Alla scuola delle competenzeUn effetto collaterale di questa narrazione che si ammanta di progresso è di
qualificare come conservatrici, o peggio, le sue alternative: compresa la difesa
di pratiche didattiche già esistenti, che hanno il solo difetto di non apparire
magnifiche e progressive. Qui scatta quello che potremmo chiamare “effetto
Taylor Sheridan”, dal nome dello sceneggiatore di serie di successo – dal
brand Yellowstone al recente The Madison – che suscitano un certo imbarazzo per
il loro carattere “conservatore”. L’imbarazzo nasconde una domanda: quando i
cosiddetti “progressisti” hanno finito per spingere nel campo conservatore
concezioni di buon senso quale, ad esempio, la preservazione delle montagne
dalla loro trasformazione in redditizie stazioni turistiche per turisti? E
dunque: quando l’accettazione acritica dell’idea di progresso e di una visione
sviluppista, degli ambienti di apprendimento virtuali, delle LIM, dei pacchetti
didattici delle grandi piattaforme, ha finito per far sembrare conservatorismo
la difesa di alcune pratiche di buon senso, quali la difesa della scrittura a
mano (il concatenamento mano-penna-carta), la lettura su carta e non su schermo
luminoso, il valore della difficoltà da superare piuttosto che da bypassare, la
necessaria severità dell’impegno, il riconoscimento del rapporto fra istruzione
ed educazione?
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C’è un apologo piuttosto noto: il direttore di una grande società,
impossibilitato ad assistere a un concerto nel quale era in programma
la Incompiuta di Schubert, fa dono dei biglietti al responsabile delle risorse
umane dell’azienda che non conosce la Grand Musique, nella speranza che Schubert
gli apra un orizzonte. Il giorno dopo il direttore gli chiede com’è stato il
concerto, e si sente rispondere che riceverà una relazione; che, puntualmente,
giunge a mezzogiorno, divisa in punti:
1. Durante considerevoli periodi di tempo i quattro oboe non fanno nulla: si
potrebbe ridurne il numero e distribuirne il lavoro tra il resto dell’orchestra,
eliminando i picchi d’impiego;
2. I dodici violini suonano la medesima nota: l’organico dei violinisti potrebbe
quindi essere utilmente ridotto;
3. Gli ottoni ripetono suoni che sono già stati eseguiti dagli archi, il che
appare inutilmente ridondante;
4. In conclusione: se Schubert avesse tenuto conto di queste osservazioni e
avesse ottimizzato tempi e risorse, avrebbe ridotto di almeno il 25% la durata
della sinfonia, e avrebbe quindi avuto il tempo di terminarla prima di morire.
I rilievi sono tecnicamente esatti, presi uno per uno; quello che manca, è la
comprensione del valore estetico, emotivo, artistico dell’opera di Schubert:
tutti elementi che non sono suscettibili di una misurazione quantitativa. E
soprattutto, la consapevolezza che il tutto non è pari alla mera somma delle
parti, perché non è scomponibile senza che si perda il senso dell’insieme: che è
ciò che si dovrebbe trasmettere. Per inciso: non è vero che l’Incompiuta è tale
a causa della morte dell’autore. Eppure, la logica del responsabile delle
risorse umane è ovunque all’opera nella società: come una metastasi originatasi
nel privato si diffonde ormai nel settore pubblico, dai servizi alla sanità,
fino al sistema d’istruzione.
Questo apologo schubertiano mi è tornato in mente prendendo in mano la
traduzione italiana della nuova edizione di un fondamentale testo di critica
della ragione scolastica imperante: Alla scuola delle competenze.
Dall’educazione alla fabbrica dell’alunno performante di Angélique del Rey,
pubblicato in Francia nel 2024 e tradotto per Jaca Book nel 2025. La prima
edizione, del 2010, non fu tradotta in italiano: Angélique del Rey entrò nel
dibattito pubblico con un successivo testo, La tirannia della
valutazione (2013), tradotto nel 2018, più o meno in contemporanea con Contro
l’ideologia del merito di Mauro Boarelli.
