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Omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis, continuano le proteste contro l’ICE
Dopo aver passato tutta la notte facendo rumore, portando piatti, pentole, sirene, megafoni e casse sotto l’hotel in cui gli agenti dell’ICE alloggiano a Minneapolis per interrompere il loro “sonno tranquillo”, i manifestanti questa mattina si sono radunati davanti a un edificio federale utilizzato come base dall’ICE. Gli agenti anti-migranti hanno lanciato gas lacrimogeni e usato spray al peperoncino per allontanarli dall’edificio. Si registrano fermi e arresti. L’agenzia statale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Minnesota, che si occupa dei crimini di alto profilo, ha dovuto ritirarsi dalle indagini sull’uccisione di Renee Nicole Good, dopo che l’Fbi ha assunto il controllo del caso. Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha denunciato quello che appare un tentativo di insabbiamento: “Chiamiamo le cose con il loro nome: “Kristi Noem ha guardato i video e non vuole un’indagine imparziale perché sa che la sua narrativa sul terrorismo interno è una stronzata.” La gente di Minneapolis ha deposto fiori e acceso candele nel luogo dell’omicidio,  in un commosso omaggio unito allo sdegno e alla denuncia della brutalità dell’ICE. Manifestazioni di protesta si sono tenute anche a Houston, Cincinnati, Washington DC, Filadelfia, New York, Boston, Baltimora, Birmingham e altre città degli Stati Uniti. A poche ore dall’omicidio di Renee Nicole Good agenti federali dell’ICE hanno ferito una coppia in un veicolo davanti a un ospedale di Portland (Oregon), suscitando la protesta di centinaia di manifestanti. Il sindaco Keith Wilson ha chiesto la sospensione delle operazioni dell’ICE nella città: “Sappiamo cosa dice il governo federale su quanto è accaduto qui. C’è stato un tempo in cui potevamo credergli sulla parola. Quel tempo è ormai passato. Ecco perché chiediamo all’ICE di sospendere tutte le operazioni a Portland fino a quando non sarà possibile svolgere un’indagine completa e indipendente. La nostra comunità merita delle risposte. La nostra comunità merita che venga fatta chiarezza. E soprattutto la nostra comunità merita la pace.”   Redazione Italia
Varese, dopo mesi la verità: il presunto drone russo avvistato non è mai esistito
A fine marzo 2025, una spy-story prende forma attorno al Lago Maggiore, a Varese. Il Corriere della Sera pubblica in prima pagina l’esclusiva di un drone “russo”, modello ZALA 421, «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ospita il Joint Research Centre (JRC) dell’UE, minacciando segreti nucleari e industriali. È l’anticamera della famigerata “guerra ibrida” evocata dal ministro Crosetto, che rimbalza nei titoli allarmistici dei quotidiani che speculano sui sabotaggi putiniani. La Procura di Milano apre un’inchiesta. Nove mesi dopo, emerge la verità: nessun drone, nessun russo all’orizzonte. Solo un amplificatore GSM difettoso utilizzato da una famiglia della zona per migliorare la connessione internet della propria abitazione, che ha ingannato i sistemi anti-drone con falsi positivi. Le indagini, coordinate dal pool antiterrorismo milanese, hanno escluso qualsiasi velivolo reale: nessuna traccia nei radar, nessun testimone oculare, nessun drone, tantomeno “russo”. La Procura di Milano ha chiesto al Gip l’archiviazione dell’inchiesta aperta a fine marzo. È stato chiarito anche un ulteriore elemento inizialmente ritenuto sospetto: una Cadillac gialla individuata nei pressi del centro di ricerca. Gli accertamenti hanno stabilito che il veicolo apparteneva a un imprenditore in contatto telefonico con cittadini russi, poi risultati essere proprietari di ville nella zona, senza alcun legame con attività illecite. I titoli dei quotidiani, però, sono granitici quanto la certezza che la minaccia sui cieli dell’Ispra sia di matrice russa: “Il giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca UE sul Lago Maggiore. Cosa sappiamo” (La Stampa); “Drone russo in volo sul Lago Maggiore obiettivo il Jrc di Ispra” (Varesenews); “Un drone russo ha sorvolato il Centro europeo di ricerca sul Lago Maggiore” (Wired). E così via, in una sterminata serie di articoli copia e incolla. In un contesto dominato dalla propaganda, la realtà è stata piegata al sensazionalismo, arrivando a inventare