nascere e svegliarci tutti, finalmente. Può significare, però, stare in rapporto con l’eroe del negativo e il suo legame con la pulsione di morte, un’energia distruttiva in cui “l’alternarsi di illusione e delusione” ripete infinitamente un circolo di frustrazioni che rimandano a un futuro assente e che mai arriverà per lui, un eroe che, in fondo, nel suo opporsi senza freni alla vita, in una ripetizione di sofferenza per sé e per gli altri, cerca l’amore come forza generatrice che superi l’onnipotenza e la perdita. Quanto è difficile, allora, aver fiducia in una società buona, giusta e responsabile, in una comunità “benevola” in cui pesa l’aspetto costruttivo dell’uomo che non resta imprigionato dentro un dolore che muove solo rabbia e distruzione: è il giusto che rischia, qualche volta, di diventare esso stesso un crimine se è un’azione senza pensiero in cui l’altro-estraneo-diverso è ucciso e fatto fuori dentro un modo-di-fare esso stesso impoverito. M. Serao ci ricorda molto bene la mancanza di uno Stato giusto quando scrive: “Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, […], per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, […], non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla”. È una donna che prende parola, un animo giovane che attraversa il tempo e i confini e sembra dirci che una città è sicura se vive la bontà del suo essere umano che ci restituisce la capacità di sentire l’altro amico e non nemico. Così vive Napoli quando il lutto traccia la via per la costruzione e la riparazione dei suoi morti ammazzati: come può vivere la perdita una città che da sempre è divisa tra buoni e cattivi? La dinamica del lutto vuole uno sconfinamento del narcisismo e dell’onnipotenza e solo se diventiamo mortali conquistiamo il diritto di pensare il limite, garanzia di una vita viva che inglobi la necessità di non avere martiri né eroi, ma uomini e donne che siano di riferimento per la storia. Forse, è proprio la bontà e l’essere giusti insieme che abilitano l’uomo a non addormentarsi evolvendo il suo essere originario-primitivo. L’augurio è che il Presidio/Piazza di Legalità sia in difesa e fonte di acquisizione dei diritti e dell’accoglienza del diverso, un luogo di equità in cui l’istituzione viva del suo imparare a stare con la bellezza come ingrediente unico di disarmo. Probabilmente, è “dal basso” che si può ricevere, in via preventiva, un patto di non belligeranza, è nella possibilità di nutrire il pensiero analitico e libero all’interno delle scuole, delle università, delle associazioni culturali e politiche, dei centri di sperimentazione delle arti e mestieri, delle società di ricerca filosofica, medica e psicologica: luoghi attivi per una comunità che educa con la pace e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, sempre. Fonti * Camus A. (1951). L’uomo in rivolta. Bompiani, Milano, 1976. * Fabozzi P. Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott. E oltre. FrancoAngeli, Milano, 2024. * Fraire M. / Baldassarro A. (a cura di). Perché il male. La psicoanalisi e i processi distruttivi. Mimesis, Milano, 2017. * Freud S. (1907). Gradiva. Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen. Bollati Boringhieri, Torino, 2015. * Serao M. (1884). Il ventre di Napoli. BUR, Milano, 2018. Antonella Musella
June 22, 2026
Pressenza
“Non interferite”: il sangue dei preti sull’altare delle mafie
Alla libreria IoCiSto di Napoli, Don Marcello Cozzi presenta il suo libro sulle storie dimenticate dei sacerdoti uccisi dalla criminalità organizzata. Con lui Luigi de Magistris, in un confronto sul valore della memoria, della testimonianza e della giustizia. L’ordine è semplice, quasi burocratico. Due parole appena, per una condanna. Eppure, dentro quelle due parole c’è una storia lunga oltre un secolo. Una storia fatta di minacce, di sangue, di silenzi costruiti con pazienza e di memorie che qualcuno ha tentato di cancellare. Non interferite. Il sangue dei preti sull’altare delle mafie è il titolo del libro di Don Marcello Cozzi, presentato il 9 giugno nella libreria IoCiSto di Napoli, luogo che da anni rappresenta uno spazio di confronto culturale e civile, in un incontro che ha assunto rapidamente il valore di qualcosa di più di una semplice presentazione editoriale. Accanto all’autore, Luigi de Magistris, magistrato prima e sindaco poi, uomo che