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Nei CPR le violazioni non vanno in vacanza, anzi aumentano
Nel periodo natalizio, mentre l’attenzione pubblica si abbassa e anche l’intervento di monitoraggio è reso più difficile, nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio non ci sono feste e regali. Anzi, è proprio quando cala lo sguardo esterno che diventa più facile che avvengano le violazioni più gravi e che queste restino nascoste. I fatti dimostrano, effettivamente, quanto sia dura la realtà della detenzione ammnistrativa tra abusi, fragilità ignorate e nuove odiose strette sull’uso dei telefoni personali delle persone trattenute. Chi sicuramente non è andato in vacanza è la Rete “Mai più lager – NO ai CPR” che ha proseguito il suo lavoro incessante di monitoraggio e denuncia. In particolare, la Rete ha tenuto i riflettori accesi sul CPR di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), dove è in atto una sistematica sottrazione degli smartphone alle persone trattenute. «Un fatto gravissimo che rischia di cancellare ogni possibilità di testimonianza dall’interno del centro», ha scritto la rete, parlando di «una finestra sull’abisso che viene deliberatamente chiusa». La misura impedisce di inviare a legali e familiari documenti, immagini e video, cioè «gli unici strumenti che in passato hanno permesso di far emergere ciò che accade davvero nei CPR». Una versione respinta dalla Questura di Gorizia attraverso una dichiarazione alla stampa locale, secondo cui «la comunicazione con legali e famiglie è garantita tramite telefoni speciali» e le restrizioni sarebbero motivate da esigenze di sicurezza. Ma per la Rete si tratta di «un ulteriore arretramento delle garanzie» in uno dei pochi centri da cui finora sono filtrate testimonianze dirette. «Senza immagini, senza documenti, senza possibilità di comunicare liberamente», osservano, «la detenzione amministrativa diventa totalmente invisibile». E il tema della detenzione invisibile è tornato anche in Parlamento con il caso di Assan, giovane senegalese con problemi psichiatrici, trattenuto per circa otto mesi nel CPR di via Corelli, poi trasferito in Albania e poi sparito nel nulla.  In un intervento pubblicato su l’Unità, la Rete ha definito «incresciosa» la replica del ministro dell’Interno Piantedosi alle precise domande dell’on. Ilaria Cucchi durante l’ultimo question time, accusandolo di aver eluso i nodi centrali della vicenda. «Le parole del Ministro sono state un saggio dell’antica arte del rigiro di frittata», scrive, sottolineando le contraddizioni tra l’idoneità al trattenimento certificata a Milano e l’inidoneità per vulnerabilità psichica riconosciuta pochi giorni dopo nel CPR albanese di Gjadër. «Se Assan è entrato sano nel CPR di via Corelli», osservano, «allora questa è la prova della patogenicità di questi luoghi». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mai più lager – NO ai CPR (@noaicpr) Secondo la Rete, Piantedosi non ha spiegato come sia stato possibile trattenere per circa otto mesi una persona con disturbi psichici, in violazione dell’articolo 3 del Regolamento nazionale CPR, né ha chiarito «perché il ragazzo sia stato trasferito in Albania poche ore dopo che la sua presenza era stata denunciata pubblicamente». Resta soprattutto senza risposta la domanda su quanto accaduto dopo il rientro in Italia: «Cosa significa che Assan si è reso irreperibile?», chiedono. «Cosa ci si aspetta da una persona riconosciuta vulnerabile e incapace di provvedere a se stessa?». Per Mai più lager – NO ai CPR, «lo Stato oggi non sa dove si trovi perché, una volta dichiarata l’inidoneità, lo ha