Testi che davano voce a una motivata critica della regressione delle pratiche
scolastiche concretizzatasi con la “Buona scuola” di Renzi, la didattica per
competenze e la testificazione della didattica. Erano anni nei quali il pensiero
critico non aveva remore ad affermare che l’educazione alle competenze aveva per
scopo la produzione di lavoratori flessibili, adattabili a un mercato del lavoro
sregolato e precario. Che l’educazione non del solo studente, ma dell’individuo
in quanto tale era concepita per renderlo capace di sopravvivere nella giungla
di un mercato feroce e deregolato, facendo di lui non una persona, ma un
possessore di competenze frammentarie e intercambiabili – un “capitale
cognitivo” assimilato ai valori di competitività dell’azienda al punto che,
agendo per essa, crede di agire liberamente.
Era, quella dello scorso decennio, una critica che non si faceva scrupolo di
allargare il proprio discorso al neoliberismo; persino Tullio De Mauro quella
parola scabrosa – e soprattutto le cose di cui la parola “neoliberismo” è
conseguenza – la esemplificava con chiarezza ammonendo che “la scuola non può
diventare un vivaio di Confindustria”. Da quella stagione critica provengono i
due docenti, Matteo Vescovi e Silvia Di Fresco in coppia e di Silvia Di Fresco
da sola, che hanno arricchito l’edizione italiana del libro di del Rey con un
testo militante, che ripercorre lo scivolamento della scuola italiana verso quel
dispositivo neoliberista che è la scuola delle competenze: proseguendo un lavoro
di ricerca che ha sedimentato interventi importanti sulla “resistibile ascesa
delle competenze” e sulla “testificazione” della didattica.
Come sintetizzano i due autori, “il dispositivo delle competenze va inteso come
un principio di adattabilità della forza lavoro, o meglio della trasformazione
della forza lavoro in risorsa umana che, alla stregua delle risorse naturali,
deve essere disponibile a basso costo su scala globale senza provocare alcun
attrito, non solo quelli prodotti dall’organizzazione sindacale, ma neanche
quelli che riguardano la semplice resistenza al cambiamento”.
È la logica di quello che Mark Fisher ha denominato “Realismo capitalista”,
fondato su tre enunciati fondamentali:
1. Non c’è altro modello di gestione della società possibile al di là di quello
basato sulle regole del mercato: There Is No Alternative;
2. Le regole del mercato vanno estese anche a quegli ambiti della società dai
quali il mercato era escluso: istruzione, sanità, pubblica amministrazione;
3. Il mercato non contempla un’entità come la società, ma singoli individui
concepiti come consumatori-utenti, imprenditori di sé stessi,
individualmente responsabili del proprio successo o insuccesso.
Questa logica, applicata alla sanità pubblica con esiti che hanno reso
tragicamente nota la Lombardia nel mondo nel marzo 2020, è all’opera da tempo
anche nel sistema-istruzione, e non solo in quello italiano. È perciò
significativa la prefazione di Miguel Benasayag, che da anni lavora assieme a
del Rey sui dispositivi di apprendimento, ma anche sul rapporto
cervello-macchina nell’epoca della cosiddetta Intelligenza Artificiale.
Ideologia delle competenze e sviluppo tecnologico sembrano delineare una
“umanità 2.0” nella quale, abolita la frontiera che separa il mentale dal
neuronale, si svelerebbe la “vera natura del cervello: una macchina a stati
discreti, un computer”, fondata sull’analogia cervello-computer. Se il cervello
è un hardware e il pensiero un software, “l’obiettivo di una buona pedagogia
dev’essere l’installazione di programmi sempre più aggiornati, che si aggiungono
o si sostituiscono ai precedenti. Per far ciò, l’hardware dev’essere il più
flessibile possibile e accettare qualsiasi tipo di software“.
È una coincidenza, ma nel giro di pochi giorni abbiamo avuto, su X, il Manifesto
del Ceo di Palantir Alexander Karp, sintesi in 22 tesi il suo La Rivoluzione
tecnologica, del quale basta tener presente la prima tesi: “La Silicon Valley ha
un debito morale nei confronti del Paese che ha reso possibile la sua ascesa.
