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Meloni: bollo e manganello: mancetta nera e faccetta feroce
di Mario Sommella (*) Dal decreto anti-rave al bollo regalato: quattro anni di governo Meloni tra mance a scadenza, codice penale più severo per chi protesta e diritti sociali rinviati a data da destinarsi. Mentre si annuncia lo sconto, il conto arriva a sanità, lavoro e cura. 1. Due decreti con lo stesso numero Ci sono coincidenze che raccontano un
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Il patrimonio di edilizia pubblica nella Relazione del CNEL sui servizi pubblici 2026
Nel 2021 l’offerta italiana di alloggi per studenti copriva appena il 2,2% degli iscritti, circa 41 mila posti. Per raggiungere entro il 2030 il 18% di riferimento della media europea, al termine del PNRR mancherebbero 235.887 posti, il 70% dell’obiettivo, con un fabbisogno stimato in 4,7 miliardi di euro.  Lazio (45.911 posti e 916,7 milioni), Campania (32.280 e 764,3 milioni) e Lombardia (35.096 e 700,7 milioni) concentrano circa metà delle risorse necessarie. E per quanto riguarda il patrimonio di edilizia residenziale pubblica siamo fermi al 2,7% dello stock abitativo italiano, contro il 17% della Francia e il 29% dei Paesi Bassi. L’Italia dispone quindi di uno dei patrimoni pubblici più modesti dell’Europa occidentale e questa situazione è il risultato di molteplici fattori. Sono alcuni dei dati della Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), presentata di recente e indirizzata al Parlamento e al Governo. > “Negli ultimi decenni, si legge nella Relazione, gli investimenti pubblici > destinati alla costruzione di nuovi alloggi sono progressivamente diminuiti, > mentre parallelamente è cresciuta la domanda abitativa, alimentata da fenomeni > quali l’aumento delle famiglie unipersonali, l’invecchiamento della > popolazione, l’incremento della povertà, la crescita del costo delle > locazioni, la maggiore mobilità lavorativa, la riduzione della capacità > reddituale delle famiglie. La conseguenza è evidente: l’offerta pubblica è > rimasta sostanzialmente stabile mentre la domanda è aumentata in maniera > costante. Non sorprende pertanto che le graduatorie comunali continuino ad > allungarsi e che migliaia di nuclei familiari rimangano esclusi dall’accesso > ad un’abitazione a canone sostenibile”. Oltre alla limitata consistenza quantitativa, il patrimonio pubblico italiano presenta una seconda criticità: la vetustà degli edifici. L’analisi dell’epoca di costruzione evidenzia infatti come oltre il 70% degli alloggi ERP sia stato edificato tra il secondo dopoguerra e il 1990. Più precisamente: 13,4% costruito prima del 1948; 31,8% tra il 1948 e il 1974; 39,5% tra il 1975 e il 1990; 13% tra il 1991 e il 2010; appena il 2,3% è stato costruito dopo il 2011. Inoltre, poco meno del 9% degli alloggi, 60.730 unità, non è assegnabile, quasi sempre perché richiede manutenzione straordinaria, mentre decine di migliaia di famiglie restano in attesa di una casa. L’incidenza va dall’1,65% della Campania al 21,66% della Liguria. > “Oltre 61.300 alloggi ERP risultano oggi sfitti, si legge nella Relazione, non > per assenza di domanda abitativa, ma perché necessitano di interventi di > manutenzione straordinaria per poter essere nuovamente assegnati. Si tratta di > una delle contraddizioni più rilevanti dell’intero sistema italiano: da una > parte migliaia di famiglie attendono un’abitazione pubblica, dall’altra > migliaia di alloggi rimangono inutilizzati per insufficienza delle risorse > economiche necessarie al loro recupero. È proprio su questo punto che emerge > con forza la necessità di individuare nuovi modelli di sostenibilità > finanziaria”. Una manutenzione che, si sottolinea nella Relazione, assume una funzione strategica: ogni alloggio recuperato amplia l’offerta effettiva senza nuovo consumo di suolo e con tempi generalmente inferiori a quelli richiesti dalla costruzione ex novo. Nell’82,3% dei casi rilevati, l’investimento di manutenzione straordinaria è inferiore a 30.000 euro per alloggio, con un costo medio stimato di circa 20.000 euro per unità. Il recupero del patrimonio esistente può quindi produrre valore abitativo, sociale e ambientale, ma richiede programmi pluriennali, risorse stabili, capacità progettuale e di appalto e un monitoraggio puntuale dei tempi necessari per restituire gli alloggi al servizio. > “L’analisi del patrimonio dell’ERP italiana, si legge nelle conclusioni del > capitolo della Relazione relativo all’Edilizia residenziale pubblica, > restituisce un quadro caratterizzato da un apparente paradosso, con Aziende > Casa che amministrano uno dei più grandi patrimoni immobiliari pubblici del > Paese costituito da oltre 823.000 alloggi e una presenza capillare su tutto il > territorio nazionale. Tale patrimonio risulta quantitativamente insufficiente > rispetto ai bisogni abitativi, fortemente datato e gravato da un rilevante > fabbisogno manutentivo. La sfida del prossimo decennio non sarà soltanto > costruire nuove abitazioni, ma soprattutto preservare, valorizzare e > rigenerare il patrimonio esistente. Per riuscirci sarà necessario dotare gli > enti gestori di strumenti finanziari e modelli di gestione capaci di garantire > stabilità economica e continuità degli investimenti. In questa prospettiva, il > rafforzamento dell’Edilizia Residenziale Sociale (ERS) rappresenta una delle > leve più promettenti per assicurare nuove risorse senza snaturare la missione > pubblica delle Aziende Casa”. Qui la Relazione: https://www.cnel.it/media/docs/default-source/news-documents/cnel_relazione-servizi-pa-2026.pdf?sfvrsn=271c3feb_1&Status=Master&download=true. Giovanni Caprio