semplicemente scaricato come un rifiuto ingombrante». L’ultimo post di denuncia della Rete è di ieri e riguarda sempre il CPR di via Corelli (ente gestore Ekene), dove in poche settimane si sono moltiplicate le testimonianze su persone trattenute in condizioni di grave vulnerabilità psichica. «Sono trascorsi pochissimi giorni da quando abbiamo ricevuto quel video sconcertante che riprendeva uno dei detenuti urlare agitato lungo il corridoio del proprio settore, ed è arrivata un’ulteriore testimonianza di un caso di estrema fragilità». La persona, scrive la Rete, «con un sorriso fisso in volto, di una tenerezza disarmante, non risponde facilmente neppure alla richiesta del suo nome e non sembra in grado di badare a se stessa, avendo bisogno di aiuto anche per vestirsi». Una persona che, aggiunge, «sarebbe stata trovata così per strada». Per Mai più lager – NO ai CPR, uno degli aspetti più inquietanti e brutali riguarda la funzione assunta dai CPR, ossia «quella di rinchiudere persone con problemi di fragilità psichica delle quali non ci si vuole prendere cura». Persone che, sottolinea la Rete, «andrebbero curate, accudite e seguite per ottenere un permesso per cure mediche», ma che invece «vengono detenute per mesi in totale abbandono» e poi «messe su un aereo, sedate e legate», oppure «rilasciate improvvisamente sul territorio, spesso in città diverse da quelle in cui sono state fermate, senza alcuna presa in carico». Nel mirino finiscono anche le responsabilità sanitarie. «Non faremo un passo indietro sulla denuncia della connivenza delle varie figure coinvolte nel funzionamento dei CPR», afferma la Rete, chiamando in causa chi «attesta l’idoneità al trattenimento anche di soggetti in queste condizioni», i pronto soccorso che «li ricevono e fingono di non vedere» e le strutture ospedaliere convenzionate che «avallano con il proprio operato luoghi di tortura, fornendo una garanzia di presidio medico che in realtà è solo fittizia». Un sistema che, aggiunge, «sta assumendo sempre più i contorni di una deriva manicomiale». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR E SALUTE: UN DIALOGO MULTIDISCIPLINARE Confronto sugli effetti patogeni della detenzione amministrativa e sulle forme di resistenza 10 Maggio 2024 Sul piano politico e sociale, intanto, prosegue la mobilitazione contro l’apertura di nuovi CPR. A Trento, dopo la manifestazione che ha portato in piazza oltre 1.700 persone, il Coordinamento regionale No CPR rilancia il percorso di opposizione con una nuova assemblea promossa giovedì 15 gennaio. «I CPR non hanno nulla a che vedere con la sicurezza», afferma, «ma servono a privare della libertà persone che spesso non verranno mai rimpatriate». Una posizione condivisa anche dal vescovo di Trento, Lauro Tisi, che ha definito il CPR «una nuova barbarie che apre all’abisso della disumanità». A rafforzare il fronte critico è arrivata anche la presa di posizione del Consiglio regionale dell’Ordine degli assistenti sociali, che parla di «interrogativi profondi rispetto alla tutela della dignità umana» e mette in guardia dalle «ripercussioni disgreganti sul lavoro quotidiano di costruzione di legami e coesione sociale». In un contesto segnato dall’imminente entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo, la detenzione amministrativa nei Paesi dell’Ue e in alcuni Stati “prescelti” extra Ue, come l’Albania e altri Paesi dei Balcani, rischia di diventare il modello europeo di gestione delle migrazioni. Ed è proprio per questo che quando cala l’attenzione, quando è Natale o estate, diventa ancora più urgente continuare a guardare dentro questi luoghi e mobilitarsi.