L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo imperativo di
partecipare alla difesa della nazione”. E, in Italia, le Indicazioni Nazionali
per i Licei, nelle quali i contenuti disciplinari, esposti in una lingua
accattivante dietro la quale baluginano perle di saggezza idealistica e
attualistica (a titolo di esempio: “la letteratura del passato parla
dell’esperienza umana, che va messa in relazione con quella ancora acerba degli
studenti”), sono stretti nella morsa delle competenze dei PECUP dalle quali “i
docenti sceglieranno e adegueranno alla realtà della propria classe gli
obiettivi educativi generali“. Passare al vaglio le proposte di contenuti, senza
tener presente il taglio didattico – veicolato dalla manualistica, dagli
ambienti di apprendimento preformattati, dalle griglie di valutazione – che
opererà il loro setaccio alla ricerca delle competenze è un’operazione futile,
buona al più per fare del povero Ernesto Galli della Loggia la foglia di fico
dietro la quale si nascondono tanti reduci dalla Buona Scuola che continuano
sotto Valditara il lavoro iniziato con Renzi o Berlinguer.
Torniamo al rapporto fra competenze e realismo capitalista. Poiché la scuola non
è un’isola felice separata dal resto del mondo, è inevitabile partire dalla
constatazione di quanto sia radicata nell’immaginario l’idea che “il lavoro
salariato sia la condizione oggettiva per il successo nella vita, e che la
scuola sia il vettore principale della socializzazione degli individui”: lo ha
mostrato molto bene Paolo La Valle, nel suo Gli automotivati. La love story tra
scuola e motori, narrando la sua esperienza di insegnante nei professionali
della Motor Valley emiliana. La scuola diventa, secondo la teoria del capitale
umano, il luogo in cui l’individuo, formandosi, si trasforma nel padrone di se
stesso, che da bravo imprenditore investe le sue facoltà e le fa fruttare: il
concetto di competenze, al centro di questo modello, “consente infatti di
combinare la valorizzazione (attraverso l’educazione) del capitale proprio di
ogni individuo, la redditività dell’investimento educativo e la sfida della
crescita economica”.
Il punto debole della teoria delle competenze è la sua insussistenza
epistemologica, comprovata dall’assenza di una chiara e condivisa definizione
operativa di che cosa è una competenza. Gli stessi suoi teorici hanno dovuto da
tempo riconoscere che una competenza non è osservabile “in vitro”, ma solo
all’interno dei contenuti. Di fatto, la sua esistenza dev’essere dedotta dal
fatto che non si saprebbe come spiegare certi esiti osservati se questi non
fossero espressione di una competenza di per sé non osservabile: che è il modo
in cui si asseriva l’esistenza del flogisto, dell’etere, e del primo cielo
aristotelico. Questa lacuna viene colmata con una narrazione performativa, la
cui analisi è uno dei punti forti del testo di del Rey. Una narrazione
colpevolizzante della scuola, giacché postulata l’esistenza di competenze e
occupabilità, si afferma che la scuola non garantisce né l’acquisizione di
competenze, né l’occupabilità delle persone grazie alle competenze acquisite:
“Se trasmette conoscenze, non valuta correttamente la loro assimilazione o la
misura in cui queste competenze forniscono agli studenti strumenti concreti per
«affrontare la vita moderna». Da qui la necessità di definire a monte le
competenze «utili per la vita», di inserire nei programmi scolastici dei quadri
di competenze, di valutare i risultati scolastici per competenze e quindi di
convalidarli per l’inserimento nel mondo del lavoro”.
