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Immagina, puoi! Un mondo senza polizia, utopia ma non troppo
NICOLA STUFANO (tratto da Globalproject.info) Ci sono assiomi educativi radicati sin dall’infanzia nelle nostre esistenze, così in profondità da rendere di primo acchito folle e delirante la sola idea di poterli mettere in discussione. Uno di questi assiomi prevede che una società civile non può reggere senza la presenza della polizia, o comunque senza un corpo di forze dell’ordine direttamente sotto il controllo dello Stato attraverso il suo ministero dell’Interno. Possiamo anche detestarne i modi e stigmatizzarne le azioni, ma nel momento del bisogno, il cittadino civile non potrà che rivolgersi alle forze dell’ordine, per essere difeso e tutelato. Geo Maher, accademico e attivista statunitense, si è lanciato anni fa nel complicato tentativo di scardinare questo assioma, cercando la corretta chiave per descrivere la necessità di un sistema diverso. A World Without Police, uscito nel 2021, è presto diventato uno dei più importanti testi contemporanei di contenuto abolizionista, e attraverso D Editore, libreria indipendente romana che attraverso la collana Nextopie sta dando ampio spazio alla saggistica dai contenuti più radicali, il suo libro è da pochi mesi arrivato al pubblico italiano come Immagina un Mondo Senza Polizia (traduzione di Andrea Puglisi).  Maher in persona si è presentato, nel corso della seconda giornata di Sherbooks, in collegamento sugli schermi del CSO Pedro, quando dalle sue parti erano le 8 e mezza di mattina. Guidato nelle domande e coadiuvato dalla traduzione dall’editore Emanuele Jonathan Pilia e dalla giornalista Dalia Ismail, Maher sorseggia la sua tazza calda, scruta il pubblico e con voce profonda e ferma illustra in modo conciso le sue tesi. Il discorso di Maher, così come il libro, ha un punto di partenza ben preciso, ed è il 28 maggio 2020, quando a Minneapolis, nel culmine delle proteste per l’uccisione di George Floyd, una stazione di polizia viene presa d’assalto e data alle fiamme, costringendo i poliziotti alla fuga. Maher individua in quel momento il punto di tracimazione di un’insofferenza verso la polizia, con l’episodio di George Floyd solo ultimo di una interminabile serie di soprusi rispetto alla fascia più umile e indigente della popolazione locale. Le ragioni di Maher partono dal dibattito più comune, quello col vicino di casa: nella discussione emerge con chiarezza la concezione monolitica di assoluta necessità della presenza di forze dell’ordine. Ma quando poi si arriva a porre la domanda: “Ma la polizia, esattamente, cosa ha fatto per noi?” ecco, qui di solito cominciano a formarsi le prime crepe. La polizia, soprattutto negli Stati Uniti (ma anche in Europa) è forte di una narrazione mediatica e giornalistica quasi sempre positiva: innumerevoli le serie TV crime che insistono sugli atti di eroismo delle forze dell’ordine.  Meno chiacchierati sono gli aspetti metodologici e istituzionali, ed è su questo che Maher si concentra per portare il concetto di polizia nella direzione dell’obsolescenza. Punto-chiave è stabilire la reale funzione della polizia: Maher dimostra che, essendo sotto il controllo diretto delle istituzioni, e quindi del governo, non può che esserne che la mano armata di un’espressione politica, che da sempre negli Stati Uniti si propone di mantenere un ordine gerarchico di segregazione tra cittadini.  Maher osa ancora di più, lanciando un’interessante analisi sulle modalità d’azione dell’esercito degli Stati Uniti del mondo, assimilandole a gigantesche operazioni di polizia: cosa sono state d’altronde la caccia ai Vietcong, o la guerra dichiarata al terrorismo islamico in Afghanistan e oltre, se non tentativi di ripristinare l’ordine a livello mondiale? > L’autore insiste dunque su un ritorno alle origini della società civile per > superare il concetto di polizia.  Che, per inciso, è attualmente accettato a livello globale: e sebbene la polizia statunitense non possa minimamente essere paragonata a quella cinese, o a quella venezuelana (paese al quale Maher ha dedicato principalmente il suo impegno accademico nell’analisi della rivoluzione bolivariana e del suo riflesso verso la società), hanno tutte in comune la stessa criticità di fondo che la rendono un’istituzione poco propensa a garantire giustizia sociale.  Le soluzioni proposte da Maher non sono particolarmente elaborate o complesse: l’autore ci invita a guardare al modo in cui ordinariamente risolviamo i nostri problemi all’interno delle comunità: ossia ragionando sempre come facciamo all’interno delle nostre famiglie e delle nostre associazioni, dove non abbiamo bisogno di forze di controllo o di sorveglianza. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questo, è più comune di quanto noi pensiamo l’uso della trattativa e del dialogo per la risoluzione di problemi complessi.  > Dove, dunque, attecchisce e si rende necessaria la polizia? Dove viene meno il > senso di comunità.  Questo è uno dei gravi problemi della modernità, in Europa forse più che altrove, dove i processi migratori hanno spesso portato alla formazione di ghetti piuttosto che di comunità trasversali. In questo contesto, la polizia assume un ruolo sempre più centrale nel mantenere separati i ceti più abbienti dalla nuova classe meno privilegiata, composta da immigrati di prima e seconda generazione, alimentando e al tempo stesso gestendo la percezione dell’immigrato come figura che “fa paura”. É più una conseguenza che una coincidenza se Immagina un mondo senza polizia arriva in Italia proprio nel momento in cui Minneapolis torna a essere centro nevralgico di una violenta lotta tra il governo americano e le comunità locali, e il braccio armato di questo stato più imperialista che mai diventa l’ICE, ovvero una forza di polizia concentrata sul contrasto all’immigrazione e l’espulsione forzata degli stranieri, in mancata osservanza delle più elementari regole costituzionali. Anche attraverso la brutalità dell’ICE, stanno recentemente cadendo alcuni assiomi apparentemente inattaccabili e mettere in discussione l’utilità della polizia non è più un tabù. L’abolizione della polizia comincia a seguire i passi del percorso di un fenomeno molto simile, quello dell’abolizionismo carcerario, che già riscuote un interesse un consenso assai più ampio rispetto a pochi anni fa.
Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Punire, educare, umiliare: il razzismo ai tempi dell’algoritmo
FEDERICA DI BIASI (tratto da Globalproject.info) Il saggio Fruste digitali. Discorsi d’odio e razzismo: i social media per educare e punire, edito da Capovolte e presentato a Sherbooks Festival 2026, analizza da un punto di vista sociologico i rapporti esistenti tra le migrazioni di ieri e di oggi e come le pratiche discriminatorie e i pregiudizi siano stati traslati dalla narrazione della carta stampata alla realtà multimediale dei social, portando all’esasperazione i discorsi d’odio e d’intolleranza, apparentemente legittimati dallo scudo dell’ironia o dell’opinione personale. Trindade, Dottore di ricerca in Sociologia presso la University of Southampton, lavora come ricercatore indipendente e scienziato sociale affiliato all’IPIE e si occupa da tempo delle dinamiche con cui si stigmatizzano le persone razzializzate e migranti e i canali attraverso cui si perpetuano. (N.B. la presentazione inizia al minuto 8:30) Il discorso muove dalla ricerca delle radici di questo fenomeno: dalla storia dei movimenti migratori in Brasile alla fine dell’Ottocento, a come l’arrivo degli italiani, accolti come “manodopera bianca” in sostituzione della manodopera afro-discendente appena liberata e sempre più marginalizzata, ha contribuito alla formazione non solo dell’identità nazionale quanto all’ideologia della “democrazia razziale”.  La necessità di diventare un Paese moderno, dove moderno era sinonimo bianco, ha opportunamente occultato il conflitto razziale, l’élite brasiliana ha deciso di accogliere contadini italiani per rispondere a questa esigenza di “sbiancamento”; ma allo stesso tempo gli italiani che emigravano in nord America venivano considerati “mezzi neri”, una nuova tipologia di schiavi e come tali bersagli di violenza, pregiudizi e vignette satiriche.  Lo stesso principio che ritroviamo oggi impersonato nel cosiddetto jeitinho brasileiro, cioè del “modo di fare alla brasiliana”, che consente, a chi difende la supremazia bianca, di pronunciare freddure razziste, senza preoccuparsi delle conseguenze, giustificandole come manifestazioni simpatiche e affettuose, una sorta di “razzismo cordiale” che lascia disorientata la vittima. Si assiste quasi ad un deficit di memoria collettiva: le storie del passato si rispecchiano nel presente, cambiano solo le posizioni e le origini dei migranti contro cui si punta il dito, dimostrando l’incapacità di imparare dal passato.   Il titolo dell’opera racchiude in sé più di un significato, esemplificativo del passaggio da pratiche di punizioni corporali a vessazioni digitali il cui scopo comune è quello di annientare le soggettività. I social sono descritti come un moderno pelourinho: nelle colonie portoghesi veniva posta, in un luogo ben visibile, una colonna dove le persone schiavizzate erano frustate, come memento punitivo e educativo per la collettività. Una dimostrazione di forza bruta per riaffermare il proprio dominio su chi veniva considerato inferiore e i confini che non poteva valicare.  Una radice traumatica che ritroviamo nel modo in cui i social media si presentano come una piazza virtuale, in cui hanno eco sentimenti d’odio verso chi è ritenuto diverso, che nel contesto sociale offline non sono più accettati, ma che sotto il dominio di algoritmi, creati su logiche di profitto, catalizzano l’attenzione e  ne amplificano la diffusione, grazie alle continue interazioni, creando delle gerarchie atte a mantenere le vittime in una condizione di disumanizzazione, subalternità e marginalizzazione. Una logica che non possiamo più ignorare perché queste interazioni dispregiative migrano anche nella vita reale, divenendo la nuova normalità; la tecnologia digitale è onnipresente nelle nostre, permea le interazioni sociali e influenza i comportamenti e le reazioni offline, in una coodipendenza i cui effetti negativi devono essere esaminati e scardinati. Durante la presentazione è stato chiesto all’autore delle pratiche concrete che possano apportare un cambiamento radicale e contrastare il profitto generato dalle pratiche d’odio e Luiz Valério Trindade ha ribadito come le aziende di tecnologia rifiutando di identificarsi come editori, come testate giornalistiche, negano la propria responsabilità, quindi ne consegue l’importanza di un aggiornamento della giurisprudenza in materia, che segua più da vicino come tali effetti si manifestano nella società; l’assoluta necessità che la popolazione e, in particolar modo, i giovani debbano essere educati alla consapevolezza che quanto commentano e le interazioni che hanno online hanno delle ricadute sulla vita reale, i social non sono una terra di nessuno dove tutto è concesso in virtù di una millantata libertà d’espressione privata di una qualsiasi responsabilità critica.  L’attualità ci insegna purtroppo che, in più di un caso, degli adolescenti sono rimasti vittime del bombardamento dell’algoritmo che li ha sottoposti ad una sovraesposizione a contenuti inappropriati che hanno condotto a decisioni irrimediabili, che non fanno che dimostrare la stretta connessione esistente tra azioni virtuali e vita reale. La presentazione si chiude con l’invito alla presa di coscienza del singolo utente della propria responsabilità individuale e di come ciò a cui diamo visibilità abbia una ricaduta economica, in termini pubblicitari, su cui poter far leva per stimolare un radicale cambio di rotta.  
