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Il golpe è riuscito: in Venezuela la fine del socialismo è ormai dichiarata
Il chavismo è morto. Questo sembrano dire i fatti degli ultimi mesi che hanno seguito il rapimento e l’incarcerazione del legittimo presidente venezuelano, Nicolás Maduro, erede politico di Hugo Chávez. Se in un primo momento la leadership venezuelana si era opposta fermamente alle azioni di Washington, chiedendo la liberazione immediata di Maduro, a distanza di quasi otto mesi dall’operazione lampo condotta dalle forze statunitensi la sorte del presidente non sembra più essere al centro dei pensieri del governo venezuelano, tutt’altro. Delcy Rodríguez, vicepresidente e ora presidente ad inter... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Il golpe è riuscito: in Venezuela la fine del socialismo è ormai dichiarata appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La “Dichiarazione di Maracay” denuncia un tradimento del chavismo
Una frattura senza precedenti attraversa il chavismo. Nel giorno del compleanno di Hugo Chávez, il 28 luglio, quasi trenta esponenti storici del movimento bolivariano hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Maracay”, un documento che rappresenta una dura presa di posizione contro l’attuale direzione politica del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) […] L'articolo La “Dichiarazione di Maracay” denuncia un tradimento del chavismo su Contropiano.
August 3, 2026
Contropiano
Venezuela. Manifestazione a Caracas, bruciate bandiere di USA e Israele. La denuncia di Luis Britto
Militanti del chavismo e membri di base del PSUV hanno bruciato e calpestato in Plaza Bolívar a Caracas le bandiere degli Stati Uniti e di Israele, chiedendo al la cessazione di qualsiasi presenza di entrambi questi due paesi in Venezuela. Alla manifestazione hanno partecipato anche deputati chavisti dell’Assemblea Nazionale, come […] L'articolo Venezuela. Manifestazione a Caracas, bruciate bandiere di USA e Israele. La denuncia di Luis Britto su Contropiano.
July 26, 2026
Contropiano
Venezuela: la scommessa dell’amnistia
Il paese cerca di sanare le ferite lasciate dalla violenza, coprendo un arco temporale che va dal 2002 (colpo di Stato contro Chávez) a oggi. di Geraldina Colotti (*) Caracas. Incontrarsi, ascoltarsi, perdonarsi. Il Venezuela bolivariano si trova davanti a una nuova, complessa sfida di elaborazione collettiva dopo il trauma del 3 gennaio. Con l’approvazione della Legge di Amnistia e
Dove va il Venezuela?
di Luis Bonilla-Molina, Geraldina Colotti, Ignacio Ramonet, Anderson Bean, Edgardo Lander, Michela Calculli, redazione Pressenza New York. In coda link ai nostri dossier. A poco più di un mese dal rapimento di Maduro e dai bombardamenti su Caracas, la Bottega dedica un nuovo dossier a quanto sta accadendo in Venezuela, proponendo, come nelle altre circostanze, opinioni assai diverse tra loro. Venezuela:
February 4, 2026
La Bottega del Barbieri
Caracas: fiori d’amnistia contro i droni dell’impero
Caracas (Venezuela) – Esiste una forma di parassitismo intellettuale che fiorisce nei momenti di massima tragedia nazionale. È la postura di chi, protetto da una cattedra o da una vecchia rendita di posizione accademica, si erge ad autorità costituzionale per processare chi, sul campo, deve garantire la sopravvivenza di un popolo. C’è chi ha masticato malamente un po’ di operaismo del secolo scorso, travisandolo, per trasformarlo oggi in un’arma da scagliare contro lo Stato bolivariano proprio mentre questo subisce un’aggressione militare senza precedenti. Capita, così, di leggere articoli dal sapore surreale ad uso e consumo di chi, nel proprio paese, ha visto passare tutti i treni dal buco della serratura, e oggi si affida a chi, stando fuori dal Venezuela, non ha mai neanche provato a governare la sedia su cui sta ben seduto. Si utilizza per questo una tecnica classica: mescolare dati tecnici decontestualizzati con la voce di una presunta “opposizione di sinistra” per dare una parvenza di oggettività a quello che è, in realtà, un sostegno implicito alla strategia di Washington. Il grottesco raggiunge l’apice