October 19, 2026
Pressenza
Ravenna: ancora 26 alberi sani da distruggere
Dalle 7 del 20 ottobre in strada per bloccare le motoseghe e il 21 ottobre incontro informativo. Comunicato di «Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna». A seguire una nota della Bottega. Viale Romagna a Lido di Savio, al via nuovi abbattimenti: il Comune blinda procedura e risponde solo dopo quasi 50 giorni al consigliere Ancisi Nonostante un’estate
October 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Giornata dei Senzatetto: il Governo taglia 307 milioni su 450
della redazione di «Diogene» Foto Downtowngal Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license   Sabato 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale dei senzatetto. In Italia la ricorrenza cade mentre il principale intervento del PNRR dedicato alle persone senza dimora è passato dai 450 milioni di euro inizialmente programmati a 143 milioni dopo la revisione del Piano. Anche l’obiettivo è
Welfare insufficiente e riforma ferma al palo per oltre 4 milioni di anziani fragili
L’Italia è sempre più anziana, ma il sistema pubblico di assistenza continua a non essere adeguato alla crescita dei bisogni. È il quadro che emerge dal report “Non autosufficienza” dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL. Sono oltre 4 milioni le persone anziane non autosufficienti nel Paese, mentre l’età media della popolazione ha raggiunto i 47,1 anni e un italiano su quattro ha più di 65 anni. Secondo le proiezioni, entro il 2050 gli over 65 arriveranno al 34,6% della popolazione e gli ultra 85enni raddoppieranno il proprio peso demografico. Il sistema di welfare italiano continua a scaricare sulle famiglie il peso dell’assistenza, in particolare sulle donne e sul lavoro di cura informale. Oggi 4,6 milioni di anziani vivono soli, numero destinato a salire a 6,5 milioni entro il 2050, mentre oltre 763 mila persone rinunciano a progetti di genitorialità per la necessità di assistere genitori anziani e fragili. Il rapporto evidenzia come l’invecchiamento si intrecci sempre più con povertà e disuguaglianze sociali. Tra gli anziani cresce la multimorbilità, che interessa oltre 7 milioni di persone, e aumenta il numero di over 65 che si rivolgono alla rete Caritas: in dieci anni la loro incidenza è raddoppiata dal 7,7% al 15,4% degli assistiti. Sul fronte delle politiche pubbliche, la CGIL giudica insufficiente la riforma della non autosufficienza prevista dal PNRR e attuata con il decreto legislativo 29/2024. La nuova Prestazione Universale, pensata come misura di sostegno economico per gli anziani più fragili, è limitata agli over 80 con Isee inferiore a 6.000 euro e bisogni assistenziali gravissimi. La platea potenziale riguarda appena 25 mila persone, pari allo 0,6% degli anziani non autosufficienti. Nei primi mesi di applicazione sono state accolte soltanto 2.383 domande su oltre 6.200 presentate. Anche le risorse destinate al settore appaiono inadeguate rispetto alla dimensione del fenomeno. Il Fondo nazionale per la non autosufficienza dispone di circa 982 milioni di euro nel 2025, 934 milioni nel 2026 e 1,1 miliardi nel 2027, cifre considerate insufficienti a fronte di una popolazione fragile in continua crescita. > Il Report non manca di soffermarsi sulle disuguaglianze di salute. “Si stimano > più di 7 milioni di persone (13% della popolazione) che combinano > multimorbilità e limitazioni nelle attività, una situazione che tra gli > anziani raggiunge il 35,4%. In questo contesto, il carico di malattia e di > perdita di autonomia si concentra nei gruppi sociali economicamente > svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni sfavorevoli nel corso della > vita (ambienti sociali più degradati, lavori usuranti o precari, eccetera), > che incidono anche sulla prevenzione primaria e secondaria. Secondo il > rapporto Caritas 2026, le caratteristiche delle persone accolte mostrano come > la fragilità sanitaria si intrecci con altre forme di vulnerabilità sociale. > Si tratta prevalentemente di uomini e donne nelle età mature e anziane, spesso > soli, separati, divorziati o vedovi, con bassi titoli di studio, percorsi > lavorativi fragili o già esclusi dal mercato del lavoro. Molti vivono in > condizioni abitative precarie e in contesti caratterizzati da una limitata > accessibilità ai servizi”. Il dossier considera, tra l’altro, la programmazione sociale, sottolineando come il suo sviluppo attraverso il dialogo tra politica, amministrazione e sindacato confederale, abbia dato vita a reti sociali solide, infrastrutturazione delle politiche sociali, realtà economiche sviluppate, e dunque a livelli più alti di coesione sociale, come dimostra l’esperienza di alcune regioni italiane. > “Il concetto chiave, si legge nel dossier, deve essere quello di > <<programmazione partecipata>>. Programmare significa scegliere un modello di > società, definire priorità