«La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini»
Un lessico nuovo – fatto di droni, sensori, riconoscimento facciale e big data – ha preso piede nel racconto delle frontiere. E a questo si accompagna una promessa ricorrente, parlando di migrazioni: che la tecnologia risolverà tutto. Algoritmi, sensori e intelligenza artificiale sapranno finalmente distinguere chi ha diritto di passare e chi no, e così le «frontiere intelligenti» saranno più efficienti, più sicure, più giuste. Ma dietro questa illusione di neutralità si cela una verità molto meno rassicurante. Oggi l’ossessione per il controllo dei confini sta accelerando l’automazione delle politiche migratorie. Le nuove tecnologie – dal riconoscimento biometrico all’analisi predittiva dei dati – non si limitano più a supportare le decisioni umane, ma sempre più spesso le prendono al posto nostro. E lo fanno sulla base di logiche opache, escludenti, profondamente inique. La fortezza automatica di Fabio Chiusi, edito da Bollati Boringhieri, non racconta un progetto del futuro, ma un presente che è già realtà. Sviluppata in tutto l’Occidente, l’automazione delle politiche migratorie affonda le radici in un immaginario securitario e discriminatorio. L’autore ne ricostruisce le premesse ideologiche e storiche, passando dal presente delle deportazioni di massa statunitensi basate sull’IA e guardando ai progetti di ricerca europei che prefigurano un futuro ancora più automatizzato, in cui le frontiere diventano laboratori di sperimentazione tecnologica: spazi eccezionali dove il diritto viene sospeso e l’efficienza sostituisce la giustizia. Contro l’ideologia tecnocratica che vorrebbe affidare la mobilità umana a dispositivi tecnologici avanzati, questo libro somma analisi storica, critica ideologica e inchiesta giornalistica, e smonta una narrazione pericolosa, mostrando come l’innovazione, quando è al servizio della disuguaglianza, non libera ma incatena. Sfoglia l’indice e le prime pagine L’AUTORE Fabio Chiusi è un giornalista, ricercatore e professore aggiunto che si occupa delle conseguenze sociali delle nuove tecnologie, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Lavora per la no profit AlgorithmWatch, con sede a Berlino, per la quale, dopo avere diretto i progetti «Automating Society 2020» e «Tracing The Tracers», coordina il progetto «Automation on the Move», su IA e migrazioni. Ha scritto di politiche e cultura tecnologica per svariate testate nazionali e internazionali, e tiene dei corsi su intelligenza artificiale e giornalismo all’Università di San Marino e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha pubblicato diversi saggi su media, democrazia e tecnologie digitali, tra cui Nessun segreto. Guida minima a WikiLeaks, l’organizzazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra Internet, informazione e potere (2010), Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti (2014), Io non sono qui. Black Mirror. Visioni e inquietudini da un futuro presente (2018). Con Bollati Boringhieri ha pubblicato L’uomo che vuole risolvere il futuro. Critica ideologica di Elon Musk (2023).
Il viaggio del testimone, racconto di un matrimonio dal Ghana
Il viaggio del testimone è un podcast narrativo e documentaristico che racconta un viaggio in Ghana attraverso i sensi. Rocco, non vedente da 25 anni, parte come testimone di nozze di Josef, un amico conosciuto anni prima in Italia, tornato nel suo paese per sposarsi. Senza immagini, il racconto si costruisce con suoni, voci, odori, musica e incontri quotidiani: dai TroTro alle cerimonie tradizionali, dai mercati ai momenti familiari. Un viaggio che diventa esperienza condivisa, incontro tra culture e riflessione sul tempo, sull’attesa e sul significato di appartenere a una comunità. NOTA D’AUTORE Questo podcast nasce da un modo preciso di stare nel mondo: ascoltandolo. Sono non vedente da molti anni e il suono è sempre stato il mio principale strumento di orientamento, conoscenza e relazione. Quando ho deciso di seguire Josef in Ghana come testimone di nozze, ho capito subito che non avrei voluto “raccontare” quel viaggio a posteriori, ma viverlo registrandolo, lasciando che fossero i suoni a costruire la memoria. Voci incontrate per strada, mezzi di trasporto, mercati, cerimonie, musica, silenzi condivisi: ogni elemento sonoro è diventato parte del racconto. Non ho cercato di spiegare il Ghana, né di rappresentarlo. Ho cercato di attraversarlo, accompagnato dalla mia amica Paola, lasciando che l’ascolto guidasse l’esperienza e il montaggio. Il risultato è un podcast che non chiede attenzione per essere capito, ma disponibilità ad ascoltare. Il viaggio del testimone è per me un modo di restituire un’esperienza vissuta, senza immagini, affidandosi alla fiducia nel suono e nella capacità di chi ascolta di costruire le proprie immagini interiori.
«Waking Hours»: il confine europeo nel buio della notte
C’è un’Europa che prende forma solo di notte, lontano dai riflettori e dalle narrazioni ufficiali. Un’Europa di foreste attraversate al buio, di fuochi accesi tra gli alberi, di spari che rimbombano in lontananza e di un confine – quello tra Serbia e Ungheria – che smette di essere una linea sulle mappe per diventare spazio vissuto, attraversato, temuto. Waking Hours, film documentario di Federico Cammarata e Filippo Foscarini 1, nasce proprio da lì, da quello che gli autori definiscono «un teatro oscuro e una dimora provvisoria», dove «la materia del visibile si sfalda» e il confine europeo si manifesta come esperienza concreta di attesa, sopravvivenza e invisibilità. Selezionato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e da oggi nelle sale italiane 2, è girato interamente di notte lungo una delle tratte più battute della rotta balcanica. Gli autori seguono la vita quotidiana di alcuni passeurs afgani che vivono nascosti nelle foreste, in attesa di accompagnare le persone migranti oltre la soglia dell’area Schengen. Non un’inchiesta tradizionale né un racconto esplicativo: «Alla logica dell’investigazione istituzionale – spiegano – opponiamo una contro-investigazione poetica e civile, che non cerca colpevoli ma crea ascolto». Il film affida così al suono, alle luci intermittenti e all’oscurità il compito di raccontare ciò che resta ai margini dello sguardo e della rappresentazione. Coprodotto da Volos Films Italia con Cosma Film e Rai Cinema, e distribuito da Luminalia, Waking Hours ha ricevuto due premi