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Europa-clima: 10 anni dopo Parigi, il passo indietro che…
… ci allontana dal futuro.  di Luca Graziano (*) (un’automobile Porsche elettrica del 1898: l’Europa era più avanti nel XIX secolo)   L’Europa ingrana la retromarcia sotto la spinta della ”brown economy”. Manca una visione sistemica che integri la giustizia climatica, la partecipazione democratica e la riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le
Addio Green Deal
Lo stop all’auto elettrica è l’ultimo colpo alle intenzioni europee di far avanzare la transizione Negli ultimi due anni almeno, l’attenzione alla catastrofe ambientale che già stiamo vivendo e che peggiorerà ulteriormente, è progressivamente scemata, tanto che perfino l’evento più importante a livello internazionale (il vertice Cop30 di Belém dello scorso mese di novembre) è passato quasi sotto silenzio.  In questi giorni è tornata alla ribalta. Purtroppo, però, non per darci qualche buona notizia; al contrario, se ne parla per dirci che la norma Ue che imponeva la fine della produzione dei motori termici dopo il 2035 è andata a finire nel dimenticatoio.  In un certo senso era il perno del Green Deal, peraltro progressivamente smantellato a colpi di deroghe e revisioni  in tutti i settori, da quando ha preso vita l’attuale “governo” Von der Leyen 2.  La transizione ecologica del settore auto, sotto la spinta dei colossi del fossile, della lobby dei produttori e con la sponda decisiva di numerosi governi, primi fra tutti quelli italiano e tedesco,  insieme a diversi paesi dell’est Europa, non ha resistito. Soltanto Spagna, Francia e alcuni paesi nordici hanno cercato di rimanere fermi nella difesa del superamento (entro il 2035) del motore termico. Facciamo notare: entro il 2035, cioè ci sarebbero ancora ben dieci anni per prepararsi, per innovare, per creare competenze, per costruire infrastrutture adeguate, anche facendo tesoro – per esempio – delle proposte alternative prodotte da molti soggetti direttamente interessati, come i lavoratori e le lavoratrici della GKN di Firenze o dell’ex Ilva di Taranto, e di quei (pochi) Paesi che la scommessa la stanno accettando. Ma i nostrani padroni del vapore (e la maggioranza di quelli europei) hanno deciso che no, in questi dieci anni vogliono solo continuare a fare profitti, possibilmente continuando a succhiare fiumi di soldi pubblici e a piagnucolare per il calo delle vendite e per il fatto che la Cina potrebbe invadere i nostri mercati, e infischiandosene bellamente della vita reale, della salute della quotidianità di chi questo Pianeta lo abita. La proposta dello  stop all’endotermico per aprire all’elettrico risale a quando Von der Leyen sembrava voler spingere l’acceleratore del cosiddetto Green Deal, sul quale noi ci eravamo sempre pronunciati criticamente, giudicandolo insufficiente e contraddittorio, ma che almeno poneva degli obiettivi concreti e di una certa efficacia, se realizzati entro tempi ragionevoli. Ieri la Commissione Ue ha effettuato una decisa retromarcia, grazie alla quale non sono più previste né l’addio a benzina e diesel inquinanti entro dieci anni, né l’azzeramento delle emissioni di Co2.  Vogliono farci credere che sia  un modo per proteggere la filiera industriale ed evitare così i costi della transizione ecologica ed energetica, e tenere testa alla concorrenza cinese, ma in realtà il calo vistoso e già in atto del settore automobilistico non è certo dovuto alla riconversione, che ancora c’è stata assai poco, ma probabilmente proprio alla sua mancanza. Noi non siamo sostenitori acritici dell’auto elettrica, né vediamo in essa la soluzione a tutti i problemi. Sosteniamo da sempre che la svolta vera starebbe nella trasformazione urbanistica nel senso della massima sostenibilità, nel potenziamento reale del trasporto pubblico, sia per lo spostamento urbano che per le lunghe distanze, nel trasferimento su rotaia dell’attuale enorme volume di traffico merci che viaggia su gomma. Ma l’affezione all’auto privata è estremamente radicata, e anche nelle città meglio organizzate i volumi di traffico sono imponenti, per cui ridurre l’impatto che essi hanno sulla qualità dell’aria, sul riscaldamento globale, sulla dipendenza dal mercato dei combustibili fossili, è fondamentale. Pertanto lo stop alla commercializzazione (si badi bene: alla commercializzazione, non all’utilizzo, per cui, in ogni caso, per molti – troppi – anni ancora i possessori di auto tradizionali avrebbero comunque dormito sonni tranquilli) era un provvedimento di puro buon senso, da annoverare fra quelli minimi e indispensabili L’ inversione di marcia è passata  con 428 a favore, 