dettagli di sana pianta, come il presunto modello del drone “russo”, attribuito arbitrariamente al ZALA Aero Group, un’azienda sanzionata dopo l’inizio dell’Operazione Speciale. Questa vicenda non è solo un errore tecnico, ma un esempio lampante di come i media mainstream, in preda a russofobia cronica, amplifichino echi vuoti per alimentare paure ataviche, creando allucinazioni collettive senza verificare fonti o attendere i fatti. Così, quotidiani blasonati e testate “autorevoli” hanno preso un’anomalia tecnica e l’hanno trasformata in un caso geopolitico, inseguendo pregiudizi ideologici e urgenze narrative. Il drone “russo” diventa una presenza data per certa, i sorvoli si moltiplicano sulle colonne dei quotidiani, la no-fly zone violata diventa simbolo di una “guerra ibrida” immaginaria che annovera il falso jamming all’aero di von der Leyen atterrando sui cieli di Varese. A dicembre 2025, con la richiesta di archiviazione al Gip, la bufala è implosa, sgonfiando la bolla mediatica. Proprio i mezzi di informazione hanno giocato un ruolo da protagonisti, presentando ipotesi come fatti assodati. Solo alcuni esempi: Il Corriere della sera titolava il 30 marzo “Ispra, drone russo in volo sul centro di ricerca Ue sul lago Maggiore”, dando per scontata l’origine russa e i cinque passaggi sul’Ispra, senza condizionali che mitigassero l’allarme. Similmente, La Stampa parlava di “giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca Ue sul Lago Maggiore”, evocando misteri spionistici da guerra fredda. Rai News non era da meno: “Droni russi su centro di ricerca Ue a Ispra sul Lago Maggiore, 5 avvistamenti“, con enfasi su una no-fly zone violata, ignorando la fragilità dei rilevamenti e sbattendo nel titolo ben cinque chimerici avvistamenti, mai avvenuti. Mentre Il Manifesto in “Drone russo su Ispra, indagini e malumori” riportava sei sorvoli in una settimana come minaccia concreta, la testata che ospita la ben nota sezione di fact-checking, Open, sospendeva la verifica delle fonti per attestare la minaccia russa a partire dal titolo: “Drone russo sul centro di ricerca europeo di Ispra, la procura di Milano apre un’indagine”. Questi esempi mostrano come i quotidiani, inseguendo click e narrazioni anti-Mosca, abbiano trasformato una anomalia in un casus belli, senza attendere verifiche. Non si è trattato di un semplice incidente giornalistico: è una radiografia del sistema informativo contemporaneo che riflette un pattern di disinformazione, dove il sensazionalismo e la fretta mediatica incontrano pregiudizi ideologici, creando mostri inesistenti. Il caso Ispra insegna una lezione scomoda: non tutte le bufale nascono ai margini del sistema. Alcune vengono pubblicate in prima pagina, con il timbro dell’autorevolezza. E proprio per questo sono le più pericolose.   L'Indipendente
Gli USA sanzionano altri due giudici della Corte Penale Internazionale per le indagini su Israele
Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare due giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che questi ultimi hanno respinto il ricorso, presentato da Israele, per archiviare l’indagine sulla condotta dell’esercito e dei vertici politici israeliani durante l’offensiva nella Striscia di Gaza a partire dal 2023. Il respingimento del ricorso conferma anche la validità dei mandati di arresto emessi lo scorso anno nei confronti del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant. Ad annunciare l’imposizione delle sanzioni contro i due giudici della Corte è stato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui i due giudici «hanno partecipato direttamente alle iniziative della CPI volte a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele». Lo stesso ha anche accusato la Corte di aver «continuato a intraprendere azioni politicizzate contro Israele» e di aver «creato un pericoloso precedente per tutte le nazioni». Non si è fatta attendere la replica del Tribunale internazionale secondo il quale le sanzioni «costituiscono un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera in base al mandato conferitole dai suoi Stati Parte da tutte le regioni» e «compromettono lo stato di diritto». I giudici colpiti dalle misure USA sono Gocha Lordkipanidze di nazionalità georgiana e Erdenebalsuren Damdin di nazionalità mongola: entrambi hanno votato a favore del rigetto dell’appello