conosce bene il costo personale che comporta la scelta di non voltarsi dall’altra parte. A condurre la conversazione, chi scrive. Il titolo nasce da una frase pronunciata da un collaboratore di giustizia e, quasi in un inquietante cortocircuito della realtà, dalla stessa frase che Don Marcello trovò scritta in una lettera che gli fu recapitata, accompagnata da un proiettile. Non interferite. Non interferite è il messaggio che le mafie hanno rivolto per decenni a chiunque provasse a spezzare il patto del silenzio, l’equilibrio del potere criminale. Magistrati, giornalisti, amministratori, sindacalisti e sacerdoti, soprattutto sacerdoti. Perché il libro di Don Marcello Cozzi racconta una storia che perfino l’Italia conosce solo in parte: quella dei preti uccisi dalle mafie. Non soltanto i nomi ormai entrati nella memoria collettiva, come Don Pino Puglisi o Don Peppe Diana, ma anche decine di figure quasi scomparse dagli archivi pubblici e dalla coscienza civile del Paese. L’autore, sacerdote lucano da sempre impegnato sui temi della legalità e della giustizia sociale, ha raccontato il lungo lavoro che ha preceduto la stesura del volume. Un lavoro che assomiglia più a una ricerca archeologica che a una semplice indagine storica. Archivi dimenticati, documenti dispersi, cronache locali, testimonianze sepolte dal tempo. Un paziente percorso di ricostruzione che ha consentito di restituire un volto e una storia a quattordici sacerdoti uccisi dalle mafie nell’arco di oltre un secolo e mezzo. Sacerdoti assassinati per aver difeso contadini sfruttati, per aver denunciato soprusi, per aver ostacolato interessi criminali, per aver semplicemente interpretato il Vangelo come una chiamata all’azione e non come un rifugio. Nel corso dell’incontro, l’autore ha più volte richiamato il ruolo della Chiesa e l’evoluzione della sua coscienza sociale. Un percorso che attraversa più pontificati e che trova una delle sue radici nell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Da quel momento nasce una figura nuova di sacerdote, il cosiddetto “prete sociale”, impegnato non soltanto nell’assistenza spirituale ma anche nella difesa concreta delle persone più fragili. Molti dei sacerdoti raccontati nel libro appartengono proprio a questa tradizione. Uomini che, già nel lontano 1862, avevano compreso come il Vangelo non potesse limitarsi a una predicazione astratta. Difendere i diritti dei contadini, contrastare l’usura, promuovere cooperative, denunciare soprusi significava tradurre il messaggio evangelico nella vita reale. Una scelta che li ha portati inevitabilmente a entrare in conflitto con i poteri criminali. Don Marcello ha ricordato poi la forza delle parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Quel celebre appello ai mafiosi, quel “convertitevi” gridato davanti al mondo intero, segnò una frattura simbolica importante nei rapporti tra la Chiesa e le organizzazioni criminali. Accanto a quella voce si sono poi collocate quelle di Papa Francesco e, più recentemente, di Papa Leone XIV, richiamati dall’autore come punti di riferimento di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, ad abitare le periferie umane e sociali, a non sottrarsi ai conflitti che nascono dalla difesa della dignità delle persone. Ma ben presto il libro è diventato soltanto il punto di partenza per una riflessione più ampia sul valore della memoria, sul coraggio della testimonianza e sul prezzo che spesso pagano coloro che decidono di non voltarsi dall’altra parte. Molti dei sacerdoti raccontati da Don Marcello non sono stati soltanto assassinati. Sono stati delegittimati. Infangati. Trasformati in uomini ambigui. È proprio questo uno degli aspetti più significativi del libro. La mafia uccide due volte. La prima con le armi. La seconda attraverso l’oblio. Sulle loro vite sono state fatte circolare insinuazioni, menzogne, sospetti. Se la vittima perde credibilità, se il suo nome viene associato a dubbi e ombre, allora anche il suo sacrificio perde forza. Durante la conversazione è emerso con chiarezza come questo schema non appartenga soltanto alla storia delle mafie. Luigi de Magistris ha riconosciuto in quelle pagine una dinamica che conosce bene. Nel corso della sua attività di magistrato, soprattutto durante alcune delle più delicate inchieste che lo hanno visto impegnato contro sistemi di potere