quando questa presunta “critica antiautoritaria” finisce per trovarsi sotto lo stesso tetto di burocrati esautorati che, pur di mantenere il proprio piccolo potere di apparato, hanno scelto di farsi orientare da un cieco dottrinarismo di marca europea. Vedere chi si professa “di sinistra radicale” allearsi, nei fatti e nelle piazze, con il fascismo di Maria Corina Machado e con gli ultraliberisti che hanno benedetto l’invasione militare e il sequestro del Presidente Maduro, non è più un errore di analisi, ma uno schieramento preciso che chiude un circolo vizioso caro alle “piattaforme girevoli” post-novecentesche. Quali sono, infatti, le “fonti” di cui ci si serve? Spesso si tratta di sigle nate da scissioni o gruppuscoli intellettuali che, pur dichiarandosi di sinistra, hanno assunto posizioni funzionali alla destra nei momenti di massima tensione, puntando sulla critica alla “deriva autoritaria” proprio quando lo Stato è sotto attacco armato, e soprattutto alleandosi con chi è portatore del neoliberismo più sfrenato. Si citano “esperti” che vivono in Europa, noti per una critica “accademica” che da anni converge con le narrazioni del Dipartimento di Stato USA. La loro “difesa della Costituzione” ignora sistematicamente lo stato di necessità e l’aggressione imperialista, riducendo la lotta geopolitica a una questione di “gestione democratica” interna. In barba al tanto decantato “pluralismo”, ci si riferisce esclusivamente a un cartello – tanto minuscolo quanto eterogeneo – che unisce settori del “sindacalismo critico” e gruppi che, pur condannando formalmente l’imperialismo, di fatto si mobilitano contro il governo in coordinamento con le agende di destabilizzazione, chiedendo “transizioni democratiche” proprio mentre il presidente e una deputata della Repubblica, sua moglie, vengono sequestrati da una potenza straniera. Si prende per oro colato la posizione di una micro-frazione del Partito comunista venezuelano, ignorando quella della maggioranza di quello stesso partito, che, con i suoi dirigenti storici, continua a difendere la rivoluzione bolivariana. Il fatto che non abbiano per questo più alcuna base popolare – quella base che vede nell’unità del quadro dirigente e nell’unione civico-militare l’unica garanzia di sopravvivenza della nazione – non viene tenuto in conto: così come non viene considerata sospetta l’eco mediatica che essi ricevono a livello internazionale. Questi critici “critici” non hanno mai accettato nemmeno la Legge Antibloqueo. Ma cosa avrebbero voluto fare? La loro nonviolenza burocratica è solo la maschera di un’impotenza che, incapace di fare la rivoluzione, preferisce consegnare il Paese ai protettorati statunitensi pur di vedere sconfitto il “modello Maduro”. Difendono una sovranità di carta mentre il nemico reale calpesta il suolo venezuelano. La realtà è che non esiste sovranità senza produzione, e non esiste produzione senza la capacità tattica di rompere l’assedio. Certi “articoli” andrebbero visti per quello che sono: un esempio di guerra cognitiva, che impiega termini cari alla sinistra (“sovranità”, “diritti dei lavoratori”, persino “comunismo”) per giustificare il ritorno della Doctrina Monroe. Il fatto che Rubio minacci Delcy Rodríguez di fare “la fine di Maduro” dimostra che la riforma non è un cedimento, ma una mossa tattica che l’impero teme, perché permette a Caracas di avere ossigeno finanziario (i 300 milioni già destinati ai salari) nonostante il sequestro dei suoi leader. L’argomento principale usato dai detrattori della riforma è che essa rappresenti lo smantellamento del modello di sovranità petrolifera di Hugo Chávez. Questa è una lettura superficiale e decontestualizzata, già viziata in partenza al momento dell’approvazione della Legge anti-bloqueo, varata per uscire dall’angolo mefitico in cui era stata chiusa l’economia venezuelana con le “sanzioni”. In realtà, la riforma istituzionalizza i Contratti di Partecipazione Progettuale (Cpp) come risposta pragmatica e necessaria a un regime di sanzioni che impedisce allo Stato di investire direttamente miliardi di dollari. Una porta stretta, certo, un braccio di ferro ingaggiato