Non convalida del trattenimento del richiedente asilo ex MSNA: assente una ponderata valutazione individuale
La Corte d’Appello di Milano non convalida il trattenimento nel CPR di via Corelli di un cittadino egiziano ex MSNA, messo in strada al compimento dei 18 anni senza alcun tipo di informativa sul rinnovo del permesso di soggiorno. Il Giudice di Pace di Milano aveva convalidato il provvedimento del Questore di Lecco e il ragazzo, redigendo il foglio notizie presso la Questura di Milano, ha avanzato domanda di asilo dichiarando di essere venuto in Italia per cercare lavoro e per avere una vita più dignitosa e di non potere tornare nel proprio paese di origine rischiando di andare in carcere per via dei debiti contratti dal padre. Nel provvedimento il Giudice richiama i principi giurisprudenziali in tema di trattenimento dello straniero della Corte di Cassazione, la sentenza della Corte Cost. 95/2025 e la normativa europea, decidendo poi di non convalidare in mancanza di un esame nel provvedimento di trattenimento sulla posizione individuale del cittadino straniero, una congrua motivazione sulla necessità del trattenimento e per la mancata  valutazione sulla possibilità di applicare le misure alternative al trattenimento.   Nel provvedimento in particolare si legge:  * Avuto riguardo alla complessiva situazione personale del cittadino egiziano, la motivazione del provvedimento di trattenimento appare carente, non essendovi alcun riferimento alla specifica posizione individuale del richiedente protezione internazionale, né adeguata motivazione con riferimento alla necessità di disporre il trattenimento quale unica misura necessaria nello specifico caso in esame, ben potendo, comunque, l’Autorità amministrativa sempre applicare misure alternative. * L’obbligo di valutare l’applicazione di misure alternative al trattenimento è, infatti, un dovere che, alla stregua del contesto normativo e giurisprudenziale di riferimento sopra richiamato, va esercitato dall’autorità amministrativa sulla base di una valutazione caso per caso, nel rispetto dei principi della direttiva comunitaria e della stessa unità dell’ordinamento interno, considerata la stessa legislazione italiana. Corte d’Appello di Milano, decreto del 20 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento.
CPR di Milano, prima condanna per un gestore
C’è una prima condanna contro un ente gestore del CPR a Milano, ma per Naga ODV e la rete Mai più Lager – No ai CPR il risultato lascia «molto amaro in bocca». L’ex direttore del Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli, Alessandro Forlenza, ha patteggiato una pena di due anni e tre mesi e una multa di 2.000 euro per i reati di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta. Anche la società Martinina S.r.l., che formalmente gestiva la struttura, ha patteggiato una sanzione di 30.000 euro e un’interdittiva dall’esercizio di impresa per un anno e otto mesi. Il procedimento giudiziario prosegue ora nei confronti della madre di Forlenza, amministratrice della Martinina, con una nuova udienza fissata per marzo. All’udienza di ieri il Naga ha partecipato come parte civile, in un processo avviato grazie a un lavoro di documentazione durato anni: immagini e video diffusi sui social dalla rete Mai più Lager – No ai CPR, testimonianze raccolte all’interno del centro e il dossier Al di là di quella porta, pubblicato nell’ottobre 2023, che aveva contribuito ad attirare l’attenzione della magistratura. Reportage e inchieste/CPR, Hotspot, CPA IL CPR DI VIA CORELLI A MILANO SOTTO INDAGINE DELLA PROCURA Indagati gli amministratori di Martinina srl, Consiglia Caruso e Alessandro Forlenza Nicoletta Alessio 2 Dicembre 2023 Si tratta della prima condanna pronunciata contro un gestore del CPR milanese, un fatto che le due associazioni definiscono «di alto valore simbolico». Ma è proprio il perimetro della decisione giudiziaria a sollevare le critiche più dure. «Il giudizio ha potuto cogliere solo gli aspetti amministrativi della vicenda», sottolineano Naga e Mai più Lager, «lasciando sullo sfondo le drammatiche conseguenze che quelle irregolarità hanno avuto sulla vita delle persone detenute». Secondo le associazioni, l’irregolarità dei documenti presentati per ottenere l’appalto e la mancata erogazione dei servizi promessi hanno prodotto «violazioni sistematiche di diritti fondamentali, dal diritto alla salute a quello alla difesa, fino alla libertà personale». Un piano che, almeno per ora, resta