alla Mostra di Venezia e un’attenzione critica significativa. La sua forza sta in una scelta radicale di messa in scena: «La foresta non è sfondo né cornice, ma il corpo vivo e il cuore pulsante del film». Il buio non è assenza, ma «condizione esistenziale: buio di foresta, buio di paura, buio di desiderio, buio dell’invisibilità politica». In questo spazio sospeso, cinema del reale e teatro si fondono, mentre la rotta balcanica resta «una presenza persistente che lavora ai margini dell’inquadratura», senza mai essere mostrata frontalmente. Waking Hours arriva ora nelle sale italiane con una distribuzione diffusa che attraversa il paese, invitando il pubblico a un’esperienza cinematografica rara e immersiva. Un attraversamento, come lo definiscono gli stessi Cammarata e Foscarini: «La foresta è la nostra barca. Il cinema, il nostro attraversamento». INTERVISTA A FEDERICO CAMMARATA E FILIPPO FOSCARINI a cura di Dario Zonta IN CHE MODO SIETE ARRIVATI A FILMARE AL CONFINE TRA SERBIA E UNGHERIA? COME SIETE INCAPPATI NEI CLAN DI PASSEUR? Questo film è nato completamente per errore. Ci trovavamo a viaggiare nella regione a nord della Serbia perché volevamo filmare la “fioritura del Tibisco”, un fenomeno naturale unico nel suo genere che avviene una volta l’anno appunto sulle rive del fiume Tibisco. Centinaia di migliaia di insetti, chiamati “effimere”, dopo una gestazione di tre anni passati sul letto limaccioso del fiume, escono in massa dall’acqua durante il tramonto e cominciano a volare. La loro vita è effimera, dura solo poche ore e in questo tempo volano freneticamente sopra l’acqua nel tentativo di riprodursi. Il fiume Tibisco è circondato da fitti boschi che in estate ricordano quasi una giungla. Il caso ha voluto che mentre ci addentravamo attraverso la vegetazione, in cerca del punto più adatto da cui filmare la “fioritura”, ci imbattessimo in uno dei tanti gruppi che presidiava la foresta. Eravamo partiti solo per 3 o 4 giorni, giusto il tempo di filmare gli insetti. Siamo finiti per restare lì quasi un mese. NELLA SCENA INIZIALE DEL FILM SI VEDE UN VIA VAI DI MACCHINE E TAXI CHE PORTANO GRUPPI DI PERSONE. IL NUMERO COSPICUO DI PERSONE CHE GESTISCONO QUESTE ATTIVITÀ LASCIA IMMAGINARE CHE TUTTO QUESTO SIA CONOSCIUTO, SE NON ADDIRITTURA TOLLERATO, E CHE GENERI ADDIRITTURA UN INDOTTO. CI DITE QUALCOSA SU QUESTO ASPETTO? È un fenomeno complesso, raccontato poco, che tra l’altro cambia in base al tipo di confine. Le informazioni relative a queste organizzazioni non sono tante. Noi abbiamo visto un tassello di qualcosa di enorme, sfiorando appena la punta di un iceberg. Sulle prime non è stato immediato distinguere un passeur da chi non lo era. È un fenomeno stratificato: tendenzialmente quelli che vivono dentro le foreste sono coloro che lavorano e che organizzano i passaggi. I migranti arrivano nei modi più disparati: alcuni arrivano nei centri di accoglienza vicino alle città, ma noi abbiamo visto anche intere famiglie arrivare nella cittadina più vicina al border e sistemarsi in una struttura ricettiva, tipo un b&b, in attesa della chiamata. SI TRATTA QUINDI DI UN EVENTO, QUELLO DEL PASSAGGIO, CHE COINVOLGE DIVERSI LIVELLI E SFERE, COMPRESI GLI AFFITTACAMERE E I TASSISTI, E TUTTO QUELLO CHE C’È INTORNO. Si, è cosi. Ma non bisogna immaginare un taxi che passa ogni tanto, ma una vera e propria orda, sempre notturna; taxi che si muovono avanti e indietro in mezzo al nulla, in prossimità del bosco lasciano i gruppi di persone che vengono prese in consegna dai clan che li nascondono tutta la notte dentro la foresta e con le prime luci dell’alba vengono portate dall’altro lato. Naturalmente c’era molta polizia, noi abbiamo incontrato nel secondo viaggio anche Frontex, la polizia europea di frontiera, dispiegata sempre dal lato serbo. Il fenomeno dei taxi veniva più o meno ostacolato, nel senso che c’erano dei posti di blocco che periodicamente li fermavano… senza però arrestare il flusso. È logico immaginare che ci fosse un indotto, un sistema economico che permettesse tutto questo. Poi c’è stata una operazione massiccia di Frontex e della polizia serba che ha fatto piazza pulita. Si parla di una situazione che si era stratificata negli anni, quindi era sicuramente a beneficio di tanti, questo lo si percepiva, era tangibile. QUANTO COSTA ATTRAVERSARE IL CONFINE? Per attraversare un confine le cifre sono simili, sia per quanto riguarda l’attraversamento dalla Libia, che per quanto riguarda gli attraversamenti nei vari confini nell’area balcanica, che sia la Bulgaria, la Grecia, la Serbia o la Bosnia… In media un migrante, un rifugiato, spende all’incirca 10.000 euro in tutto, distribuendo il denaro nei vari passaggi e confini. Non è però un percorso lineare, nel senso che ci sono poi i respingimenti, per cui ci sono persone che vengono ricondotte nel posto da cui hanno provato ad entrare, ci riprovano anche tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte. Ci sono persone che provano e riprovano e poi finiscono per non entrare mai. ALCUNI DEI MIGRANTI POI SONO DIVENTATI PASSEUR: DA CHI SONO COMPOSTI QUESTI CLAN, NON SOLTANTO DAL PUNTO DI VISTA DELLE ETNIE? Non è sempre chiaro quale sia la soglia tra il contrabbandiere e il migrante; uno dei protagonisti del film lo racconta esplicitamente, dicendo di aver provato più volte l’attraversamento, di essere stato all’interno dell’area Schengen, di essere stato in Bosnia piuttosto che in Austria o in Italia, e poi a causa dei respingimenti si è trovato costretto a tornare indietro. Nelle foreste abbiamo incontrato molti afghani, persone che fuggivano dal regime talebano, la maggior parte di lingua Farsi, persone che per lunghi anni sono stati migranti e poi a un certo punto, non potendo più rientrare nei loro luoghi d’origine e non potendo più stare in Europa, per i respingimenti o per le condizioni lavorative inadatte per poter sopravvivere, hanno deciso di fare proprio questa scelta forzata di vivere ai margini, lungo i confini tra i vari stati per aiutare altri ad entrare in Europa. Ci sono però anche gruppi di persone che vanno lì per fare questa specifica attività di organizzazione del passaggio, quindi non occasionalmente… Alcuni vanno lì apposta per fare quello, per collocarsi proprio sulla soglia e guadagnare, altri ci finiscono. Ci sono vari motivi per cui un singolo fa una scelta così pericolosa, vivendo in condizioni simili a quelli che fanno la rotta, sebbene in un altro ruolo. È un