con la prima potenza mondiale, ma non una svendita. Non è , infatti, un ritorno alla privatizzazione, ma una delega operativa controllata: lo Stato mantiene la proprietà delle riserve e la direzione strategica, mentre il partner privato si assume il rischio e i costi in un momento in cui le casse pubbliche sono colpite dal blocco finanziario. Come prevede la costituzione bolivariana, le leggi non possono essere retroattive e, com’è avvenuto in questo caso con le consultazioni che si sono tenute in tutte le strutture dei lavoratori, è stata approvata da loro, è passata in prima battuta in parlamento, e tornerà di nuovo alle istanze popolari. Per quanto riguarda il cosiddetto modello Chevron e il potere di commercializzazione concesso ai privati, bisogna sottolineare che non si tratta di una rinuncia alla sovranità, ma di un meccanismo di difesa. Consentire ai partner di vendere direttamente la loro quota di produzione, a patto che il prezzo sia superiore a quello ottenuto dalle imprese statali e che i proventi passino per la Banca Centrale del Venezuela, è l’unico modo per rompere l’assedio. Washington può sanzionare l’azienda di Stato Pdvsa, ma ha più difficoltà a bloccare ogni singola transazione di partner internazionali. È una tattica di diversificazione delle rotte commerciali per garantire che il petrolio arrivi sul mercato e i dollari arrivino ai lavoratori venezuelani. Sulla questione della riduzione delle royalties dal 30% al 20% o 15%, certi “articoli” omettono di spiegare che si tratta di una misura flessibile e reversibile. Viene applicata solo quando la redditività di un progetto è messa a rischio dalle condizioni eccezionali imposte dal blocco. È uno strumento di incentivazione per attrarre capitali in aree ad alto rischio geopolitico. Appena le condizioni migliorano, lo Stato ha il potere di ripristinare l’aliquota piena. Definire questo un cedimento significa ignorare che un campo petrolifero fermo per mancanza di investimenti produce zero entrate, mentre un campo attivo con royalties ridotte garantisce comunque risorse per la spesa sociale e il salario minimo. L’inserimento di meccanismi di arbitrato indipendente non è un indebolimento della sovranità giuridica, ma una necessità tecnica nel nuovo ordine multipolare. Per lavorare con i partner dei Brics+ e con altre potenze non occidentali, è necessario offrire una cornice di sicurezza che non dipenda dagli umori politici di Washington. Al contrario, la nuova piattaforma tecnologica annunciata da Jorge Rodríguez per l’audit in tempo reale rappresenta un aumento della sovranità digitale e della trasparenza: per la prima volta, ogni centesimo che entra potrà essere monitorato dai cittadini, contrastando la burocrazia e la corruzione. Per fare di meglio, i critici-critici che vivono comodamente in Europa, dovrebbero mobilitarsi non contro chi cerca di aprire brecce in un sistema capitalistico globale partendo da una situazione svantaggiata per essere un paese del sud, ma per cercare di non finire in ginocchio come la Grecia di Tsipras, e aprire brecce di vera democrazia anche in Europa: perché, com’è ormai evidente, di fronte all’arroganza imperialista che non conosce freni, nessuno si salva da solo. C’è inoltre da chiedersi come reagiranno ora i critici-critici, sempre pronti a parlare di autoritarismo, davanti all’annuncio di amnistia fatto da Delcy Rodríguez presso il Tribunale Supremo di Giustizia. Per anni hanno alimentato la narrazione dell’estrema destra sui presunti prigionieri politici: in realtà politici prigionieri, figure che in paesi come l’Italia – dove il Partito Democratico e i suoi alleati hanno reso quasi impossibile concedere amnistie e considerano normale la tortura del 41 bis – marcirebbero all’ergastolo per i crimini commessi. La decisione di trasformare l’Elicoide (che non è certo nato con il chavismo) in un grande centro culturale è la risposta definitiva di chi, pur sotto il ricatto di avere un presidente sequestrato, non ha avuto e non ha paura della democrazia. In Venezuela, il socialismo bolivariano ha sempre fatto affidamento sul consenso, limitando al minimo il momento della