218 contrari e 17 astensioni. A chi dovranno dire grazie le giovani generazioni è facilmente consultabile. Purtroppo, però, dobbiamo notare che la convinzione nel sostenere la vera transizione ecologica, anche nel mondo progressista è piuttosto blanda. La centralità della questione ambientale è quasi scomparsa, e i progetti più seri e convincenti di riconversione ecologica in economia (e segnatamente nel settore della mobilità) rimangono prevalentemente patrimonio del mondo associativo, della comunità scientifica, di qualche imprenditore illuminato, ma trovano un riscontro deludente in quasi tutti i settori della politica, e ancora peggio nella gran parte del mondo economico e di quello istituzionale. Sinceramente speriamo che, a causa dei gravissimi passi indietro compiuti dalla Commissione Europea sul Green Deal, la maggioranza “Ursula bis” vada in frantumi il più rapidamente possibile. Ma vorremmo anche vedere un’assunzione di responsabilità nel muovere dei passi concreti in direzione della fuoriuscita dalle fonti fossili (che invece – e a Ravenna lo sappiamo bene – continuano ad essere promosse e potenziate). Così come vorremmo vedere le piazze piene di manifestazioni di protesta, di petizioni, di atti di disobbedienza. Noi – come si sa bene – ce la mettiamo tutta, senza per altro stancarci di sottolineare i legami strettissimi che intercorrono fra questione ecologica e tanti altri problemi drammatici (in primo luogo le guerre, i genocidi e le immani sofferenze dei popoli più poveri). Ma è ora che l’intera società civile, e le sue espressioni politiche, si facciano interamente carico di questi temi e agiscano di conseguenza.   Coordinamento ravennate Per il Clima – Fuori dal Fossile   Redazione Romagna
Acciaio, guerra e menzogne – di Franco Oriolo
Taranto ostaggio di una fabbrica morta e di una politica senza futuro Le promesse del ministro Urso, ripetute più volte nei tavoli su Genova e Taranto, arrivano sempre in ritardo e servono solo a prendere tempo. Da anni la politica rinvia le decisioni, copre le falle, produce comunicati invece di affrontare la realtà. Si [...]
EX-ILVA: “PRESENTATO UN PIANO DI CHIUSURA SENZA SOLUZIONI PER I LAVORATORI”. SINDACATI ABBANDONANO IL TAVOLO CON IL GOVERNO
I sindacati Fiom Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl metalmeccanici, Usb e Federmanager hanno abbandonato ieri, martedì 11 novembre 2025, il tavolo di discussione sulla situazione dell’ex-Ilva con il governo, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del gruppo Ilva al termine di una giornata di discussione dalla quale è emerso che le cassa integrazione, a gennaio 2026, potrebbero arrivare a quota 6.000. “Il piano di decarbonizzazione presentato dal governo è in realtà un piano di chiusura dell’ex-Ilva senza alcuna soluzione per i lavoratori e le loro famiglie”. Così Francesco Rizzo, dell’Usb di Taranto, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto il motivo della rottura della trattativa da parte delle organizzazioni sindacali. Ascolta o scarica.
Taranto, laboratorio di speculazione e rinvii infiniti – di Franco Oriolo
A Taranto nulla accade per caso. La vicenda della continuità produttiva di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) è l’ennesima truffa orchestrata con cinismo: dietro le parole di “transizione” e “rilancio” si nasconde sempre lo stesso gioco sporco, che cambia interlocutori ma non sostanza. Le promesse di risanamento e lavoro sono vuote menzogne, consumate e gettate [...]
EX ILVA: LE REALTÀ AMBIENTALISTE CONTESTANO L’ACCORDO. IL SINDACO DI TARANTO SI DIMETTE
Il sindaco di centrosinistra di Taranto, Piero Bitetti, si è dimesso ieri, lunedì 28 luglio, dopo essere stato duramente contestato da cittadini/e, comitati e associazioni ambientaliste nell’ambito del tavolo di discussione sull’accordo istituzionale di programma sull’ex ilva. L’incontro con le realtà ambientaliste del territorio era stato chiamato in vista della riunione del Consiglio comunale del 30 luglio – incentrata sull’accordo per la decarbonizzazione dell’ex polo siderurgico proposto dal governo – e del vertice previsto il giorno dopo (31 luglio) al Mimit. Nella lettera di dimissioni, il neo sindaco – eletto meno di due mesi fa – denuncia una condizione di “inagibilità politica” che, secondo Francesco Rizzo, operaio Ilva nonché parte dell’esecutivo nazionale Usb, “è frutto anche dell’altissimo clima di tensione che ormai si respira a Taranto attorno alla vicenda Ilva”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le valutazioni di Francesco Rizzo, operaio ex-Ilva e membro dell’esecutivo nazionale Usb Ascolta o scarica
Ilva. L’unica strada è una vera riconversione.