fuori dall’accertamento giudiziario. Particolarmente criticata è la scelta del Ministero dell’Interno di costituirsi parte civile nel processo. «È un’ammissione che ci risulta indigesta e persino beffarda», affermano le due realtà, «perché il gestore è stato selezionato dalla Prefettura di Milano, sulla base di documenti che oggi si assumono essere falsificati, e senza che vi fossero controlli adeguati quando i servizi non venivano erogati». Nel mirino delle critiche anche il Comune di Milano. Naga e Mai più Lager condannano la decisione del sindaco di non costituirsi parte civile, nonostante un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale. «Sarebbe stato un segnale politico chiaro – scrivono – di contrarietà alla presenza, sul territorio cittadino, di un luogo teatro di violazioni di diritti fondamentali, anche di rango costituzionale». Per le organizzazioni, quanto emerso nel CPR di via Corelli non rappresenta un’eccezione, ma la regola. «Quello che sta venendo alla luce a Milano è ciò che accade in tutti i CPR d’Italia, fin dalla loro istituzione oltre 27 anni fa», denunciano. Anzi, proprio perché più esposto all’attenzione mediatica e al monitoraggio del centralino SOS CPR, il centro di via Corelli sarebbe uno di quelli dove la violenza riesce meno a rimanere invisibile. «Nei CPR del Sud Italia o in Albania – ricordano – il sequestro dei telefoni impedisce che escano immagini e testimonianze». A dimostrarlo, secondo NAGA e Mai più Lager, è anche l’avvicendamento di ben quattro gestori nello stesso centro milanese dal 2020 a oggi, oltre a un anno di commissariamento della Procura di Milano. «Nonostante i cambi di gestione, abbiamo denunciato sempre le stesse brutalità e gli stessi abusi», affermano, respingendo l’idea che il problema sia riconducibile al singolo operatore. La radice della violenza è strutturale: «La detenzione amministrativa è un’istituzione totalizzante fondata sull’inflizione di una violenza sistematica di Stato a danno di persone trasformate in capri espiatori della propaganda securitaria, colpevoli solo di non avere un documento che la legge, nei fatti, rende impossibile ottenere». Un monito che le due realtà sociali rilanciano mentre si avvicina l’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. «È importante ricordarlo ora – concludono – perché quel Patto rischia di fare della detenzione amministrativa e della deportazione in paesi terzi senza garanzie il principale strumento di gestione dei flussi migratori». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PATTO MIGRAZIONE E ASILO 2026, A CHE PUNTO SIAMO? Come l'Unione Europea sta riscrivendo il diritto d'asilo e normalizzando l'eccezione Dario Ruggieri 23 Dicembre 2025 Naga ODV e Mai più Lager – No ai CPR chiedono che la condanna non resti un episodio isolato, ma diventi l’occasione per mettere in discussione l’intero sistema dei CPR e il suo impatto sui diritti fondamentali delle persone migranti.
Non convalida del trattenimento in CPR del cittadino salvadoregno: la richiesta di asilo deve essere valutata nel merito
La Corte di Cassazione esamina due provvedimenti di convalida del trattenimento del Tribunale di Milano, entrambi relativi allo stesso cittadino salvadoregno, in Italia da diversi anni, che formalizzava domanda di protezione internazionale nel CPR di Milano, dopo l’ordine di trattenimento ex art. 14 d.lgs. n. 286/1998, manifestando il timore, in caso di rimpatrio in El Salvador, di essere arrestato a causa dei suoi vecchi legami con la mara, evincibili da una serie di tatuaggi sul corpo, anche, all’interno della bocca, e di essere così esposto, quantomeno, al serio pericolo di un danno grave per le note condizioni carcerarie riservate nel Paese di rimpatrio alle persone sospettate di avere e/o avere avuto legami con le maras.  La Corte di Cassazione, previa riunione dei due ricorsi per l’unitarietà sostanziale delle due controversie, pur rigettando i primi due motivi del primo ricorso, relativi ad eccezioni riguardanti gli atti presupposti al trattenimento (provvedimento di convalida del Giudice di Pace e decreto di espulsione), cassa senza rinvio i due provvedimenti impugnati, ritenendo fondato l’ ultimo motivo del primo ricorso e l’unico motivo del secondo ricorso, con cui si eccepiva che il Tribunale di Milano nel decidere non aveva esaminato le motivazioni poste a fondamento della domanda di protezione internazionale, neanche, in modo sommario. Il Tribunale di Milano, infatti, con il