coercizione. Eppure, c’è da scommettere che questi burocrati del pensiero, pur di non ammettere la lungimiranza del quadro dirigente bolivariano, troveranno il modo di criticare anche questo atto di pacificazione, confermando la loro alleanza oggettiva con chi vuole solo il sangue e la restaurazione neoliberista. Invece, l’atmosfera che si respirava ieri nell’aula del Tribunale Supremo di Giustizia non era quella di un paese in ginocchio, ma di una nazione che ha trasformato il dolore in orgoglio combattente. C’era un’elettricità emotiva densa, un senso di comunione profonda, manifestato con un crescendo di applausi. Lungo, interminabile, quello tributato al capitano Diosdado Cabello: un riconoscimento spontaneo a chi, insieme al popolo, sta tenendo la barra dritta nella tempesta. Il ricordo dei caduti cubani e venezuelani del 3 gennaio è stato il momento del silenzio che parla. I nomi di chi ha dato la vita per difendere il suolo patrio dall’invasione mercenaria sono stati evocati non come ombre, ma come radici. In quel solenne omaggio, la fratellanza tra Cuba e Venezuela è apparsa più forte di qualsiasi bloqueo, cementata dal sangue versato contro lo stesso aggressore. E quelle “femministe nonviolente” che plaudono al premio Nobel per la pace riscosso dalla trumpista Machado, avrebbero dovuto ascoltare la relazione tenuta dalla presidenta del Tribunal Supremo de Justicia, Caryslia Rodríguez. Una magistrata che ha parlato non solo come giurista, ma come figlia di una rivoluzione che ha femminilizzato il potere. Mentre i “critici-critici” si perdono in cavilli maschilisti sulla purezza della norma, lei ha contrapposto la concretezza della giustizia riparativa. È un femminismo che non chiede il permesso a Washington, ma che si impone con la forza della Costituzione e con la sensibilità di chi sa che la pace si costruisce curando le ferite della guerra militare e di quella cognitiva. Il discorso della magistrata Caryslia Beatriz Rodríguez non è stato solo un atto formale, ma una riaffermazione del femminismo popolare e istituzionale che caratterizza la Rivoluzione Bolivariana, specialmente in questo momento di emergenza nazionale dopo il 3 gennaio. Caryslia ha proiettato l’immagine di un potere giudiziario che non è più una torre d’avorio maschile e fredda, ma uno scudo per la nazione. Ha sottolineato come l’aggressione imperiale, il sequestro e il blocco siano forme di violenza patriarcale che colpiscono in primis le donne, pilastri dell’economia familiare. La sua stessa presenza come Presidenta, insieme alle altre magistrate, è la prova che in Venezuela le donne non sono “vittime”, ma soggetti politici che amministrano la legge in nome della pace con giustizia sociale. Il femminismo del TSJ si è manifestato nel sostegno totale all’amnistia e alla trasformazione dell’Elicoide, proposte dalla presidenta incaricata. Caryslia ha declinato la giustizia non come vendetta (tipica del modello patriarcale-punitivo), ma come riparazione e trasformazione culturale. Decidere di sostituire le sbarre con la cultura è un atto di “politica della cura” verso il tessuto sociale lacerato dalla destra. Caryslia ha espresso una solidarietà di genere profonda verso la Vicepresidenta Delcy Rodríguez e verso Cilia Flores, definendo il sequestro di quest’ultima un attacco alla dignità di tutte le donne venezuelane. Ha ribadito che il comando del paese, in questo momento nelle mani di una donna come Delcy, è la garanzia che la rivoluzione non vacillerà, perché le donne venezuelane sono abituate a resistere nei momenti di massima pressione. Nel suo discorso ha evocato una giustizia che difende la “Pachamama” dalle grinfie delle transnazionali. Il suo femminismo è ecologista e sovrano: proteggere le risorse energetiche significa proteggere il futuro delle figlie e dei figli del Venezuela. Ma è stato l’intervento di Delcy Rodríguez a dare la dimensione universale della battaglia che si sta svolgendo in Venezuela. Con voce ferma, ma con gli occhi pieni di dolore, ha elevato un omaggio vibrante alla Palestina. Ricordando il genocidio a Gaza, la presidenta incaricata ha tracciato una linea diretta tra le macerie della