politiche locali, avere una visione progettuale di > medio-lungo termine. La programmazione sociale deve essere orientata alla > costruzione di una rete di protezione e sicurezza sociale capace di > anticipare, raccogliere, interpretare e prendere in carico i bisogni, > prevenire le emergenze, con servizi e investimenti orientati alla cura del > presente e del futuro dei territori e delle persone che vi abitano, crescono, > lavorano, partecipano, invecchiano. L’infrastrutturazione sociale è > strumentale a rafforzare e garantire lo sviluppo economico e culturale, la > coesione sociale nel territorio, secondo un’idea emancipatoria-inclusiva e non > assistenzialistica o corporativa della cittadinanza”. Per questo, appare necessario, a parere della CGIL, che il sindacato sappia nutrire la relazione con il territorio, attraverso: assemblee territoriali diffuse; confronto con la società civile (partiti, associazioni, comitati di quartiere, collettivi, movimenti, etc.); assemblee nei luoghi di lavoro; confronto con e tra tutte le categorie e i loro delegati; attivazione di tutti i soggetti presenti e coinvolti. Per la CGIL serve un cambio di paradigma: più assistenza domiciliare, rafforzamento del servizio pubblico, integrazione tra sanitario e sociale, valorizzazione del lavoro di cura e investimenti strutturali in grado di garantire diritti esigibili su tutto il territorio nazionale. Una sfida che riguarda non solo gli anziani, ma il futuro della coesione sociale del Paese. Qui il dossier della CGIL – Area Stato Sociale e Diritti “Non autosufficienza. Welfare e azione sindacale”: https://files.cgil.it/version/c:MjllMWU1Y2EtNmZiMC00:Y2FhMGY0ODItNTliNy00/Non%20autosufficienza.pdf. Giovanni Caprio
September 28, 2026
Pressenza
Norma senza presidio: l’università pubblica e il paradosso della didattica digitale
Con la chiusura dei fondi PNRR per i Digital Education Hub, il sistema pubblico ha prodotto contenuti, competenze e professionalità nella didattica digitale, ma resta fuori dal canale in cui la domanda cresce. Le telematiche commerciali superano 308.000 iscritti (15% del totale), intercettando adulti e lavoratori che le statali non raggiungono: l’Italia è l’unico grande Paese UE senza una open university pubblica. Il vincolo normativo si è però spostato: il DM 1835 apre ai corsi a distanza anche per gli atenei non telematici, e Unitelma Sapienza dimostra che accreditamento telematico e controllo pubblico possono convivere. La proposta è “edunextizzare, non telematizzare”: una rete/consorzio pubblico tra gli atenei dei DEH, con standard dichiarati, docenza di rete, non profit e reclutamento per selezione pubblica. La finestra è stretta: contratti in scadenza, prodotti che invecchiano e reti che si allentano; senza un veicolo pubblico accreditato, la domanda crescente resterà al mercato for profit. I fondi PNRR per la didattica digitale universitaria si sono esauriti a giugno. Le telematiche commerciali, intanto, hanno superato quota 300.000 iscritti. Il sistema pubblico ha i prodotti, le competenze e perfino il veicolo giuridico per rispondere. Ma non lo fa. Giugno 2026 è passato senza cerimonie, ma per l’istruzione superiore digitale italiana è una data di confine. Si è chiusa la fase finanziata dei Digital Education Hub (DEH) – tre hub, circa 60 milioni: Edunext (capofila Unimore, 35 atenei e 5 AFAM), ALMA (Federico II, con Federica Web Learning), EDvance (Politecnico di Milano, 17 istituzioni). Con questo investimento il PNRR ha chiesto al sistema pubblico di dotarsi di una capacità produttiva in fatto di didattica digitale: corsi di laurea e master, MOOC, microcredenziali e open badge e, soprattutto, figure professionali che il sistema non aveva: instructional designer, application manager, tutor disciplinari, tecnologi della formazione. Quasi in controcanto, le università telematiche commerciali hanno raggiunto quota 308.000 iscritti (a.a. 2024/25): il 15% del totale nazionale – dieci anni fa erano il 3,2%, sei anni fa il 6,8% (dati dell’Anagrafe nazionale studenti nel Rapporto ANVUR 2026). Il paradosso che questo articolo vuole mettere a fuoco è tutto qui: nelle proposte didattiche che i tre hub hanno saputo mettere in campo, quella capacità il sistema pubblico se l’è data, ma per vincolo normativo resta fuori dal canale in cui la domanda cresce. Chi scrive è una di queste figure e quel che segue è un ragionamento fatto da dentro. L’attenzione del dibattito, comprensibilmente, è tutta per la riforma del reclutamento e i suoi pezzi, filone noto ai lettori di ROARS; eppure, le due questioni si toccano: discutiamo di come l’università debba reclutare, mentre senza lo straccio di un piano per il futuro lasciamo scadere l’unico investimento recente in grado di portare nel sistema competenze nuove. LA DOMANDA C’È, E SE LA STANNO PRENDENDO I PRIVATI I numeri, lungi dal descrivere una moda, rivelano uno spostamento strutturale: in sei anni gli iscritti alle telematiche sono passati da 119.000 a 308.000, e gli immatricolati puri sono cresciuti del 206% (ANVUR 2026); allargando al decennio, le elaborazioni riprese dalla stampa parlano di +470% di iscritti e +860% di laureati (Sole 24 Ore, 2025). Il profilo di chi si iscrive è chiaro: adulti, lavoratori, persone che rientrano in formazione, studenti che un corso