presentato da Israele contro le decisioni della Corte. Nello specifico, il tribunale dell’Aia ha respinto la richiesta israeliana di annullare una precedente decisione di primo grado che stabiliva che l’indagine sui crimini rientranti nella giurisdizione della CPI non poteva essere circoscritta al periodo precedente al 7 ottobre, ma doveva valutare anche quanto accaduto dopo tale data, durante l’offensiva lanciata da Israele su Gaza. Per i giudici d’appello, le argomentazioni presentate da Tel Aviv sarebbero troppo deboli per limitare l’ambito dell’inchiesta e per sospenderne gli effetti. Le indagini della CPI sulla situazione in Palestina, infatti, sono in corso già dal 2021, in quanto la Corte ritiene di avere giurisdizione sui Territori palestinesi occupati, sulla base dell’adesione dello Stato di Palestina allo Statuto di Roma. Da allora, Israele ha presentato una serie di ricorsi e contestazioni. Il numero dei magistrati sanzionati da Washington arriva così a undici: gli USA, infatti, avevano già emesso sanzioni contro il Procuratore capo della CPI Karim Khan e la scorsa estate hanno preso di mira otto giudici del Tribunale, alcuni dei quali per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre altri per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. Lo stesso presidente statunitense Donald Trump a febbraio aveva firmato un ordine esecutivo che includeva sanzioni contro la Corte penale internazionale, per avere intrapreso «azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Washington pretende che la CPI chiuda definitivamente ogni processo a carico di individui israeliani e che faccia la stessa cosa con una precedente indagine sulle truppe statunitensi in Afghanistan. Rubio ha anche sottolineato che Stati Uniti e Israele non sono parti dello Statuto di Roma e quindi rifiutano la giurisdizione della Corte penale internazionale.  Nel frattempo, i giudici sanzionati non potranno entrare negli USA, aprire conti ed effettuare transazioni finanziarie né avere rapporti con realtà statunitensi ai fini delle indagini o di altri lavori. Sanzionare chi si oppone alla politica e ai piani statunitensi è un modus operandi ormai tipico degli Stati Uniti che non riguarda solo i giudici della CPI o le nazioni ostili a Washington, ma qualunque figura che si oppone alle azioni statunitensi e dei suoi alleati. Per questa ragione, la potenza a stelle e strisce ha sanzionato anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, rea di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi, attraverso il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui smaschera le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario, traendone profitto. Le sanzioni contro di lei comportano non solo il divieto di entrare negli USA ma anche il congelamento dei suoi beni. La stessa Albanese ha spiegato di non poter avere un conto in banca, né negli Stati Uniti né in Italia, che il suo attuale conto italiano è stato congelato e, quando ha cercato di aprirne uno nuovo presso Banca Etica, l’istituto ha dovuto rifiutare la richiesta. Le sanzioni sono, dunque, un potente strumento per mezzo del quale Washington cerca di esercitare e mantenere la sua egemonia. Tuttavia, la CPI non si è piegata alle intimidazioni della Casa Bianca confermando i mandati di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo ex ministro della Gallant, ma soprattutto ha stabilito la continuità della condotta di Israele prima e dopo il 7 ottobre. Si tratta di una decisione cruciale, perché priva Tel Aviv di una delle sue principali linee difensive: quella secondo cui l’operazione a Gaza costituirebbe una situazione giuridica distinta dal quadro investigativo precedente, risalente al 2021. La Corte ha inoltre dichiarato che continuerà a lavorare per garantire l’attuazione efficace e indipendente del suo mandato. L'Indipendente
L’Fbi di nascosto contro i gruppi criminali israeliani
Israeli Based Organized Crime Syndicates Documenti riservati dell’Fbi e atti processuali rivelano un’estesa rete di riciclaggio di denaro, frodi fiscali ai danni dei contribuenti e traffico di droga operata negli Stati Uniti da cittadini israeliani legati a potenti organizzazioni criminali israeliane. Nonostante le indagini siano in corso da anni, il […] L'articolo L’Fbi di nascosto contro i gruppi criminali israeliani su Contropiano.