terra palestinese e le “sanzioni” criminali contro il Venezuela: è lo stesso imperialismo che calpesta il diritto internazionale, che usa la forza bruta per ignorare la sovranità dei popoli. In quell’aula, la causa palestinese e quella venezuelana si sono fuse in un unico grido contro l’impunità di Washington. Delcy ha ricordato di essere diventata avvocata per ottenere giustizia per la morte del padre, Jorge Antonio, morto sotto tortura nelle carceri della “democrazia camuffata” della IV Repubblica. Un’eredità che, orgogliosamente, ogni anno celebra insieme al fratello, Jorge Rodriguez, oggi presidente del Parlamento, e che indica la continuità di ideali del socialismo del XXI Secolo con quello del Novecento, il secolo delle rivoluzioni. L’annuncio della trasformazione dell’Elicoide, da centro di detenzione a polo di irradiazione culturale, ha chiuso il cerchio di una giornata storica. Mentre Rubio minaccia, e il suo modello capitalista in crisi strutturale che non ha più nulla da offrire cerca di divorare le risorse del paese, Caracas resiste e risponde con i libri, la musica, l’elaborazione collettiva della ferita sociale, e con la clemenza verso chi è stato usato come carne da cannone dall’ultradestra. È la vittoria della vita sulla necropolitica imperiale. Geraldina Colotti
February 3, 2026
Pressenza
L’onda lunga del Venezuela può tracimare
In principio è stato il Venezuela. Dopo di che, nessuno può sapere fino a dove si può spingere la voracità unita alla totale mancanza di princìpi. La Groenlandia? Il Canada? Cuba? L’Iran? Forse il Brasile? In questa roulette russa non si può escludere nulla, salvo la certezza che fino alle elezioni di midterm, in novembre, si viaggia sulle montagne russe. E come si governa seduti sulla dinamite? Con le minacce, gli effetti annuncio, i rapimenti. E il dio denaro. Uno stile novecentesco, quello ripescato da Donald Trump, basato sulla destabilizzazione e su alcuni “buoni amici” disposti a tutto pur di saccheggiare, rapinare e godere della più assoluta impunità. A Minneapolis come in Italia, in Russia come in Israele. La mappa dei poteri disegna una nuova geografia a scala mondiale e il 2026 si è spalancato sull’inimmaginabile che diventa realtà. 3 gennaio, Operazione Absolute Resolve, il presidente venezuelano Nicolàs Maduro e sua moglie, Cilia Flores vengono catturati.e a Caracas al termine di una “operazione” durata 46 secondi. Un rapimento condotto dalla Cia e dalla Delta force concluso qualche ora più tardi negli Stati uniti. Il giorno dopo l’accusa per Maduro di narcoterrorismo. Fin qui la cronaca. Ma dietro quelle poche ore convulse c’è l’annichilimento di un Paese denso di contraddizioni e di appetiti. E c’è il vuoto che si è creato attorno: l’Europa resta muta, l’Italia balbetta illudendosi di essere l’ago di una inesistente bilancia e il mondo intero prova, senza riuscirci, a ipotizzare nuovi scenari. Un mutismo dimostrato dal nostro continente, e in particolare dall’Italia, nel corso dei 423 giorni di detenzione di Alberto Trentini, arrestato senza alcun capo di imputazione il 17 novembre del 2024. A “salvarlo”, è bene dirlo, non è stato il presidente degli Stati uniti ma i genitori del cooperante, qualche giornalista brava persona e una società civile già nauseata dal destino feroce e insensato toccato a Giulio Regeni. Tutto questo potrebbe essere “solo” il frutto della follia di un uomo ma, come diceva uno intelligente, «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia» [la citazione è di Franco Basaglia, ndr]. Ma può dirsi civile una società dove si compie impunemente un genocidio? O una in cui vengono ammazzati per strada una cittadine e un cittadino statunitensi? O deportato in un lager un bambino di cinque anni perché ha la pelle scura e un cappello con le orecchie di coniglio? Per trovare uno spiraglio oltre il ”cielo grigio su”, le “foglie gialle giù” a cercare “un po’ di blu dove il blu non c’è”, come cantavano i Dik Dik nel 1967 sognando la California, ci facciamo aiutare da Christophe Ventura, direttore di ricerca del programma America Latina e Caraibi presso l’Iris, il prestigioso istituto di relazioni