con obbligo di frequenza di fatto esclude – un pubblico che le università statali sembrano congegnate per non raggiungere. A questa domanda risponde il mercato, e il mercato risponde con il suo modello: la redditività. Al rapporto studenti/docente di 28,5 a 1 delle statali le telematiche hanno risposto con un picco di circa 385 a 1 nel 2022 (Rapporto ANVUR 2023), rientrato a 248 solo dopo la corsa alle assunzioni imposta dalla verifica dei nuovi requisiti (Focus ANVUR 2026) – ancora quasi nove volte le statali, con varianza enorme dentro la media. A quei livelli, il margine di profitto non può evitare di incidere sull’organizzazione della didattica e sul rapporto tra ricerca e insegnamento. Il punto assente dal dibattito italiano è che questa configurazione non è affatto ovvia, né naturale. Quasi ogni grande sistema universitario europeo ha la sua distance university pubblica: la Open University nel Regno Unito, che da più di mezzo secolo forma adulti e lavoratori; la FernUniversität in Hagen, oggi la più grande università tedesca per iscritti; la UNED spagnola, oltre duecentomila studenti; la UOC catalana. Sono istituzioni nate per legge, con un mandato sociale esplicito, esattamente per una larga parte del pubblico che oggi in Italia si iscrive alle telematiche – e operano con standard, governance e reclutamento pubblici. Dal 2024 esiste perfino un’alleanza universitaria europea, OpenEU. Tra i suoi membri non c’è l’Italia, che non ha una open university pubblica da iscriverci; singolarmente, dal 20 gennaio 2026 (fonte: openeu.eu) vi figura come partner associato UNINETTUNO, una telematica privata. Tra i grandi paesi UE siamo l’unico in cui l’istruzione superiore a distanza è quasi interamente for profit. IL PARADOSSO: IL PUBBLICO PRODUCE CIÒ CHE NON PUÒ EROGARE Come ci siamo arrivati è presto detto: il decreto Moratti-Stanca del 2003 ha istituito le università telematiche senza che nessuno, allora o dopo, disegnasse un presidio pubblico parallelo; il canale è nato privato ed è cresciuto per anni in regime deregolato, fino alla stretta sull’accreditamento degli anni recenti, polarizzando il campo – le statali inchiodate sull’orizzonte della presenza, le telematiche proiettate su logiche commerciali. Oggi il DM 1154/2021 fissa soglie e requisiti per la didattica a distanza delle statali: più un sistema di condizioni che un divieto secco, ma l’esito non cambia: di un’offerta statale interamente telematica e strutturale non c’è traccia, e il mercato dei titoli a distanza resta nelle mani delle undici telematiche autorizzate – nove delle quali, con oltre il 97% degli iscritti del comparto (dati ANVUR 2026), vi operano con logica di business. Quella cornice, però, si è mossa. A dicembre 2024 è intervenuto il DM 1835 (applicabile dall’a.a. 2025/26), che la ridisegna e, per un verso, la estende: consente anche agli atenei non telematici di istituire corsi prevalentemente o integralmente a distanza (art. 6), pur imponendo gli esami di profitto in presenza per tutte le tipologie (art. 5). L’apertura, per ora, resta angusta: in prima applicazione le tipologie a distanza sono accreditabili solo nelle classi di laurea in cui un corso a distanza è già accreditato. Il punto, per il nostro ragionamento, è proprio questo: il vincolo si è spostato dal codice alla decisione. Non più «il pubblico non può», ma «il pubblico potrebbe – entro una finestra che è esso stesso a non spalancare – e non lo fa». La capacità, del resto, il pubblico se l’è già costruita: ciò che il PNRR ha appena messo in campo è una proposta formativa basata sulle competenze, certificate con microcredenziali nel quadro della Raccomandazione del Consiglio UE del 2022 e rese spendibili dagli open badge. Ma “erogare” ha un significato preciso. Un MOOC che non dà accesso a CFU riconosciuti è uno strumento utile, ma resta fuori dai percorsi certificati che contano per chi studia lavorando – cioè dal sistema dei titoli. Una microcredenziale vale nella misura in cui chi la rilascia è riconosciuto e chi la riceve può spenderla. La Raccomandazione ammette molti soggetti emittenti, ma il valore non è solo nel documento: è nel sistema di riconoscimento che lo rende spendibile – e l’Italia quel sistema, per il pubblico, non l’ha ancora costruito. I DEH, in altre parole, non mancano di qualità: mancano di uno sbocco ordinamentale (un consuntivo pubblico d’insieme del sub-investimento, a fondi chiusi, non esiste ancora – ed è già un sintomo). E poi ci sono le persone: con la fine dei fondi, i contratti delle figure che questa stagione ha reclutato e formato per lo più scadranno – e la capacità produttiva costruita in questi anni non sta in un repository, ma in una rete di persone e pratiche. Che si disperdono in fretta. Rileggiamo il paradosso: lo Stato che ha pagato il sistema pubblico perché imparasse a produrre didattica digitale di qualità, tra soglie e requisiti, ne rende ardua l’erogazione come offerta formativa strutturale, per giunta là dove la domanda cresce. Produciamo ciò che non possiamo vendere. A conti fatti, la norma senza presidio è possibilità senza procedura. UNITELMA, O DELLA PROVA DI ESISTENZA IN VITA Non sorprenderebbe se qualcuno obiettasse che per erogare servirebbe un’università telematica pubblica, che tuttavia non c’è. Purtroppo, o per