radicati, ha sperimentato sulla propria pelle il peso della delegittimazione. Non sempre chi dà fastidio viene eliminato fisicamente. Talvolta si tenta di distruggerne la credibilità. Lo si isola. Lo si ridicolizza. Lo si trasforma nel problema da combattere. Le parole di de Magistris hanno stabilito un ponte ideale tra le storie raccontate nel libro e molte vicende contemporanee. Cambiano i contesti, cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Colpire chi denuncia. Indebolire chi cerca la verità. Convincere l’opinione pubblica che sia meglio diffidare di chi pone domande scomode. È in questo passaggio che il libro di Don Marcello supera il confine della ricostruzione storica per diventare uno strumento di lettura del presente. Forse proprio per questo il libro colpisce così profondamente. Perché racconta vicende che appaiono quasi incredibili e che invece sono accadute davvero. Eppure, più delle storie di morte, ciò che resta impresso è la domanda che attraversa tutte le pagine del volume. Che cosa significa interferire? La risposta offerta dall’autore è tanto semplice quanto radicale. Interferire significa assumersi una responsabilità. Significa rifiutare l’indifferenza. Significa non accettare che il male diventi un elemento naturale del paesaggio. I sacerdoti raccontati nel libro hanno interferito perché hanno scelto di vedere ciò che altri fingevano di non vedere. Per questo il messaggio contenuto nel titolo non riguarda soltanto le mafie. Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni società produce continuamente il proprio invito al silenzio. È un richiamo rassicurante, talvolta persino seducente, terreno fertile per ogni forma di sopraffazione. In un tempo attraversato da guerre, disuguaglianze crescenti e crisi democratiche, il tema della pace non può essere separato da quello della giustizia. La pace non coincide solo con l’assenza di conflitto. Coincide anche con la capacità di costruire società nelle quali la dignità umana venga difesa e la verità non venga sacrificata alla convenienza. Alla luce di tutto ciò, il lavoro di memoria compiuto da Don Marcello Cozzi assume un significato che va oltre il contesto. Restituire un nome a chi è stato cancellato, riportare alla luce vite che qualcuno avrebbe voluto sepolte per sempre, significa opporsi alla violenza nel suo esito più estremo, quello che non si accontenta di uccidere una persona ma pretende di cancellarne perfino il ricordo. Alla fine dell’incontro, più che le risposte, sono rimaste le domande. E forse è questo il risultato migliore che un libro possa ottenere. Costringerci a scegliere da che parte stare. Se dalla parte di chi chiede silenzio, o dalla parte di chi continua, ostinatamente, a interferire. Federica Flocco
June 11, 2026
Pressenza
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
Pressenza
Casa GLO: la villa confiscata al boss Zaza diventerà una comunità energetica
Un nuovo ecosistema di inclusione a Casa GLO, con più spazi, agricoltura sociale e fattoria didattica Trasformare uno spazio liberato dalla criminalità in un ecosistema di opportunità, autonomia e comunità, per raddoppiare i partecipanti alle attività. Il Comune di Napoli ha affidato alla cooperativa L’Orsa Maggiore anche i piani sottostanti de “La Gloriette”, la villa confiscata al boss della camorra Michele Zaza, trasformata nel 2010 in servizio diurno per persone vulnerabili con problemi di autonomia, e il terreno agricolo annesso di 11mila mq, che diventerà un’oasi della biodiversità con orto coltivato e fattoria didattica. I nuovi progetti sono stati annunciati durante la presentazione dello studio “Esperienze e nuove sfide. Per riflettere sul riutilizzo sociale del bene confiscato e condividere buone pratiche”, curato da Gianluca Bove e Nicoletta Gasparini de L’Orsa Maggiore. All’incontro, moderato dalla giornalista Serena Bernardo, hanno partecipato Francesca D’Onofrio, presidente de L’Orsa Maggiore; Antonio De Iesu, assessore alla Legalità del Comune di Napoli; Simona Di Monte, avvocato generale presso la Corte d’Appello di Napoli; Nunzia Ragosta, dirigente del Servizio beni confiscati del Comune di Napoli; Davide D’Errico, consigliere della Regione Campania; Carlo Borgomeo e Stefano Consiglio, della Fondazione Con il Sud; Natalia Sanna, dell’Ordine dei Medici Veterinari della provincia di Napoli. «Il circuito