sistema stratificato, vanno immaginate veramente come delle agenzie di viaggio, divise per clan di appartenenza. Ci saranno anche dei gruppi sporadici che nascono autonomamente, ma la maggior parte sono tutti molto organizzati. Ci sono afghani, siriani, pakistani, marocchini o tunisini: a volte si identificano proprio con dei nomi, spesso tratti da veri battaglioni militari considerati d’elite. LO SCONTRO TRA BANDE DENTRO ALLE FORESTE È STATO UNO DEI MOTIVI PER CUI IN QUELLA ZONA IL FENOMENO È STATO INTERROTTO. I clan, confrontandosi tra di loro, hanno per un lungo periodo generato una guerra a bassa tensione costante, per cui tutte le notti in quel confine si sparava. Di conseguenza la gendarmeria serba, coordinata da Frontex, ha deciso di intervenire, di rompere questa economia, che comunque era un’economia che non riguardava soltanto i clan, ma anche i locali, gli stessi serbi. Anche l’impennata numerica degli arrivi in Serbia nel biennio 2022/23 è stata la causa dell’interruzione. E c’era poi anche un motivo di geopolitica locale, perché la Serbia concedeva un visto temporaneo che permetteva alle persone provenienti dagli stati che non riconoscevano l’autonomia del Kosovo di entrare nel paese. Quello era il motivo per cui tante persone dal Marocco, dall’Afghanistan o dalla Siria entravano in Serbia senza troppe difficoltà per poi provare ad attraversare. Una parte della violenza invisibile del posto era legata all’economia, come in qualsiasi altro posto sulla terra; lì le persone venivano considerate come merce da contrabbandare, da portare da un posto ad un altro, ma c’erano anche altre merci che giravano, come le armi. I clan non si portavano le armi da casa: ogni qual volta spuntava un kalashnikov nascosto tra gli alberi, quasi sempre proveniva dalla guerra in ex-Jugoslavia. Da dove arrivavano queste armi? Un giornalista di Balkan Insight ha parlato di una forte presenza della mafia albanese, per quanto riguardava il discorso del controllo delle rotte, così per il traffico di armi. Ciò fa capire che la dinamica è molto più articolata di quanto si potrebbe immaginare. IN CHE MODO I VARI GRUPPI DI MIGRANTI ATTRAVERSANO QUELLA PARTE DI CONFINE? Dipende dal budget di cui si dispone, avere più soldi significa attraversare nascosti dentro ai veicoli, e costa qualche migliaio di euro. Nel caso, invece, dell’attraversamento “povero”, quello da poche centinaia di euro, si tratta di attraversare con delle lunghe scale che loro fabbricano e buttano sulle reti della recinzione ungherese. La prima recinzione, quella principale, è alta tre metri e mezzo, piena di filo spinato, dietro ce n’è un’altra, per cui è un doppio attraversamento che deve essere fatto. In alcuni punti i passeur riescono a rompere la recinzione, in altri invece si scavalca proprio con le scale, come se fosse una cinta medievale. QUANTO SONO DURATE LE RIPRESE? In altri progetti abbiamo avuto il tempo di fare delle ricerche, dei test per capire come muoverci. In questo caso non c’è stato il tempo, abbiamo iniziato subito a filmare. In totale siamo stati sul posto per cinque settimane. Le prime a cavallo tra giugno e luglio del 2023, poi siamo tornati in Italia, abbiamo guardato il materiale e abbiamo deciso di tornare in un’altra stagione, a ottobre. In Vojvodina c’è un’escursione termica piuttosto importante, siamo passati da una estate caldissima a una situazione in cui faceva già molto freddo, cinque gradi di media. In autunno siamo stati tre settimane e siamo riusciti a porre le basi di una relazione con il gruppo di persone che stavamo filmando, cosa fondamentale, con l’idea di tornare nuovamente. Eravamo in una fase crescente della relazione con loro, avevamo pianificato di rientrare a dicembre per continuare la nostra ricerca, per continuare a girare, ma già in ottobre avevamo visto che l’area si stava a poco a poco militarizzando, avevamo notato una presenza più cospicua di Frontex, avevamo un po’ letto il fatto che lì le cose stavano per cambiare, ma non immaginavamo così rapidamente. Invece, una settimana dopo il nostro rientro in Italia, ai primi di novembre, ci arriva una telefonata da uno dei ragazzi del gruppo chiedendoci aiuto; un messaggio molto allarmante in cui si diceva che erano nascosti da tre giorni lungo il confine ungherese, in mezzo ai boschi, senza poter mangiare né bere. Anche l’organizzazione che all’inizio ci aveva aiutato, No Name Kitchen, ci disse che per loro era diventato impossibile raggiungere le aree delle foreste perché la zona era stata completamente militarizzata; in un weekend, si immagina di violenza, la polizia ha sostanzialmente ripulito tutto, tutti i boschi dell’area, portando poi le persone in centri di detenzione a sud della Serbia. Durante l’operazione Frontex e la stessa Gendarmerie serba non ha fatto praticamente distinzione tra gruppi di trafficanti e migranti nel momento che sono intervenuti per ripulire queste zone. Quasi tutte le persone che hanno catturato sono state criminalizzate automaticamente e messe nei centri di detenzione. Nel caos di quel fine settimana qualcuno è riuscito a fuggire ma dei ragazzi non ne abbiamo saputo più nulla. Per noi il montaggio è stato anche una specie di elaborazione del lutto, l’elaborazione di una relazione che ci è stata completamente tolta: la nostra idea era quella di continuare il nostro sviluppo, continuare a riprendere, ma la realtà ci ha risposto diversamente. Ci siamo allora detti di provare a tradurre il materiale, cercando di capire che cosa avevamo raccolto nelle ore di girato, e da lì abbiamo deciso di restituire quella che è stata la nostra esperienza. DA QUELLO CHE SAPETE, ADESSO IL PASSAGGIO, CIOÈ LA ROTTA, DOVE SI È DIREZIONATA? I punti di passaggio sono sempre in movimento perché le cose mutano velocemente, come i confini stessi perché il punto è entrare dentro Schengen; quindi, il confine è tra un paese che è dentro Schengen e uno che non lo è; e come sappiamo c’è una evoluzione perché i paesi, quelli che sono stati tradizionalmente di confine, iniziano a entrare in Schengen anche loro… Varie cose cambiano, soprattutto negli ultimi anni, ma sicuramente il fenomeno non si arresta. Quello che noi sappiamo è che in Serbia, che nel 2023 era veramente una sorta di autostrada, ora non lo è più, si è molto ridotto il fenomeno; quello che è successo in un primo momento è che c’è stata una spaccatura, come nei tubi il liquido è andato a ingrossare le fila di altre rotte già