fortuna, ciò non è del tutto vero: sia pure con le dovute cautele, i controesempi esistono, e sono due. Unitelma Sapienza, soggetto sottovalutato del sistema, e la IUL, telematica promossa da INDIRE e dall’Università di Firenze, che presidia dal 2005 la nicchia della formazione degli insegnanti. È il rapporto periodico dell’ANVUR (AVA3, aprile 2025) a riconoscere alla prima accreditamento telematico pieno e giudizio di sede “Soddisfacente” con validità quinquennale – e un rapporto studenti/docente di 60 a 1, che l’ANVUR giudica in linea con gli standard del sistema convenzionale (Focus ANVUR 2026). Ora, formalmente Unitelma è un’università non statale, come tutte le telematiche – e qui c’è un paradosso nel paradosso: il canale disegnato nel 2003 non ha previsto la forma pubblica, sicché per starci anche il pubblico deve vestirsi da privato e recuperare la propria natura a monte, nel controllo. Il controllo, d’altro canto, è pubblico senza residui: a promuovere Unitelma è un consorzio – la Telma Sapienza S.c.ar.l. – in cui Sapienza è socio di maggioranza assoluta e, quel che più conta, lo statuto assicura ai docenti di ruolo il reclutamento secondo la normativa universitaria nazionale e lo stato giuridico e il trattamento delle università statali (art. 9). In sostanza, proprietà, governo e reclutamento sono dentro il perimetro pubblico di una delle più grandi università d’Europa. È esattamente l’oggetto che il dibattito italiano dichiara inesistente ogni volta che contrappone in blocco le statali alle telematiche. E ora l’altra faccia, sempre dal rapporto AVA3: 5.622 iscritti, 6 corsi di studio, 63 docenti strutturati (46 nell’area giuridico-economica), 2 dipartimenti, nessun dottorato. Meno del 2% del comparto telematico: un’infrastruttura giuridica rara – forse irripetibile, dati gli orientamenti normativi correnti – usata al minimo delle sue possibilità. Le lezioni sono due, ed è importante trarle entrambe. La prima è che la forma giuridica è possibile: accreditamento telematico e controllo pubblico convivono già nell’ordinamento, senza leggi istitutive né disegni di riforma. La seconda ci dice che il singolo ateneo non basta, e che se bastasse, forte del suo brand, Unitelma non sarebbe ferma a 5.622 iscritti – né la IUL sarebbe rimasta vent’anni nella sua nicchia. In entrambi i casi manca ciò che un ateneo da solo non può darsi e, soprattutto, non dovrebbe darsi: massa critica di docenza, ampiezza disciplinare e, giocoforza, offerta formativa. Manca una rete. Ed è qui che i due pezzi del ragionamento si incastrano: su scala nazionale una rete esiste già, come dimostrano i tre hub e in particolare Edunext; e la nascita della “super-rete” europea – OpenEU, di nuovo – ripropone lo stesso disegno a un ordine di grandezza superiore. Non è una buona pratica ma un progetto politico-educativo: una rete al contempo forma istituzionale e, poiché digitale, struttura portante della didattica pubblica a distanza. EDUNEXTIZZARE, NON TELEMATIZZARE Il modello che propongo di discutere si può dire in un paragrafo. Un consorzio aperto agli atenei dei DEH: un veicolo con le proprietà che abbiamo visto – accreditamento telematico, controllo pubblico, docenza di rete – secondo la stessa logica che ritroviamo in Edunext su scala nazionale e in OpenEU su scala europea. Non si tratta semplicemente di sommare atenei. È una scelta istituzionale, prima ancora che organizzativa. Il PNRR non ha costruito un nuovo ateneo su più sedi: ha distribuito competenze, insegnamenti, professionalità e infrastrutture tra decine di università. Tuttavia, ricondurre quel patrimonio entro un unico centro significherebbe ricentralizzare ciò che è nato distribuito; la rete, di contro, è la forma istituzionale più coerente per governarlo. In Edunext l’interscambio è nel disegno: insegnamenti trasferibili e granularità della strutturazione in moduli e cluster. Massa critica di docenza e ampiezza disciplinare ne discendono come conseguenza. I tre hub, finita la fase finanziata, smettono di essere “concorrenti” (lo erano per il bando) e possono farsi patrimonio unico, nazionale: Edunext, con lauree, master, MOOC e corsi professionalizzanti, ha la profondità dell’offerta formativa; ALMA l’accesso attraverso un catalogo aperto; EDvance la granularità del riconoscimento mediante microcredenziali componibili. I tre insieme coprono produzione, piattaforma e certificazione, vale a dire tutta la filiera della didattica digitale pubblica. Tranne l’essenziale: lo sbocco, il titolo interamente a distanza, che nessuno dei tre può rilasciare, e nemmeno la loro somma. Un veicolo pubblico accreditato sarebbe il punto in cui le tre eredità confluiscono senza disperdersi: non un quarto progetto, ma l’approdo dei primi tre. C’è poi il nodo che tutti considerano insormontabile, al cui proposito ci si può chiedere: il collo di bottiglia dei requisiti di docenza non potrebbe risolversi distribuendo il carico sulla rete mediante convenzioni interateneo? La base giuridica, del resto, c’è già: l’ordinamento consente a un docente di prestare attività didattica presso un altro ateneo per convenzione (art. 6, comma 11, legge 240/2010), e le regole di accreditamento vigenti prevedono espressamente che quella docenza conti, pro quota, ai fini dei requisiti (DM 1154/2021, che a