si deve chiudere – ha dichiarato De Iesu -: dalle confische è necessario arrivare in tempi brevi all’assegnazione ad associazioni strutturate come Casa GLO. Si tratta di uno dei beni più preziosi che abbiamo, non solo per la bellezza del luogo, ma soprattutto per le eccezionali attività formative per persone con disabilità e vulnerabilità tra i 25 e i 30 anni». Le nuove attività riguarderanno: cura dell’orto e degli animali, manutenzione degli spazi e delle attrezzature, accoglienza della comunità nella fattoria didattica, raccolta, trasformazione e confezionamento di prodotti a km 0. Le attività agricole saranno gestite dai partecipanti di Casa GLO, affiancati da operatori agricoli di Tenuta Melofioccolo e operatori sociali de L’Orsa Maggiore. «Va sottolineato – ha detto Di Monte – che non solo si lavora al sequestro e alla confisca di un bene appartenuto alla camorra, ma soprattutto bisogna ragionare sul valore della giusta restituzione alla comunità e sulla sua valorizzazione. La sottrazione del bene ritorna alla collettività, e quelle spese, anche economiche, che la comunità ha subito vengono ricompensate con la restituzione e con le attività intraprese. La destinazione a uso sociale, come i progetti messi in campo da Casa GLO, deve essere il punto esclamativo di un messaggio che le istituzioni devono lanciare». Ogni spazio è progettato per attivare autonomia, competenze e protagonismo nelle persone che partecipano alle attività. Il progetto unisce competenze complementari: lavoro sociale e autonomia (L’Orsa Maggiore), ricerca e advocacy sui diritti (Centro Studi della Fondazione Rut), consulenze e orientamento (Tutti a Scuola ODV), agricoltura sociale e sostenibilità (Tenuta Agricola Melofioccolo). Dallo studio presentato è emerso che la composizione per età dei partecipanti alle attività di Casa GLO mostra nel tempo uno “spostamento in avanti”, collocando la percentuale maggiore dopo i 30 anni. Nel centro giungono anche richieste di inserimento per persone adulte, ultraquarantenni, per le quali i familiari chiedono spazi di incontro. Inoltre, un ampio spazio è stato dedicato all’analisi delle famiglie per comprendere il contesto di vita prevalente dei giovani, osservarne le risorse e i punti di fragilità. Il 93% dei giovani risiede a Napoli e proviene dall’area flegrea (28% tra Municipalità 9 e 10) e dal territorio limitrofo alla sede (39% tra Municipalità 1 e 5). Ciò si spiega sia per la collocazione territoriale, che facilita l’accesso, sia per la cooperazione storica della cooperativa con i servizi socio-sanitari e le scuole delle Municipalità 1 e 5. Il 7% viene dall’area metropolitana. Inoltre, si rileva una certa prevalenza di genere maschile. Redazione Napoli
March 24, 2026
Pressenza
Legalità è futuro: Nicola Gratteri incontra gli studenti a Sant’Anastasia
Educare alla legalità per costruire il domani. Era gremita la sala convegni del complesso di Madonna dell’Arco, a Sant’Anastasia, che sabato ha ospitato l’incontro “Legalità è futuro: educare alla legalità”. Un confronto sulle dinamiche di reclutamento dei giovani da parte delle organizzazioni criminali e sul tema della difesa dei diritti e della sicurezza, con particolare attenzione alle nuove generazioni. L’iniziativa, promossa dalla sezione ANPI di Sant’Anastasia “Caduti della Flobert”, ha visto protagonisti gli studenti dei licei di Somma Vesuviana e Sant’Anastasia che hanno incontrato il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata. La sala era così piena di giovani, docenti e cittadini che, per permettere a tutti di partecipare, il procuratore Gratteri ha invitato gli studenti a sedersi anche a terra davanti al palco, trasformando l’incontro in un momento di dialogo diretto e informale. Ad aprire l’incontro il saluto della presidente dell’ANPI Maria Elena Capuano, che ha ringraziato Gratteri per la sua presenza e per il lavoro che svolge nella difesa della legalità e della Costituzione. «La gente crede nella magistratura e nella giustizia, c’è tanta voglia di legalità», ha sottolineato, ricordando come la criminalità organizzata rappresenti una minaccia spesso silenziosa e capace di adattarsi ai cambiamenti della società, utilizzando modelli e linguaggi che attraggono soprattutto i più giovani. Un fenomeno che richiede un impegno costante delle istituzioni e della società civile. «Dobbiamo