internazionali e strategiche di Parigi. È laureato in storia del neoliberismo e dei movimenti di base del XIX secolo e docente di mondo multipolare, movimenti sociali e società civile, nonché giornalista de Le Monde Diplomatique. Sin dal 2001, data di nascita dei Forum sociali mondiali, ha contribuito alla loro realizzazione ed è proprio lì, a Porto Alegre, in Brasile, che è nata la nostra amicizia. Da allora ha viaggiato molto in Venezuela, Uruguay, Messico, Brasile e ha scritto «Géopolitique de l’Amérique latine» (Éditions Eyrolles/IRIS, 2022) ed è coautore, con Didier Billion, di «Désoccidentalisation. Repenser l’ordre du monde» (Agone, 2023). Partiamo dall’oggi, cosa sta succedendo in Venezuela a poco più di un mese dal rapimento di Maduro e Cilia Flores? Ufficialmente Maduro è ancora presidente, anche se il Paese è governato da Delcy Rodriguez che sta tentando una forma diciamo “sperimentale”, che si vorrebbe confrontare con Washington ma in realtà ne subisce la pressione totale, anche perché il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha il controllo totale sul Paese e minaccia che in caso di non obbedienza, le ripercussioni sarebbero gravi. Quanto al futuro prossimo, la situazione è totalmente incerta perché occorrerà verificare quanto possa tenere il legame tra l’apparato militare e la società civile e quanto siano disposti ad accettare i diktat degli Stati uniti. Un esempio? Gli Usa chiedono che il Venezuela interrompa ogni contatto con le Farc colombiane [l’intervistato fa riferimenti ai gruppi dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia – Farc – che non hanno aderito al percorso di Pace firmato nel 2016 con il governo colombiano, ndr] e che si dia un giro di vite totale alle politiche migratorie per impedire i rapporti tra i due Paesi. Ma se venisse accettata questa condizione, cadrebbe uno dei presupposti dell’impianto chavista e si realizzerebbe una rottura insanabile tutta a favore della linea dura imposta da Rubbio. Torniamo per un momento sulla popolazione che, si dice, non ne poteva più di Maduro e ha accolto di buon grado la nuova situazione. È così? In realtà il sentimento prevalente è quello di aspettare, perché il futuro non è chiaro. Il chavismo è stata una grande ondata di cambiamento e di condivisione che è dentro le culture diffuse del Paese. Ora la destra sbanda perché il “madurismo” senza Maduro non tiene e comunque le articolazioni del potere sono ancora impregnate del chavismo. Possiamo dire che il 25 per cento della popolazione resta chavista. È chiaro però che c’è una paura diffusa e quindi la discussione si incentra su quale possa essere il male minore. Di fronte alla minaccia di essere bombardati, la società civile, che si sente debole e senza forti appoggi internazionali, oscilla tra accettare un compromesso con gli Stati uniti o rifiutare i diktat. Una discussione che avviene, anche avanzando la possibilità di dialogare con la destra per trovare un accettabile via di scampo. Poi c’è anche una parte della popolazione, molto spoliticizzata, che deve affrontare i problemi quotidiani del vivere, che accetterebbe qualsiasi cosa possa garantirgli una vita migliore. Ciò che è accaduto in Venezuela può cambiare la situazione in tutta l’America latina? E se sì, come? È evidente che l’aggressione militare ha avuto effetti pesanti in tutta l’America latina. Per la prima volta si è verificata una situazione impensabile. È vero che in passato gli Stati uniti solo intervenuti pesantemente nei Caraibi ma per la prima volta un Paese ha subito un bombardamento. È stato uno shock che ha avuto ripercussioni ovunque, ad esempio in Brasile, radicalizzando le posizioni. E si comincia a pensare a come reagire a questa aggressione, e soprattutto tra gli intellettuali, ma anche nelle fasce più avvertite del popolo si fa avanti una ipotesi, quella di rafforzare le alleanze capaci di contrapporsi. In fondo, Trump ha riproposto la politica dei cannoni del diciannovesimo secolo in cui le relazioni regionali e internazionali passavano attraverso la potenza dominante, che erano gli Stati uniti, che imponevano la propria influenza e i propri interessi. Con