sua volta richiama, per l’attivazione delle convenzioni, il DM 24786/2012). Il pro quota, va detto, redistribuisce e non moltiplica: la docenza che si conta nel consorzio pesa sull’ateneo che la cede, e lo stesso decreto le pone un tetto – non oltre un terzo dei docenti di riferimento, insieme agli eventuali contratti. Proprio per questo serve una rete sufficientemente ampia, nella quale il carico marginale di ciascun nodo resti limitato. L’interesse a partecipare non è scontato, ma l’alternativa è lasciare quel pubblico al mercato. Quanto al soggetto giuridico, aprire una società consortile a nuovi soci pubblici è ordinaria vita societaria, non ingegneria istituzionale. Dichiarare standard vincolanti e pubblici (rapporto docenti/studenti, tutorato disciplinare qualificato, progettazione didattica come funzione di linea e non come supporto accessorio) segnerebbe la differenza con il modello commerciale. Non a parole, ma secondo ordinamento. Va da sé che il modello economico andrà costruito, e non spetta a queste pagine disegnarlo. Una cosa però si può dire: l’obiettivo non sarà massimizzare il margine, ma investire le risorse disponibili nella qualità della didattica, nel tutorato, nella progettazione e nella ricerca. Il rovescio del modello delle telematiche commerciali. Su quest’ultimo punto vale la pena di fermarsi, perché è quello che distingue davvero un veicolo pubblico da una telematica. Nelle telematiche commerciali, come pure, va detto, in buona parte delle statali, il progettista didattico, dove esiste, è un supporto: interviene a valle, impagina, adatta. Nei sistemi di distance education maturi è il contrario: l’instructional designer è parte costitutiva del processo che decide come un insegnamento diventa un percorso a distanza, accanto al docente e con responsabilità proprie. È la lezione più chiara della stagione DEH. È qui, e non nella cronaca dei contratti in scadenza, che la questione delle professionalità PNRR trova il suo posto: quelle figure sono la funzione di linea già formata, su scala di sistema, con denaro pubblico. Per un fatto di trasparenza vorrei tornare su un punto già accennato: chi scrive appartiene a quella categoria e di questo si tenga conto. Tuttavia, l’argomento in sé chiede che il fabbisogno discenda dagli standard dichiarati e che si recluti per selezione pubblica aperta: non per riassorbimento. In altri termini, integrare quelle competenze come organico tecnico permanente non è un’operazione di salvataggio occupazionale; sarebbe manutenzione di uno standard di qualità e, insieme, marcatore di differenza verificabile rispetto al modello commerciale. Le altre obiezioni prevedibili hanno risposte brevi. La concorrenza interna all’offerta blended delle statali? Il segmento è un altro: adulti e studenti-lavoratori che oggi le statali non intercettano e che finiscono, tutti, in quel 15% destinato a crescere. La lentezza della governance consortile? Vera in generale, ma per la prima volta la fine di un finanziamento crea un incentivo collettivo a muoversi: ogni ateneo della rete ha qualcosa da perdere dalla dispersione. L’ostacolo vero, semmai, è più profondo: fare rete significa cedere gerarchia, e l’accademia è tra le istituzioni che di gerarchia vivono da più tempo. Ma questa è un’altra discussione – che il veicolo, se mai nascerà, avrà il merito di rendere inevitabile. Ma l’obiezione seria è un’altra, ed è di casa su queste pagine: così si telematizzano le statali, prendendo il modello che abbiamo passato anni a criticare e importandolo nel pubblico con un’operazione di marketing istituzionale. La premessa è condivisibile e i numeri già visti la fondano meglio di qualunque polemica: un rapporto studenti/docente a tre cifre non è un modello didattico, è un modello di business. Ma è proprio questo il punto: quella critica colpisce il modello di profitto, non il mezzo, e confondere i due piani è un infausto category mistake che consegna il mezzo al profitto, per sempre. L’equazione online = scadente è smentita da più di mezzo secolo di open universities europee: dove la didattica a distanza è pubblica, con standard dichiarati e reclutamento per concorso. Dove la qualità si presidia quanto in aula. Solo diversamente, non peggio. Ciò detto, mi pare che l’elemento più rilevante sia quest’altro: la didattica a distanza, là dove è pubblica, è anche oggetto di ricerca, e questo è un dato di fatto a cui nessun operatore commerciale può replicare. Le open universities non si limitano a erogare il mezzo: lo studiano – da decenni sono i principali centri di ricerca sulla distance education. Se in quel modello la ricerca abdica, nel presidio pubblico può accadere l’inverso: la ricerca entra nel canale. Elevare l’e-learning a pratica fondata è un compito di ricerca – che non è nel modello di business delle telematiche commerciali. C’è una versione più seria della stessa obiezione: entrando nel mercato, il pubblico ne subirebbe le pressioni economiche fino ad assomigliare, col tempo, ai concorrenti. Il rischio è reale, ed è la ragione per cui il presidio deve stare nell’ordinamento e non nella buona volontà: standard come requisiti di accreditamento, non profit come forma giuridica, missione come norma di statuto. Ciò che è scritto vincola; le promesse no. Le open universities europee