sostenere uomini e donne che ogni giorno mettono a rischio la propria vita nella lotta alla criminalità e nella difesa della Costituzione. La legalità va distillata goccia a goccia nei cuori e nelle menti dei ragazzi». Il valore della libertà e dell’impegno civile è stato richiamato anche da Ciro Liguori, presidente dell’associazione “Caduti della Flobert”, la fabbrica di proiettili e lanciarazzi che esplose l’11 aprile 1975 causando 13 vittime e lasciando una ferita profonda nella comunità di Sant’Anastasia. «La libertà è come l’aria», ha ricordato citando Piero Calamandrei, «ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Un invito rivolto ai ragazzi a difendere la libertà attraverso l’impegno quotidiano per la legalità. A coordinare l’incontro il giornalista Rai Claudio Pappaianni, che ha esortato gli studenti a essere protagonisti del proprio futuro: «Impossessatevi del vostro futuro». Perché la mafia si combatte anche attraverso lo studio e la conoscenza. Nel suo intervento Nicola Gratteri ha parlato direttamente ai ragazzi, sottolineando il valore dell’onestà e dell’esempio che nasce innanzitutto in famiglia. «La legalità si costruisce ogni giorno attraverso piccoli gesti quotidiani e attraverso ciò che i giovani vedono in casa». Il magistrato ha insistito sull’importanza della cultura e dell’istruzione: solo un giovane solido dal punto di vista etico e culturale può resistere alle lusinghe della criminalità organizzata e non cadere nella trappola del facile guadagno. Gratteri ha richiamato anche i rischi di una società dominata dal culto del denaro e dall’influenza dei modelli diffusi sui social network. «Spesso i ragazzi sono soli e diventano figli di internet, inseguendo un mondo fatto di illusioni dove si ammira chi ha soldi e ricchezza come unico modello di successo». Per spiegare concretamente le conseguenze di certe scelte, il procuratore ha raccontato la storia di un ragazzo che, attratto dai soldi facili, aveva iniziato a fare il corriere della droga finendo poi nella spirale del carcere. Un carcere che, ha spiegato, non sempre riesce a recuperare chi ha sbagliato e rischia di spingerlo ancora più a fondo nella vita criminale quando, una volta fuori, non trova alternative. «Non è una bella vita quella del garzone di camorra», ha sottolineato. Il magistrato ha ricordato come Napoli sia una città ricca di energia, cultura e vitalità ma anche una città dove la violenza criminale è ancora presente. I ragazzi sono esposti a modelli distorti e per questo è fondamentale il lavoro congiunto di istituzioni, forze dell’ordine, scuola, terzo settore e Chiesa per creare contesti educativi e sociali alternativi. Gratteri ha ricordato anche l’impegno del cardinale Domenico Battaglia, «che ogni giorno lavora per non lasciare solo nessuno, soprattutto gli ultimi e chi vive nelle periferie sociali». Particolarmente significativo è stato il momento dedicato alle domande degli studenti. Un dialogo diretto e sincero che ha toccato anche il tema del mondo digitale e delle nuove modalità con cui la criminalità si muove online. «Si può fermare la mafia?» ha chiesto uno studente. Gratteri ha spiegato che è possibile colpire e ridurre le organizzazioni criminali, ma più difficile è sradicare la mentalità mafiosa, che si alimenta soprattutto nei contesti di povertà e mancanza di istruzione. Il procuratore ha inoltre evidenziato le difficoltà del sistema giudiziario e carcerario, sottolineando come molti detenuti siano persone con problemi di tossicodipendenza o disturbi mentali che avrebbero bisogno di percorsi di recupero e strutture adeguate. Alla domanda su cosa dovrebbe fare oggi un ragazzo per costruire il proprio futuro nel segno della legalità, Gratteri ha risposto con chiarezza: studiare molto e credere in sé stessi. «Studiate tanto, soprattutto se siete figli di nessuno». Una studentessa gli ha chiesto se sceglierebbe ancora di fare il magistrato nonostante le minacce ricevute nel corso della sua carriera. «Sì. Fare il magistrato è meraviglioso: significa lavorare per la legge e per la giustizia». Un impegno che comporta sacrifici e limitazioni nella vita personale, ma che gli consente di sentirsi «un uomo libero perché lavoro per gli altri». Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei social network. Gratteri ha spiegato che le organizzazioni criminali hanno compreso da tempo il potere della comunicazione online e utilizzano i social per costruire consenso e visibilità. Ha ricordato anche il ruolo della narrazione culturale: film come Il Padrino, pur essendo capolavori artistici, hanno contribuito a diffondere l’idea di una mafia dotata di un codice d’onore, mentre in realtà la mafia vive in modo parassitario. Infine ha evidenziato l’eccellenza delle forze investigative italiane ma anche la necessità di investire di più nella formazione e nelle competenze tecnologiche per affrontare le nuove sfide della criminalità. Rivolgendosi ai ragazzi ha lanciato anche un invito: coltivare le competenze informatiche e valutare la possibilità di entrare nelle forze dell’ordine, dove c’è grande bisogno di giovani preparati. L’incontro si è concluso con un messaggio chiaro agli studenti: la legalità non è un principio astratto ma una scelta quotidiana che passa dallo studio, dalla consapevolezza e dalla responsabilità personale. Dal pubblico è arrivata anche una domanda sul tema della giustizia, ma il procuratore ha spiegato di essere lì per dialogare con i ragazzi di legalità e non per parlare di referendum. Il lungo applauso finale dei ragazzi è stato il segno di una partecipazione autentica e di un interesse concreto verso i temi della legalità, della giustizia e della responsabilità civile. Gina Esposito
March 15, 2026
Pressenza
L’Arma dei carabinieri di nuovo in cattedra. Lezioni di legalità in provincia di Reggio Emilia
Ancora una volta i carabinieri sono saliti in cattedra e questa volta è toccato a delle scuole elementari di Ventoso e a delle medie di Arceto, due frazioni della cittadina di Scandiano in provincia di Reggio Emilia. Il tema trattato è stato immancabilmente quello della legalità: dalla droga all’alcol, dal cyberbullismo al bullismo, fino ad arrivare alla legalità ambientale e alla sicurezza stradale. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci domandiamo perché temi così complessi debbano essere affidati all’Arma dei carabinieri quando la società civile è ricca di enti e associazioni che si impegnano quotidianamente per contrastare questi fenomeni con passione e competenza. Affrontare delicate questioni come quelle appena citate partendo da un approccio legalitario, per di più rivolgendosi a studenti e studentesse tra l’infanzia e l’adolescenza, rischia di trasmettere un messaggio sbagliato, ossia che l’abuso di sostanze, il bullismo in tutte le sue forme, la mancanza di rispetto per l’ambiente e per gli altri siano semplicemente un problema di trasgressione delle leggi. Essi sono invece e innanzitutto collegati a profonde questioni culturali e a un disagio esistenziale che dilaga tra le giovani generazioni. È dunque ora che nelle scuole venga chiamato a parlare chi si occupa tutti i giorni di recuperare nelle periferie ragazzi e ragazze, chi combatte la violenza parlando di consenso e democrazia, chi si batte per andare più piano nelle città. Per tutte queste ragioni l’Osservatorio non può che continuare a denunciare la presenza delle forze armate all’interno delle scuole, in difesa di una pedagogia che aiuti a comprendere, condividere e costruire insieme le regole della comunità a cui ciascuno di noi appartiene. Solo così le regole potranno essere rispettate, non certo per il semplice timore di una sanzione. Fonte: https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/i-carabinieri-in-cattedra-per-742922d3. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Alveare di Bardonecchia, ospitalità e tante attività sociali
L’Alveare è gestito dall’associazione Liberamente Insieme Bardonecchia, che fa parte della rete di “Libera Piemonte – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Casa confiscata alla criminalità organizzata, dal 2016 è divenuta un bene comunale. E’ dedicata a Gian Carlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra e a Luciano Ferraris, grande educatore scout. Parliamo della sua storia e delle sue numerose attività con Adriana Ugetti, dell’Associazione Liberamente Insieme Bardonecchia. Sono passati dieci anni dall’apertura dell’Alveare. Quali attività avete svolto in questo periodo? L’Alveare è una “casa per ferie” da 24 posti letto, quindi diamo ospitalità principalmente a gruppi giovanili, per scelta, in quanto vogliamo rispondere alle tante richieste a prezzi “sociali” per dare la