Trump la situazione sembra essere tornata a prima della seconda guerra mondiale. Ma ora le cose sono un po’ cambiate e i Paesi dell’America latina non sono disposti a subire le pretese degli Usa, perché mettono in discussione l’indipendenza internazionale. Lo shock di cui hai parlato ha in qualche misura annullato la grande stagione del chavismo oppure può ripresentarsi e rafforzarsi in forme nuove? In chavismo in Venezuela non è morto, così come non è morto il peronismo in Argentina. È una corrente sociologica e politica ma è anche la risposta a un bisogno sociale. Io penso che si riproporrà in nuove forme a partire dal sindacato e dalle comuni e troverà nuove strade perché, lo ripeto, è una necessità. E non può scomparire a causa dei cattivi dirigenti, non può perché è nella cultura profonda del popolo venezuelano. La copertina è di LuisCarlos Díaz (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’onda lunga del Venezuela può tracimare proviene da DINAMOpress.
February 3, 2026
DINAMOpress
Il Venezuela ci riguarda
La rivoluzione bolivariana continua a suscitare pareri molto diversi, anche a sinistra. In questo nuovo dossier articoli e opinioni, assai differenti tra loro, di Raúl Zibechi, Giorgio Trucchi, Luciana Castellina, redazione Kulturjam, Stefano Feltri, Lucia Capuzzi, redazione L’AntiDiplomatico, Lorenzo Poli e Geraldina Colotti. In coda i link ai nostri dossier precedenti. America Latina: un continente esposto e sulla difensiva di
January 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore». Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”. Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane. Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro». > E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette > “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità > venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni > di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno > interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se > stessa. Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo. LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale. Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia. Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico. Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie. > Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice > un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera > l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea > costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il > referendum confermativo della Costituzione. Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze. Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti». I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela. IL COLPO DI STATO Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla. Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito. > Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al > 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di > persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono > rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro? Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger». Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo». IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%. Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono. > In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le > sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto > quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della > mortalità e sanzioni. A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta. La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_ della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla polizia. > Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia > all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano > voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense. I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo». La copertina è di Alex Lanz da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana proviene da DINAMOpress.
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