primo provvedimento aveva convalidato il trattenimento del richiedente asilo esaminando esclusivamente i tempi di presentazione della domanda rispetto alla data di ingresso in Italia (2004), tenuto conto anche della scolarità del richiedente asilo, motivazione ripresa nel secondo provvedimento del medesimo Tribunale, che convalidava il trattenimento ritenuto immutato il quadro giuridico e fattuale. La Corte di cassazione nell’accogliere il sopra esposto motivo osserva che “i fondati motivi per ritenere che la domanda è stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione” integrano la fattispecie legale del trattenimento ex art. 6 comma 3 d.lgs. n. 142/2015, dal che consegue che la decisione sulla richiesta di convalida non può prescindere dall’esame di quanto dedotto, allegato o dimostrato dalle parti al fine di evidenziare la sussistenza o meno di questo presupposto. La Corte di cassazione, infine, nell’accogliere il ricorso, conclude affermando che nel caso di specie, in entrambi i casi, nemmeno sommariamente veniva preso in considerazione quanto dedotto a fondamento della domanda di protezione – e cioè il rischio di subire trattamenti inumani e degradanti in caso di rimpatrio in El Salvador a causa di tatuaggi- che avrebbero reso il richiedente asilo trattenuto sospettato di appartenere alle bandi criminali locali con il rischio di essere arrestato e sottoposto alle pessime condizioni carcerarie riservate in El Salvador a chi è anche solo sospettato di legami con le maras.  Corte di Cassazione, ordinanza n. 27143 del 10 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative alla non convalida del trattenimento nei CPR
Marco Cavallo scende in piazza: un viaggio contro i CPR, lager del presente
Marco Cavallo è una grande scultura azzurra, alta circa quattro metri, realizzata nel 1973 dai pazienti e dagli operatori del manicomio di San Giovanni a Trieste, durante l’esperienza di Franco Basaglia. Nella sua pancia, i ricoverati inserirono biglietti con i loro desideri. Il 21 gennaio 1973 Marco Cavallo fu portato fuori dal manicomio in un corteo che abbatté muri fisici e simbolici. Quel momento divenne il simbolo della lotta contro l’internamento psichiatrico e per la libertà, contribuendo alla riforma che chiuse i manicomi in Italia. Oggi Marco Cavallo torna a camminare per abbattere un’altra forma di esclusione: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Il progetto, lanciato a febbraio, dal Forum Salute Mentale e inserito nella campagna nazionale #180 Bene Comune, ha già raccolto decine di adesioni da associazioni, gruppi, operatori, comitati, attivisti e reti locali e nazionali 1. Un fronte plurale che chiede con forza la chiusura dei CPR e la fine della detenzione amministrativa. «Come poteva il Forum della Salute Mentale, che tanto si è battuto per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che accompagnò il Cavallo azzurro nelle manifestazioni, restare indifferente davanti allo scandalo dei CPR?» scrive Francesca de Carolis, una delle voci editoriali del Forum. «Strutture che, per molti aspetti, ricordano gli OPG, ma che sono ancora più crudeli. Qui sono rinchiuse persone il cui “reato” è stato varcare un confine, spinte da guerre, difficoltà economiche e dal desiderio legittimo di una vita migliore. Migranti colpevoli di “desiderio di vivere”». Nel suo articolo de Carolis racconta come Marco Cavallo si muova verso i CPR per denunciarne l’orrore. Oggi in Italia ci sono dieci CPR, nati con la legge Turco-Napolitano del 1998 e trasformati nel tempo, con la recente legge Minniti-Orlando che ha prolungato la detenzione fino a 180 giorni. Il viaggio ufficiale di Marco Cavallo partirà il 6 settembre con una manifestazione a Gradisca d’Isonzo. Nei mesi successivi farà tappa a Milano, Roma, Gradisca e altre città. Ogni fermata di questo percorso di denuncia, sarà un’occasione per portare alla luce la realtà dei CPR, raccontare storie dimenticate e denunciare la disumanizzazione di chi vi è rinchiuso. Ogni tappa prevede assemblee pubbliche, performance, letture e momenti di riflessione collettiva. Il Forum Salute Mentale ha lanciato anche una campagna di raccolta fondi per coprire le spese del viaggio (trasporti, accoglienza, materiali, supporto tecnico), coinvolgendo concretamente la società civile. Marco Cavallo non è solo una scultura: è un corpo collettivo in cammino, una memoria che non vuole tacere, un sogno di libertà senza confini. Unitevi al viaggio. 1. Qui le adesioni ↩︎