possibilità a tutti di poter venire qui. Grazie all’ospitalità che offriamo siamo economicamente indipendenti dal Comune di Bardonecchia e questo per noi è molto importante. Siamo orgogliosi di non pesare sulla comunità e di restituire il “maltolto”. I nostri ospiti sono i gruppi scout, parrocchiali, sportivi, universitari e negli ultimi anni tante scuole che vengono a Bardonecchia per conoscere il territorio e fare attività nella natura e all’Alveare. Collaboriamo con le associazioni del territorio e cerchiamo di coinvolgerle nelle nostre attività. Scopo della nostra associazione, che fa parte della rete di Libera, è anche promuovere una cultura della legalità. In questi anni abbiamo sempre partecipato alla Giornata Nazionale dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il 21 marzo, con una delegazione di ragazzi che parte da Bardonecchia. E in paese riviviamo quel momento con la lettura dei nomi delle vittime e la proiezione di un film, iniziative aperte a tutta la popolazione. Sempre per questo fine, offriamo a tutte le scuole medie di Bardo, Oulx e Sestriere percorsi di legalità portati avanti da Acmos, cooperativa di Libera. Partecipano alle nostre attività alcuni disabili mentali della Comunità di San Giorgio di Bardonecchia. Crediamo nella cittadinanza attiva e promuoviamo incontri “Informare per scegliere” in occasione dei Referendum. Quest’anno per il decennale vorremo offrire incontri e spettacoli teatrali formativi per le diverse fasce di età. Che relazione c’è con il Rifugio Fraternità Massi di Oulx? Una delle nostre attività si chiama Cucina Solidale: tutti i giovedì prendiamo l’invenduto al mercato e con un gruppo di volontarie cuciniamo minestroni, riso, uova sode che poi portiamo al Rifugio Fraternità Massi. Inoltre ospitiamo i volontari che passano alcuni giorni al Rifugio. Quali sono le attività attuali? Durante la settimana L’Alveare apre le porte per numerose attività sociali: * Doposcuola Elementari gestito dai volontari due giorni alla settimana. * Spazio Medie due giorni alla settimana, gestito da una cooperativa che retribuisce giovani di Bardo. * Laboratorio lana e fantasia un giorno alla settimana, con signore virtuose che fanno lavori per addobbare L’Alveare e il Palazzo delle Feste, berretti e guanti per i migranti di passaggio al Rifugio Massi e doudou, piccoli pelouche  per i neonati prematuri dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. * Un’altra attività della Cucina Solidale riguarda l’organizzazione di cene e momenti conviviali. * D’estate in giardino ospitiamo per una settimana “Il giardino delle storie”, laboratori teatrali e spettacoli per bambini, gratuiti aperti a tutti. * Concerti jazz e musica pop di gruppi musicali del territorio. * Sempre in estate si alternano i campi di EstateLiberi, di altre associazioni del Piemonte e di gruppi con disabilita. Anna Polo
March 12, 2026
Pressenza
PretenDiamo legalità: concorso della Polizia di Stato per le scuole. Riflessioni su obbedienza/punizione VS educazione
Se non esistesse il nostro Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non potrebbe fare notizia la nona edizione dell’iniziativa che, in «considerazione del positivo riscontro delle passate edizioni», il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, sta avviando sull’intero territorio nazionale. Apprendiamo che  questo progetto – PretenDiamo legalità – ha  nove anni di vita, che si tratta di un ciclo di incontri per «agli alunni delle scuole primarie, secondarie di primo e di secondo grado» con in cattedra la Polizia di Stato. Così recita la nota della Questura, in questo caso di Bergamo, inviata all’Ufficio Scolastico Regionale (USR) (clicca qui per il concorso). In totale sprezzo della autonomia delle scuole, se ancora vogliamo confidare nella legge che la regola e nella funzione degli Organi Collegiali nel definire il Piano dell’Offerta Formativa (PTOF), le articolazioni del progetto sono decise dalle questure per fasce di età e ordini scolastici «di concerto con il Ministero dell’Istruzione». Le scuole saranno individuate su un elenco fornito dall’USR: di aderenti volontari? Di dirigenti già considerati fidati, confidenti nella bontà dei percorsi? Del resto, i selezionatori-questurini avranno a che fare con dei referenti della scuola indicati da non si capisce chi. La legislazione scolastica non rientra