stanno in quel mercato da decenni senza esserne state assimilate: la pressione esiste, l’argine è l’ordinamento. D’altronde, che l’argine funzioni non è teoria: è bastata la verifica dei nuovi requisiti, nel 2024, per vedere scendere in due anni il rapporto medio del comparto da 385 a 248. Il rifiuto del canale, del resto, non protegge nessuno: non gli studenti, che continuano a iscriversi altrove a decine di migliaia l’anno; non la qualità, che nel canale lasciato libero non ha alcun termine di paragone; nemmeno le statali, che perdono un pubblico intero limitandosi a deplorarne le scelte. Un veicolo pubblico con standard dichiarati farebbe l’esatto contrario della telematizzazione: porterebbe nel canale deregolato un termine di paragone vincolante. Oggi “università telematica”, per definizione empirica, rimanda all’oligopolio dei nove operatori commerciali; finché il pubblico resta marginale, sarà il mercato a definire che cosa in Italia è una laurea a distanza. La domanda da farsi non è se il canale telematico sia degno del pubblico, ma se il pubblico possa permettersi di non presidiarlo. LA FINESTRA SI CHIUDE Rimetto in fila i pezzi. Una domanda strutturale in crescita da dieci anni, servita quasi solo da operatori for profit: anomalia unica tra i grandi sistemi europei. Un investimento pubblico appena concluso che ha prodotto contenuti, reti e professionalità pertinenti. Un vincolo normativo che separa i due mondi. E un veicolo giuridico pubblico, già accreditato e già consortile, fermo al minimo. Non so quanto spesso possa capitare che i termini di un problema di policy siano così ben disposti sul tavolo. Le congiunture critiche hanno una proprietà sgradevole: passano. I contratti scadono adesso, i prodotti invecchiano in fretta – piattaforme, integrazioni, formati – come tutto il digitale, la rete tra atenei senza un oggetto comune si allenta prima per consuetudine e poi per organigramma. Fra cinque anni gli ingredienti non saranno più sul tavolo. Ma la quota delle telematiche non sarà più il 15%. Il dibattito sulla riforma del reclutamento chiede, legittimamente, come l’università debba assumere e chi. Vale la pena di allargare la domanda di un grado: a che cosa vogliamo che serva, il sistema che stiamo riformando? Una risposta è “a raggiungere chi oggi il pubblico non raggiunge”; un’altra, più impegnativa, è “a fare della didattica digitale un legittimo oggetto di ricerca, oltre che di erogazione”. Il veicolo, che esiste, smette di essere un dettaglio tecnico e diventa la condizione di un discorso che bisognerà pur decidersi ad aprire.
September 14, 2026
ROARS
Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI, RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ. Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici, finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città, pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi, spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci, assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta in scelte. Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso, tempistiche e priorità decise altrove. Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR, tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza, mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili. La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume, raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali: l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere un’agenda decisa altrove più che di guidarla. È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa. La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città. Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione. Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio gestiscono quotidianamente. Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte. Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa, dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL, dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati, diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione europea 2028–2034. Fonti * IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione) * IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città» Francesco Russo
July 5, 2026
Pressenza
I fondi PNRR creano studentati ad alto costo. Come prezzi folli possono diventare “calmierati”
Recentemente, ha destato scalpore un’inchiesta di Will Media relativa agli studentati realizzati con i fondi del PNRR. Lo studio ha messo in luce come il prezzo di una stanza in una residenza finanziata dal Piano Nazionale costi mediamente di … Leggi tutto L'articolo I fondi PNRR creano studentati ad alto costo. Come prezzi folli possono diventare “calmierati” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il Reddito Scolastico Comunale. Manifesto programmatico. Progetto pilota per il Comune di Como – di Luca Michelini
1. Una nuova Europa Gli ultimi trent’anni sono stati caratterizzati dal progressivo diffondersi dell’ideologia e della politica economica neoliberista, che mirano a destrutturare l’offerta di servizi pubblici, nell’utopia, priva di fondamenti scientifici e storici, che alcuni bisogni individuali e collettivi possano essere soddisfatti altrettanto bene, se non meglio, attraverso il ricorso ad aziende private [...]