Un effetto collaterale di questa narrazione che si ammanta di progresso è di
qualificare come conservatrici, o peggio, le sue alternative: compresa la difesa
di pratiche didattiche già esistenti, che hanno il solo difetto di non apparire
magnifiche e progressive. Qui scatta quello che potremmo chiamare “effetto
Taylor Sheridan”, dal nome dello sceneggiatore di serie di successo – dal
brand Yellowstone al recente The Madison – che suscitano un certo imbarazzo per
il loro carattere “conservatore”. L’imbarazzo nasconde una domanda: quando i
cosiddetti “progressisti” hanno finito per spingere nel campo conservatore
concezioni di buon senso quale, ad esempio, la preservazione delle montagne
dalla loro trasformazione in redditizie stazioni turistiche per turisti? E
dunque: quando l’accettazione acritica dell’idea di progresso e di una visione
sviluppista, degli ambienti di apprendimento virtuali, delle LIM, dei pacchetti
didattici delle grandi piattaforme, ha finito per far sembrare conservatorismo
la difesa di alcune pratiche di buon senso, quali la difesa della scrittura a
mano (il concatenamento mano-penna-carta), la lettura su carta e non su schermo
luminoso, il valore della difficoltà da superare piuttosto che da bypassare, la
necessaria severità dell’impegno, il riconoscimento del rapporto fra istruzione
ed educazione?
La logica delle competenze è presentata come la conseguenza inevitabile di un
cambiamento nel modo di produzione delle nostre società e dell’avvento della
cosiddetta società della conoscenza, nella quale il capitale cognitivo sarebbe
diventato la principale fonte di produzione. Nella società cognitiva le
decisioni – istruzione compresa – devono essere prese sulla base del principio
che l’obiettivo principale della scuola è gestire i profili di occupabilità:
“quando l’occupabilità inizia a essere misurata, non solo i decisori politici e
il personale amministrativo, ma gli stessi studenti (e i loro genitori)
preferiscono sempre più mettere da parte le loro affinità elettive, desideri,
sogni, a favore di una formazione che li renda… Occupabili!”. Non c’è peggior
schiavo, dicevano in modo diverso ma convergente Spinoza e Mark Fisher, di
quello che non vede le proprie catene, o la gabbia dalla quale dovrebbe
liberarsi.
“Quanto alla possibilità che questa logica abbia un carattere dannoso per
l’essere umano – che sia da contrastare, e non da accettare passivamente – ecco
cosa replica la narrazione: l’acquisizione di competenze consentirebbe una sorta
di meravigliosa conciliazione tra lo sviluppo individuale e la produttività
dell’individuo”. Al limite, in un’apoteosi di onnicompetenza, questo piccolo
imprenditore di se stesso, avendo acquisito una capacità trasversale alle
conoscenze che sorvola i concreti contesti, potrebbe mettere a valore il proprio
know how insegnando contemporaneamente la balistica a Luke Skywalker, la
recitazione a Massimo Popolizio, e l’antifascismo a Miguel Benasayag.
Naturalmente, al netto di quella dose di autoironia che il presidente Mattarella
ha di recente consigliato di acquisire, la vita non è così: ma qui interviene il
lato oscuro della narrazione, quello che ti dice che se non hai successo è colpa
tua, se non hai accorciato il mismatch fra le tue competenze e quelle richieste
dalle aziende è perché non ti sei applicato abbastanza. Oppure, perché la scuola
non ha dedicato abbastanza tempo a formarti, mentre sprecava ore preziose in
contenuti che potevi facilmente acquisire con qualche podcast.
Last, but not least, la didattica per competenze si fonda su un errato rapporto
fra il tutto e le parti nel processo di apprendimento: che è cosa diversa
dall’accumulare funzioni e misurare i comportamenti tipici associati a queste
funzioni. La tesi di Benasayag e del Rey è che l’organismo sia più della somma
delle sue parti: è il tutto concreto che produce le parti separandole in unità
discrete. Le parti esistono a partire dall’organismo; se, al contrario,
ipotizziamo che “sia la funzione a fare l’organo, deduciamo erroneamente che
qualsiasi competenza acquisita costituisca un guadagno, una competenza
aggiuntiva che ci renderebbe più competenti, sommandosi a quelle che già
possediamo”. In realtà, consegnando “l’apprendimento a elenchi di competenze lo
impoveriamo e ne facciamo scomparire la fonte, il principio”. E quel che
perdiamo in termini di potenza della mente, lo dislochiamo nei processi
meccanici o computazionali: favorendo di fatto la colonizzazione tecnocratica
della vita e delle emozioni.
Questo post è uscito su Doppiozero l’11 maggio 2026.
(https://www.doppiozero.com/le-competenze-e-lalunno-performante).