nella cultura della legalità. Partiamo dal titolo, crasi assai suggestiva di pretendere e dare. La pretesa è prepotente, è potenza in atto prima di ogni riflessione in merito; il dare è donativo, paternalistico, pastorale. I contenuti previsti nel progetto sono un misto fra addestramento a individuare le minacce che ci circondano in strada, ovunque, e buonismo parrocchiale. Nella primaria, tenendo conto della sua elementarità basica, senza pretese, figura il parlar bene, le competenze soft utili allo stare in gruppo. Ma, in questo caso, quello a cui da sempre bada una brava Maestra, nella nota si chiama “Hate Speek“. In che consista il giocare – soprattutto oggi che le creature sono affascinate dai dispositivi – lo insegnano i poliziotti. Nella secondaria, la ex media e le superiori, il gioco si fa duro: qui si tratta di contrastare il cyberbullismo, magari dopo aver fatto vedere come si traccia vita natural durante un sospettato, come si raccoglie una testimonianza di molestie presentata da una ragazza, come si procede a un interrogatorio (bullismo da questura?). Ma forse siamo troppo poco indulgenti con le buone intenzioni dei percorsi proposti, sarà perché a furia di sentire e leggere di parità, di inclusione, di accesso ai diritti per il cittadino (escluso il migrante, ovviamente, dalla categoria), avvertiamo l’abuso semantico e politico in cui sono precipitati questi concetti. Richiamare i Principi della Carta Costituzionale, da vivere ogni giorno come recita il testo, dà molto da pensare in un Paese dove vigono norme di sicurezza durissime e si ascoltano continui echi di guerra, nel drammatico disprezzo per le madri e i padri che li scrissero, dopo la devastazione sociale prodotta dal Ventennio e a ridosso di una carneficina che ha prodotto nel mondo circa 85 milioni di morti. Per ben concludere, la nota ricorda il concorsone finale, ormai il paese è tutto un festival, vinti e vincitori, qualcuno merita di più, qualcuno è in fondo lista. A ben pensarci è sempre una questione di confini, di occupazione di territori, di abilitarsi come leader. Al di là della metafora incalza la vita vera, a questi valori orientata. Spendiamo qualche riflessione veloce su un tema che meriterebbe lo studio di interi trattati. La legalità rappresenta la corrispondenza fra un comportamento di qualsiasi tipo (verbale, fisico, singolare, collettivo) e una fonte di norme, e la legge. La legge nella sua anomia, erga omnes, nell’apparente equità, nell’indifferenza per la soggettività di coloro che esibiscono un comportamento, prevede obbedienza al suo mandato e punizione per il mancato rispetto. La legge segue una complessa via gerarchica di elaborazione. Nei Paesi che si definiscono democratici si incardina in complessi ordinamenti di cui le carte costituzionali sono la fonte primaria, segue protocolli di presentazione, discussione, approvazione, piuttosto complessi. Proprio per la macchinosità della sua vigenza e per l’impatto politico che produce, la legalità non sempre si conforma alla legittimità. Legale e legittimo nel nostro ordinamento giuridico non sono sinonimi. La legittimità, potremmo dire un po’ grossolanamente, è discussa, discutibile, oggetto di diatribe che portano in giudizio anche la legge dettata. Ma, né in questo né in altri progetti analoghi, si mette in campo un discorso che evidenzi queste delicate problematiche. Il Verbo è chiaro, non ammette chiaroscuri, ombre: da un lato chi conosce e amministra le procedure legali, dall’altro chi deve conformarsi, adattarsi. Naturalizzazione del comando, potremmo dire. Oggi il nostro Osservatorio riceve decine di segnalazioni quotidiane, spesso viene citato dai media, e questo forse dimostra che si è alzata la sensibilità  della società civile, del corpo docente, degli studenti  su questa invasione di divise nelle nostre scuole. Una presenza insinuante che contagia, che vampirizza saperi e conoscenze, facendo della legalità un meta-valore morale, categorico, ineludibile per il buon cittadino di oggi e di domani. Forse, se per alcuni anni, mentre maturava il clima giusto per ben nove tornate di incontri di questo tipo, ci siamo distratti, oggi dobbiamo stare sul pezzo, allertati, soprattutto come educatori, come adulti responsabili. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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