esistenti, dalla Bosnia e dalla Croazia. Ciò che sappiamo è che la situazione a seguito di questo rubinetto chiuso in Serbia, si è spostata in Bosnia e in Bulgaria. PERCHÉ AVETE FILMATO SEMPRE DI NOTTE? Il bosco fa più paura di notte che di giorno, però di fatto era un contesto più sicuro. Poi loro la sera si radunavano intorno al fuoco negli accampamenti ed era per noi importante stare con loro e la sera era il miglior momento, era il momento di lavoro perché stavano costantemente in comunicazione con altri, ma era anche un momento di raccoglimento, non ci si poteva spostare, quindi un mix di questi fattori è il motivo per cui abbiamo girato di notte. VI SIETE TROVATI IN SITUAZIONI PERICOLOSE? Qualsiasi operazione artistica è tale se ti sottopone a dei rischi, è sempre un viaggio verso l’ignoto. Rispetto alla nostra esperienza, eravamo in uno stato di allerta continua, chiaramente, ma nell’accampamento, intorno al fuoco, si era riusciti a creare una specie di bolla che ci distanziava dal resto del contesto, che era molto violento, non soltanto per gli scontri tra i clan, ma perché i confini, per loro stessa natura, sono contesti di pericolo e di violenza. Con i passeur non abbiamo mai percepito direttamente un senso di pericolo o di paura, ed è stato un elemento fondamentale anche per le riprese, perché in situazioni di paura eccessiva modifichi il linguaggio del film: diventa più un mestiere da reporter d’assalto. Il film, nella sua forma, restituisce un contesto che ci permettesse di restare, di posizionarci con un treppiede, di dare spazio non soltanto alla questione migratoria, ma anche a un loro spazio di intimità. Posizionare un treppiede in un contesto simile, racconta già qualcosa. All’inizio del film ci sono i taxi, luci nella notte che illuminano questa massa oscura… non lo so se si percepisce, forse esiste solo nell’universo dell’invisibile, però quello era uno spazio in cui avevamo costantemente paura: paura, prima di tutto, di essere visti. I taxi non erano consapevoli che stavamo filmando: quelle immagini sono state girate con un teleobiettivo molto spinto. Era quella un’area in cui c’erano i clan più violenti, clan che abbiamo avuto modo di incontrare, perché avevamo tentato un accesso anche con altri gruppi. Avevamo paura della polizia, perché non eravamo autorizzati. È importante sottolineare che non eravamo autorizzati a stare lì, tanto quanto i migranti e i passeur. C’è stata una testata giornalistica locale, nel periodo in cui stavamo facendo le riprese, che voleva realizzare un servizio per il telegiornale: sono stati presi a sassate dai clan del bosco. Questo è interessante, perché racconta il nostro posizionamento. Al di là di come noi percepiamo loro, è anche molto interessante capire come noi siamo stati percepiti da loro: noi stessi potevamo risultare un pericolo. 1. Federico Cammarata (1993) e Filippo Foscarini (1990) iniziano la loro collaborazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, dove si diplomano nel corso di Documentario. Sin dal primo lavoro insieme, Tardo agosto (2021), adottando un approccio personale che vale loro l’attenzione dei festival internazionali, da DocLisboa ai Popoli, da Beldocs allo Yamagata International Documentary Film Festival. Waking Hours è il loro primo lungometraggio documentario. ↩︎ 2. Le date previste (in aggiornamento): 2 febbraio – Bologna, Cinema Modernissimo 3 febbraio – Modena, Sala Truffaut 9 febbraio – Roma, Cinema Troisi 10 febbraio – Torino, Cinema Massimo 13 febbraio – Genova, Cinema Nickelodeon 16 febbraio – Roma, Cinema Tibur 17 febbraio – Vicenza, Cinema Odeon (da confermare) 18 febbraio – Venezia, Cinema Giorgione 18 febbraio – Livorno, Cinema 4 Mori 19 febbraio – Padova, Cinema Fronte del Porto 20 febbraio – Verona, Circolo del Cinema 21 febbraio – Roma, Azzurro Scipioni 24 febbraio – Torino, Piccolo Cinema 25 febbraio – Milano, Cinema Anteo 4 marzo – Pesaro, Cinema Solaris (da confermare) 4 marzo – Fano, Cinema Masetti 4 marzo – Senigallia, Cinema Gabbiano 9 marzo – Bergamo, Cinema del Borgo 10 marzo – Brescia, Nuovo Eden 11 marzo – Mantova, Cinema Mignon (da confermare) 12 marzo – Pordenone, Cinema Zero 13 marzo – Trieste, Cinema Ariston (da confermare) 18 marzo – Rovigo, Cinema Duomo 23 marzo – Pisa, Cinema Arsenale ↩︎
Diritti all’ascolto: il podcast del progetto europeo SCUDI
Diritti all’ascolto è un podcast che nasce all’interno del progetto SCUDI – Scuola di diritti umani 1, dedicato al contenzioso strategico per la tutela dei diritti delle persone migranti. Diritti all’ascolto trasforma la formazione specialistica di SCUDI in un racconto accessibile e coinvolgente, per spiegare come il diritto possa diventare uno strumento concreto di tutela contro le discriminazioni. Attraverso le voci di avvocatə, attivistə, operatorə, ogni episodio intreccia contesto giuridico e casi pratici, affrontando quattro temi: cittadinanza, asilo e protezione internazionale, accesso alla giustizia e discriminazioni di genere. Diritti all’ascolto è diretto da Valentina Muglia, i contenuti sono curati da Elisa Leoni e Sara Gherardi, il montaggio è di Alessandro Antonelli e la voce narrante di Sara Gherardi. Gli ospiti sono: Laura Liberto, Valentina Ceccarelli, Giulia Crescini, Gennaro Santoro, Salvatore Fachile, Rachele Giorgi, Valentina Muglia, Paolo Oddi, Anna Brambilla e Sarah Lupi. PUNTATA 0 – CHE COS’È SCUDI E PERCHÉ NASCE DIRITTI ALL’ASCOLTO In questo episodio introduttivo, il progetto SCUDI si racconta attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno. Con Laura Liberto e Valentina Ceccarelli di Cittadinanzattiva. *  Trascrizione ep. 0_Diritti all’ascolto_Podcast EPISODIO 1 – CITTADINANZA E APPARTENENZA In questo episodio si parla di cittadinanza: cosa prevedono oggi le norme in Italia, dove il sistema si inceppa e di come questo incida sulla vita di chi nasce o cresce in Italia senza vedere riconosciuta la propria appartenenza. Insieme a Giulia Crescini e Gennaro Santoro, sono analizzati gli ostacoli giuridici e amministrativi, il divario tra diritto scritto e pratica quotidiana e gli strumenti – legali e collettivi – che possono essere attivati per rivendicare i propri diritti.  * Trascrizione ep. 1_Diritti all’ascolto_Podcast EPISODIO 2 – ASILO E PROTEZIONE INTERNAZIONALE Questa puntata è dedicata al diritto d’asilo e alla protezione internazionale, un pilastro della tutela dei diritti umani sempre più messo in discussione da politiche restrittive e prassi amministrative illegittime. Con Salvatore Fachile e Rachele Giorgi si parla di procedure, nuove normative europee, violazioni sistematiche e del ruolo fondamentale del lavoro legale e del contenzioso strategico per difendere i diritti delle persone migranti in cerca di protezione. * Trascrizione ep. 2_Diritti all’ascolto_Podcast EPISODIO 3 – ACCESSO ALLA GIUSTIZIA: UN PERCORSO A OSTACOLI In questo episodio si affronta il tema dell’accesso alla giustizia per le persone migranti. Barriere linguistiche, mancanza di informazioni, criminalizzazione dell’irregolarità e  detenzione amministrativa rendono il godimento dei diritti un percorso a ostacoli. Con Valentina Muglia e Paolo Oddi, per capire dove il sistema fallisce e quali strumenti giuridici e politici possono essere messi in campo per smontare pratiche ingiuste e restituire effettività ai diritti. * Trascrizione ep. 3_Diritti all’ascolto_Podcast EPISODIO 4 – DONNE MIGRANTI E DISCRIMINAZIONI MULTIPLE L’ultima puntata è dedicata alle donne migranti e alle discriminazioni multiple e intersezionali che attraversano le loro vite: genere, origine, status giuridico, condizioni economiche. Un intreccio di disuguaglianze che incide sull’accesso alla protezione, ai servizi, alla salute e alla giustizia. Con Anna Brambilla e Sarah Lupi si esplora l’approccio intersezionale, il ruolo del contenzioso strategico e le pratiche capaci di rendere visibili queste discriminazioni e contrastarle concretamente. * Trascrizione ep. 4_Diritti all’ascolto_Podcast 1. Il podcast è realizzato da CILD nell’ambito di un progetto promosso da Cittadinanzattiva in collaborazione con CILD e finanziato dall’Unione europea attraverso il Programma CERV (Grant Agreement n. 101143178). ↩︎
«Libertà di movimento»
Ogni anno migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo, nell’oceano Atlantico, nel deserto, nel tentativo di emigrare verso l’Europa. E chi non muore troppo spesso incontra sofferenze e violenze. Tutto ciò è evitabile. Come? Riconoscendo il fallimento generale della politica migratoria europea. Ammettendo il tracollo etico e culturale delle nostre società. E introducendo una discontinuità radicale, che richiede di affrontare il tema della libertà di movimento e circolazione delle persone. Il testo si presenta come un’assemblea, con cinque interviste che dialogano tra loro, i cui protagonisti sono Nawal Soufi, Soumaila Diawara, Nancy Porsia, Yasmine Accardo e Gianluca Vitale. La prefazione di Jason W. Moore, noto storico dell’ambiente di fama internazionale, completa un volume di urgente importanza. * La scheda del libro
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 1 raccoglie 42 parole dalla A alla Zeta, derivate dalle lingue coloniali e dall’arabo e innovate, manipolate, ibridate nel contesto dell’esperienza delle persone provenienti dall’Africa subsahariana o originarie della Tunisia verso l’Europa. Notizie/Arti e cultura «CONTRODIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE» Equipaggio della Tanimar, a cura di Filippo Torre (Tamu Edizioni, Novembre 2025) 21 Novembre 2025 L’Equipaggio della Tanimar 2, l’autore collettivo che prende il nome dalla barca a vela su cui hanno viaggiato nel cuore del Mediterraneo le ricercatrici e i ricercatori delle Università di Genova e Parma, ha raccolto queste parole da incontri, canzoni, diari di campo, testimonianze o post sui social network e le ha selezionate attraverso l’interlocuzione diretta con le persone in transito, in particolare, sul confine italo-tunisino. Parole di mare e di terra, fuori dalla storia ufficiale, recuperate e restituite in queste pagine con l’intento di esplorarne l’etimologia e il significato, ma soprattutto l’uso sociale e il potenziale sovversivo: parole di una lingua viva, in costante mutamento e movimento, parlata da chi, nel limbo determinato dalle politiche securitarie della fortezza Europa, si trova a muoversi sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, subendo, resistendo e sfidando il razzismo, la violenza e l’emarginazione che da esse derivano, sia a livello istituzionale che sociale. Un contro-dizionario per una contro-narrazione in cui ogni parola è accompagnata da una o più testimonianze: esempi di campo che permettono di comprendere il loro significato o ri-significato pratico e profondo nella vita quotidiana delle persone in movimento. Una contro-narrazione dell’esperienza migratoria che, smarcandola dalla rappresentazione e narrazione dominante di massa indistinta di vittime o criminali, riesce a restituire la dimensione individuale, il protagonismo e la prospettiva di chi la vive, a partire dalle auto-definizioni di: adventurier, soldats, harraga, bozayeurz. PH: Roberta Derosas In questo contro-dizionario, che si fa innanzitutto luogo in cui si attraversano spazi geografici, marini e terrestri, spazi relazionali e sociali, spazi di auto-organizzazione, emarginazione o costrizione, si incontrano termini come: boutille (la parola “segreta” per indicare l’imbarcazione del viaggio in partenza), skadra (che indica la motovedetta militare tunisina che pattuglia le coste e riporta indietro), zitounes (che indica tutti i territori fatti di ripari di fortuna in cui vivono ammassate le persone in movimento) o centro (parola generica con cui vengono indicate tutte le tipologie di centro in cui si può finire una volta attraversato il Canale di Sicilia). Tra le pagine di Controdizionario di Confine trovano luogo anche le parole degli spazi virtuali, dei post di promozione dei viaggi, di “recensioni” su intermediari (cokseur), avvertenze su truffatori (arnaqueur) e le parole utilizzate da pescatori, abitanti, soccorritori. In un gioco di specchi, c’è spazio anche per un’espressione come or noir, oro nero: il termine con cui le persone in transito sanno di essere chiamate dai trafficanti e dagli sfruttatori autoctoni che traggono profitto dal traffico o dallo sfruttamento dei loro corpi. In questo archivio di parole di un Mediterraneo alla deriva, in cui si trovano parole segrete, alternative, armate, sacre, di solidarietà, speranza, resistenza, rabbia, sfida e rassegnazione non ci sono parole neutre perchè nella violenza e contraddizioni del confine marittimo che tradisce la sua stessa etimologia di “fine comune”, anche la parola “meteo” si carica di un significato di presagio, di opportunità o minaccia e di manifestazione della volontà divina. Mentre, il termine che, in assoluto, primeggia e ricorre come