Antagonismo e solidarietàInfierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è
un crimine, ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e
cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel
lessico politico, soprattutto nelle varianti di buonista e incattivire). E’ però
meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova
avevano subito 25 anni fa a opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza
nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda.
Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più
grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come
sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria
delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di
Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. (Nessuna scusa,
nessuna punizione e molte promozioni in entrambi i casi). Un ricordo rinfocolato
nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso
degli anni, non ultima quella di almeno tre persone non impegnate negli scontri
nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino.
Un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse
rivolte a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non
scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei
territori occupati, di essere terroristi non ha suscitato nelle nuove
generazioni simpatia per la polizia e i suoi mandanti al governo, asserragliati,
con armi, accordi, veti e legittimazioni, nel sostegno allo sterminio dei
palestinesi.
Certo quelle contrapposizioni non giustificano un’aggressione gratuita, ma
possono contribuire a spiegarla e comprenderla: molti di quei giovani vedono
nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per
la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima
ancora che materiale, a cui li condannano gli assetti sociali vigenti. Alcuni
non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di
decine di migliaia di persone, anzi, pensano che coinvolgerle negli scontri
qualifichi la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun
senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza con intenti diversi dal loro.
E’ quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, una lotta senza
prospettiva e senza volontà di averne, in opposizione alla solidarietà con le
diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti, che Sergio Bologna
chiama “ricomposizione”.
La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né
beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad
accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri.
L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far
crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può
estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una
promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla
quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa.
Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà
appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti.
Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per
instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono
il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati
fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza,
dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo, o nella nostra
incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai di insegnare, al di fuori –
quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci
accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta
la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun
interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si
riconoscono nel nostro linguaggio, che sentono impregnato di ipocrisia?
L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non
temere – la loro autonomia, aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi
reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere
fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto
degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal
conformismo e dalle mode e spazi di informazione e di cultura, sottratti al
controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due
orientamenti possano confluire in una prospettiva comune, come quelli in cui si
stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo
e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo
dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i
governi e le amministrazioni più diverse in nome della proprietà privata,
dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti,
ma l’esatto contrario. La loro offesa.
Guido Viale