Global Sumud Flotilla, la Procura di Roma apre le indagini su attacchi dei droni alle barche, arresti illegittimi e abusi sugli attivisti
Negli stessi giorni nei quali da Gaza giungono le prove dei segni di tortura sui corpi martoriati e mutilati dei prigionieri palestinesi restituiti da Israele, il Team Legale della delegazione italiana rende noto che la Procura di Roma ha aperto le indagini sugli attacchi dei droni, gli arresti illegittimi, i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. Le indagini sono affidate ai pubblici ministeri Lucia Lotti e Stefano Opilio a seguito delle denunce presentate nelle settimane scorse su mandato di 36 attivisti partecipanti alla missione, alle quali si è aggiunta sabato quella di Tony La Piccirella. I reati configurati nei due esposti vanno dal tentato omicidio, al naufragio, agli atti di pirateria e contro la sicurezza marittima, al sequestro di persona, fino ai maltrattamenti e alla tortura. L’apertura di un’indagine segna un primo traguardo per accertare le responsabilità degli attacchi e degli abusi da parte di Israele contro la missione umanitaria e pacifica della GSF, il cui scopo è stato quello di rompere il blocco illegittimo imposto da Israele a Gaza e volto ad affamare la popolazione civile. Nonostante gli annunci del cessate il fuoco, gli attacchi sono continuati anche in questi giorni, colpendo i civili e sterminando intere famiglie, come è accaduto in un attacco di due giorni fa a un minibus dove sono morti almeno 7 bambini e 2 donne. A questi si aggiungono i 57 morti nei bombardamenti di ieri. Il genocidio a Gaza continua da oltre 24 mesi, con i massacri della popolazione civile, con la distruzione sistematica delle infrastrutture di approvvigionamento, con i bombardamenti deliberati degli ospedali, delle scuole e dei ripari di fortuna dove cerca rifugio la popolazione stremata che, nonostante tutto, resiste e rivendica il proprio diritto di esistere. È per opporsi a tutto questo e per sostenere la popolazione civile che la Global Sumud Flotilla è partita a fine agosto, accompagnata dalla mobilitazione delle piazze dell’Italia e del mondo. Ed è in linea con questi stessi obiettivi che sono state coordinate le azioni legali intraprese in rappresentanza degli attivisti, perché è essenziale continuare ad attivare ogni strumento a disposizione per mantenere vive le mobilitazioni e la solidarietà internazionale. Redazione Italia
Due bombe contro Sigfrido Ranucci
E’ tornata la strategia della tensione. Con tutti i suoi annessi… Nella serata di ieri, intorno alle 22, davanti alla sua abitazione a Pomezia, alle porte di Roma, due esplosioni hanno distrutto l’automobile di Sigfrido Ranucci, coordinatore del team di Report e quella di sua figlia. Le vetture erano parcheggiate una […] L'articolo Due bombe contro Sigfrido Ranucci su Contropiano.