riferimento di tante altre parole è Boza, la parola della riuscita, del grido di vittoria sulla frontiera. Un contro-dizionario frutto di tanti viaggi che dovrebbe, a sua volta, viaggiare non solo tra gli esperti di migrazioni ma nelle scuole e tra i pubblici più vari, affinché nella narrazione dominante trovi spazio una rappresentazione dell’esperienza migratoria nella sua complessità che, travalicando vittimizzazione e criminalizzazione riesce a rendere conto non solo dell’ingiustizia prodotta dalle politiche europee e dagli accordi tra l’Unione europea e i Paesi del Nord Africa, ma anche della consapevolezza, della capacità di resistenza, di difesa, di auto-organizzazione collettiva e di autodeterminazione delle persone in movimento. L’avvertenza per fare buon uso e comprendere il senso profondo del lavoro che ha portato a questo prezioso dizionario si trova nella prefazione di Georges Kpuangang: “Chi legge è invitato a entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. PH: Roberta Derosas 1. A cura di Filippo Torre; Prefazione di Georges Kouagang. Consulta la scheda del volume ↩︎ 2. L’Equipaggio della Tanimar è composto da un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle Università di Genova e di Parma che studia le forme di mobilità e l’abitare migrante nel regime di frontiera mediterraneo. Formato da sociologi, antropologi e giuristi, si occupa di migrazioni, immaginari e confini usando metodi etnografici, visuali e partecipativi. Dopo anni di ricerca sul confine mediterraneo, nel 2022 l’equipaggio ha navigato tra Pantelleria, Malta e le Isole Pelagie, esperienza da cui è nato il libro Crocevia mediterraneo (Elèuthera, 2023). Un secondo viaggio etnografico ha interessato, nel 2023, l’area dei porti tunisini di Kerkennah, Sfax, Mahdia e Monastir e un terzo, nel 2025, le isole dell’Egeo, tra Grecia e Turchia. Nel settembre 2025 l’equipaggio ha partecipato all’iniziativa politica f.Lotta, un’occupazione massiccia del Mediterraneo. ↩︎
«Auto-etnografia dell’accoglienza»
Nel 2011 le Primavere Arabe attraversarono il Nord Africa e il Medio Oriente e migliaia di persone raggiunsero l’Europa. Per gestire quegli arrivi, l’Italia dichiarò l’“Emergenza Nord Africa”, dando avvio a un sistema di accoglienza straordinaria. È in questo contesto che Davide Biffi inizia il suo percorso di operatore e ricercatore all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), strutture nate proprio in quegli anni per accogliere i richiedenti asilo. Il libro, pubblicato da Edizioni Junior, racconta il lavoro nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati da una prospettiva interna, restituendo la traduzione quotidiana delle politiche migratorie nei luoghi dell’accoglienza. L’autore spiega di aver descritto il suo lavoro nei servizi dedicati a richiedenti asilo e rifugiati «da una prospettiva emica, mostrando la concretizzazione quotidiana delle politiche, caratterizzate da controllo, esclusione, abbandono, discrezionalità da una parte, ma anche creatività, professionalità, militanza e cura, dall’altra». Ne emerge un sistema che produce esiti alterni e contraddittori: «Ho descritto – scrive Biffi – un sistema che favorisce a intermittenza l’inclusione, il sostegno, la marginalizzazione e l’abbandono delle persone al proprio destino, in un continuo movimento oscillatorio tra questi poli». Dalla presa in carico delle persone definite “vulnerabili” alla costruzione delle biografie presentate in Commissione Territoriale, dalle relazioni burocratiche con le istituzioni alle loro assenze di fronte ai bisogni primari, il volume affronta i nodi centrali del lavoro nei servizi: «Ho incontrato, affrontato e selezionato per la scrittura vari temi: la presa in carico delle persone definite “vulnerabili”; i processi di co-costruzione delle biografie dei richiedenti asilo presentate all’audizione in Commissione Territoriale; la costruzione di relazioni burocratiche istituzionali; le assenze istituzionali di fronte ai bisogni primari di esseri umani con o senza fragilità». Queste spesso si producono e si aggravano proprio nei contesti dell’accoglienza: «Fragilità personali che si creano qui, nella presunta società d’accoglienza, che si esasperano sino a diventare patologie difficilmente reversibili». L’analisi si fonda su un lavoro etnografico costruito “dal di dentro”, in dialogo con diversi ambiti dell’antropologia. «Ogni tema è stato esplorato a partire dall’etnografia dei campi di lavoro attraversati, in dialogo con l’antropologia medica, l’etnopsichiatria, l’antropologia politica. Il risultato è un’etnografia delle migrazioni e dello Stato, intrecciata costantemente alla riflessione sulle questioni politiche ed etiche sul ruolo pubblico dell’antropologia e degli antropologi», precisa Biffi. Un’etnografia che diventa inevitabilmente anche auto-etnografia: «Un’etnografia dello Stato costruita là dove le cose accadono, in una di quelle migliaia di situazioni dove lo Stato si concretizza in carne e ossa, in uffici, persone, scelte. Un’etnografia che diventa necessariamente auto-etnografia». Uno degli interrogativi centrali che attraversano il libro riguarda il destino della sofferenza sociale prodotta dal sistema: «Uno degli obiettivi che mi sono sempre posto è quello di seguire – e capire – dove finisce, che ne è, della sofferenza sociale così prodotta in un tale sistema». Il volume si rivolge in primo luogo a chi lavora nei servizi, ma non solo: «Il dialogo impostato attraverso il volume si rivolge alle operatrici e agli operatori dei servizi pubblici e privati che si relazionano con richiedenti asilo e rifugiati, ma anche a un pubblico più vasto: cittadini e cittadine, solidali, politici, collettivi, associazioni, enti». Il libro invita infine a immaginare alternative possibili: «Gli echi basagliani – conclude l’autore – spronano lavoratori del settore e organismi decisionali a pensare a un nuovo modello di accoglienza e accompagnamento: ripensare il sistema basato su campi e progetti, immaginare nuove soluzioni, progettare un welfare davvero inclusivo. Si può fare». L’AUTORE Davide Biffi, educatore dal 2006, lavora dal 2011 nel settore delle migrazioni forzate. Ha ricoperto differenti ruoli in più realtà del terzo settore tra le province di Milano, Monza e Lecco. Nel 2021 ha terminato un Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con un’etnografia sulla sua esperienza di ricercatore-operatore. Attualmente coordina un progetto SAI.