June 26, 2026
Effimera
Il PNRR e il Sud che non vediamo
L’ultimo referto della Corte dei conti mostra un Mezzogiorno che realizza i progetti più rapidamente, ma spesso perché dispone di interventi più piccoli e di minori risorse. Tra aree interne, spopolamento e capacità amministrativa, il divario territoriale resta aperto. C’è un paradosso al cuore dell’ultimo referto della Corte dei conti sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, delibera n. 12/2026 delle Sezioni riunite in sede di controllo, approvata il 27 maggio 2026, che merita di essere nominato con chiarezza, senza eufemismi tecnocratici. I progetti del PNRR avanzano più velocemente al Sud. Lo dice la Corte stessa: «i progetti procedono più speditamente nel Mezzogiorno, con una durata media inferiore di oltre due mesi (64 giorni) rispetto al dato italiano». Al Nord le durate sono superiori di 40 giorni. Se ci si fermasse qui, si potrebbe leggere il dato come un successo, perfino come una smentita del pregiudizio che vuole il Mezzogiorno condannato al ritardo strutturale. Ma la Corte aggiunge una nota metodologica che ribalta tutto: questa velocità dipende probabilmente dalla «minore dimensione finanziaria dei progetti», non da una maggiore capacità realizzativa. Il Sud corre su cantieri più piccoli. Il Nord rallenta perché costruisce di più. È questa la trappola concettuale che attraversa il rapporto e che nessun comunicato istituzionale ha il coraggio di svelare fino in fondo. IL CLUSTER DELL’ECONOMIA FRAGILE: UN RITRATTO GEOGRAFICO La parte più densa e preziosa della delibera — la Sezione II, dedicata alle “aree interne” — introduce una tassonomia che rompe con la semplificazione del dualismo Nord-Sud e, al tempo stesso, lo conferma, in forma più granulare e spietata. Attraverso un’analisi cluster condotta su 3.834 comuni classificati come “Area Interna” secondo la tassonomia Istat 2021–2027, la Corte individua quattro profili territoriali. Il primo si chiama “Economia fragile”: comuni caratterizzati da condizioni economiche sfavorevoli, deprivazione socio-economica mediamente del 49,5% superiore alla media nazionale, basso tasso di occupazione (54%), copertura degli asili nido al 5%, scarsa presenza di servizi turistici. «I Comuni rientranti in tale gruppo sono localizzati quasi interamente nel Mezzogiorno», scrive la Corte. Su 1.368 comuni classificati in questo cluster, 1.279 sono nel Sud e nelle Isole. Non è un dato marginale: è la mappa della marginalizzazione strutturale del Paese. La Corte costruisce questo apparato analitico innovativo; la lettura per cluster supera il vecchio schema delle macro-ripartizioni e poi lo lascia sospeso, senza che le sue implicazioni politiche vengano tratte con la necessaria radicalità. Noi proviamo a farlo. LA CLAUSOLA DEL 40% E LA SUA ELUSIONE Il PNRR prevedeva, per alcune misure, una riserva del 40% delle risorse a favore del Mezzogiorno. Era un impegno politico significativo, un argine contro il meccanismo ordinario che tende a concentrare le risorse lì dove le strutture di spesa sono già più rodate. La delibera n. 12/2026 registra, quasi di passaggio, che per la misura di efficienza energetica di cinema, teatri e musei (M1C3) i bandi prevedevano una quota del 40% a favore del Mezzogiorno, ma il tetto è stato rispettato solo per il 32,8%, per carenza di candidature idonee dalle Regioni interessate. Qui bisogna soffermarsi. La “carenza di candidature” non è un fatto neutro, non è una libera scelta del territorio. È il riflesso di una capacità amministrativa e progettuale strutturalmente più debole, che a sua volta è l’esito di decenni di sottoinvestimento nei sistemi locali. La clausola del 40% nasce esattamente per compensare questo squilibrio, ma finisce per essere aggirata proprio perché le condizioni di partenza non sono state adeguatamente presidiate. Il risultato è che le risorse destinate a colmare il divario si concentrano dove il divario è minore. LO SPOPOLAMENTO COME TRAPPOLA AUTO-RINFORZANTE Tra i dati più perturbanti della relazione vi è la descrizione del circolo vizioso che governa le aree periferiche: l’assenza dell’asilo nido scoraggia le giovani coppie dal trasferirsi o dal restare, la popolazione fertile si riduce ulteriormente, la domanda potenziale scende ancora, rendendo il servizio ancora meno sostenibile. La Corte chiama questo meccanismo «trappola demografica auto-rinforzante». Non è una metafora: è la dinamica reale di centinaia di comuni del Meridione, dove la copertura degli asili nido è al 5% contro il 19% dei poli urbani. Il PNRR ha stanziato complessivamente circa 21,9 miliardi di fondi PNRR per progetti localizzati nelle aree interne. Ma la distribuzione per Missione rivela una debolezza strutturale: la Missione 3, quella dedicata alle infrastrutture di trasporto, è la più sottodimensionata, con soli 19 progetti per 335 milioni di euro. La ferrovia Salerno-Reggio Calabria ad alta velocità è il solo intervento classificato come “in ritardo” con un grado di criticità di livello alto. COSA CHIEDE QUESTO REFERTO La delibera n. 12/2026 non è un documento di denuncia: è un atto di controllo. Ha il tono pacato e l’architettura argomentativa della magistratura contabile. Ma tra le righe di quella pacatezza si legge un messaggio inequivocabile: il PNRR, nella sua configurazione attuale e nei meccanismi con cui viene attuato, non sta producendo convergenza territoriale. Sta producendo avanzamento, e questo va riconosciuto, ma non riduzione del divario. Il Sud corre su cantieri più piccoli, partecipa meno ai bandi, riceve meno risorse di quelle che gli spetterebbero, abita comuni che la stessa Corte definisce a “economia fragile” e che sono quasi tutti meridionali. Finché queste evidenze non diventano il centro del dibattito politico, non il margine tecnico di una relazione semestrale, il PNRR resterà un’occasione parzialmente mancata. Non è questione di volontà dei singoli comuni o delle singole regioni. È questione di come si costruisce una politica di sviluppo che parta dalle condizioni reali e non presupponga una uniformità che non esiste. FONTI Corte dei conti – Delibera n. 12/SSRRCO/REF/2026, Relazione sullo stato di attuazione del PNRR Art. 7, comma 7, d.l. 31 maggio 2021, n. 77 – Gazzetta Ufficiale Istat – Classificazione dei comuni nelle aree interne 2021–2027 Cerqua, Giannantoni, Zampollo, Mazziotta – The Municipal Administration Quality Index: The Italian case CENSIS – Supporto operativo alla strategia delle aree interne Sistema ReGiS – monitoraggio, rendicontazione e controllo PNRR Struttura di Missione PNRR – Presidenza del Consiglio dei Ministri Francesco Russo
June 15, 2026
Pressenza