Milano, i comitati scrivono ai cittadini: sosteniamo la Magistratura, pretendiamo “moralità” e una città più verde e più giusta
Ai milanesi che vogliono una città più verde e più giusta. Noi, cittadine e i cittadini milanesi, uniti in vari comitati civici e ambientalisti, seguiamo con fiducia, attenzione e partecipazione gli sviluppi delle inchieste della Magistratura sui casi urbanistici. Desideriamo ringraziare le cittadine e i cittadini che con i loro coraggiosi esposti (Hidden Garden, Residenze Lac ed altri) hanno alzato un velo sul “sistema Milano” e consentito l’avvio delle indagini. Noi stessi nel corso degli anni abbiamo sempre segnalato e contrastato i progetti urbanistici lesivi dell’interesse pubblico, consumatori di suolo, generatori di ingiustizie sociali e ambientali. Abbiamo manifestato, fatto appelli e convegni, turbato le sedute del Consiglio Comunale, organizzato contro-week, siamo intervenuti nelle Commissioni comunali, nei Municipi e anche in audizioni alla Camera e al Senato. Adesso è l’ora di appoggiare la Magistratura, appellandoci a tutti i cittadini milanesi perché ne sostengano l’operato e confidino che una città si possa progettare rimettendo al centro la qualità della vita e la giustizia sociale. Noi ci impegniamo a proseguire nel lavoro di difesa di tutti i luoghi che ancora sopravvivono – dai boschi di via Falck, dell’Averla in Piazza d’Armi e della Goccia, allo Stadio di San Siro col parco dei Capitani – e di denuncia delle torri spuntate come funghi di fronte alle finestre di tanti residenti, togliendo loro la vista, lo spazio e la vivibilità. Ci aspettiamo che tanti altri cittadine e cittadini si possano unire a noi. La rappresentanza politica che amministra la città purtroppo ha assecondato questo tipo di sviluppo e di urbanistica, così oggi non la riteniamo più credibile. Siamo consapevoli che quando la Magistratura interviene a ripristinare la legalità per un vulnus riguardante la vita pubblica, la Politica ha fallito nel suo compito di gestire in maniera democratica la polis. Dunque tutti insieme chiediamo, pretendiamo da chi governa e aspira a governare Milano un reale cambiamento, che parta dall’ascolto di noi cittadine e cittadini e dal recupero della moralità dell’azione amministrativa. -Comitato Baiamonti Verde Comune -Parco piazza d’Armi – Le Giardiniere -Comitato popolare per la difesa del Bosco di via Falck -Comitato La Goccia -Comitato Difesa Ambiente zona 5 -ForestaMI e poi DimenticaMI -Comitato Referendum per San Siro -Comitato Milanese Acqua Pubblica -BovisAttiva -Trotto Bene Comune -Abitare in via Padova -Comitato Vaiano Valle Respira -Comitato Basmetto -Greensando -Lambrate Rubattino Riparte -Salviamo Parco Bassini -Che ne sarà di Città Studi? -Comitato Difesa Centro Balneare Romano -Comitato Argonne Susa -Salviamo Benedetto Marcello -BoschiAMO – Comitato Alberi per Milano -Movimento Beni Comuni -Rete Ambiente Lombardia -Coordinamento per la Democrazia Costituzionale Email di contatto per cittadini e comitati: ComitatiMilanesi@gmail.com Facciamo l’appello Pagina Facebook: https://www.facebook.com/facciamolappello/ Email: facciamolappellocomunicazioni@gmail.com Cellulare: 3715840791 Redazione Milano
Dossier Milano # 4 | Più conflitti, meno conflitti di interesse – di Lucia Tozzi
“Le mie mani sono pulite” ha detto il sindaco Sala nella seduta del consiglio comunale dove ha sacrificato il suo capro – l’assessore all’urbanistica Tancredi, coinvolto nelle indagini della procura milanese su alcuni (parecchi) progetti di trasformazione urbana. E con questa affermazione ha confermato la sua linea politica sullo sviluppo: privatizzazione feroce dei servizi [...]