Intervista a Massimo Ruggieri, Presidente di “Giustizia per Taranto”. Sorge una città nel sud dell’Italia che è stata la culla della Magna Grecia abbracciata da due mari: chi la visita ne rimane folgorato per la bellezza e la storia millenaria, visto che è stata fondata nel 706 avanti Cristo. Eppure da due decenni è banalmente la città dell’Ilva! È solo una delle offese che vengono inopinatamente fatte a Taranto: non è più la sede di uno dei musei archeologici più importanti d’Italia e d’Europa e non quella del Castello aragonese (fortezza medievale tra le più ammirate), ma il territorio che ospita il siderurgico più grande e più inquinante d’Europa. Quella fabbrica, sebbene stia lentamente collassando per conto suo, è ancora in grado di distribuire diossine e morti, benzene e malattie, polveri sottili e dolore. Una città stremata ha raccolto tutte le sue energie residue per gridare a chi doveva apporre una firma alla continuazione della produzione con modalità obsolete e altamente insalubri, ‘Chiudete quel mostro!’, ‘Bloccate il catorcio!’Abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Ruggieri che di Giustizia per Taranto è il presidente. Presidente Ruggieri, a Taranto state vivendo giorni particolarmente delicati per la questione legata all’ex-Ilva. Ne vuole parlare? Sì, è in dirittura di arrivo il procedimento per autorizzare l’ex-Ilva per dodici anni con il ripristino di tre altiforni a carbone. Sostanzialmente si sta riportando la fabbrica al periodo dei Riva con tutte le conseguenze che quella nefasta gestione comportò. Un’evidente forzatura del Governo per favorire la produzione ad ogni costo. Si intende, poi, edulcorare questa nuova Autorizzazione Integrata Ambientale con un accordo di programma interistituzionale che prevede un percorso di ‘decarbonizzazione’ estremamente vago, la cui valenza sarebbe tutta da verificare e i cui costi (non meno di due miliardi di euro) sono scaricati su chi acquisirà la fabbrica. A tale proposito vale la pena ricordare che la gara pubblica aperta dal Mimit solo qualche mese fa, non ha trovato alcun compratore disponibile a investire più di 500 milioni di euro su una fabbrica che è ormai ridotta ai minimi termini. Fuori dalla Puglia, passa il messaggio che volete chiudere la fabbrica sebbene siano stati fatti degli interventi per ammodernarla. Come considera questa narrazione? È una narrazione figlia della propaganda del Governo. Si vuol far credere che i problemi di Taranto siano stati superati mentre drammi, sperperi e contraddizioni sono ancora sul tavolo. La cosa è certificata a partire dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea che presto stabilirà sanzioni per l’Italia, rea di non tutelare i cittadini di Taranto dall’inquinamento. Inoltre a ottobre si aprirà un nuovo processo ai danni di Acciaierie d’Italia (attuale gestore della fabbrica) in quanto continua a inquinare. Tuttavia, occorre sgomberare il campo dall’assunto nel quale si racchiude spesso la narrazione sull’ex-Ilva e cioè che si è vittime del dualismo fra salute e lavoro. Non è così ormai da anni, poiché alla mancata tutela della salute e dell’ambiente nel territorio, si affianca anche una gravissima crisi economica e occupazionale. L’Italia spende centinaia di milioni di euro all’anno per la cassa integrazione di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia e a questo si aggiungono le enormi perdite economiche che quella fabbrica comporta ogni giorno, dal momento che produce sotto i livelli che le procurerebbero profitti. Motivo per il quale si ha urgente bisogno di spingere la produzione a livelli insostenibili per la nostra comunità, ma in grado di tornare a generare profitto (sempre ammettendo che ci siano spazi nell’attuale mercato dell’acciaio, cosa mai considerata dalla politica). In più è noto da tempo che, qualunque gestore acquisirà gli impianti, dovrà dar luogo a importanti esuberi e, se davvero si intenderà sostituire gli attuali altiforni con forni elettrici, si arriverà a quasi due terzi di possibili licenziamenti. Vuole parlare dei sindacati che a Genova hanno avuto un ruolo decisivo nella chiusura della pericolosa ‘area a caldo’ del capoluogo ligure? Purtroppo, il ruolo dei sindacati in questa vicenda è di assoluta retroguardia. La violenza con cui il Governo ricatta i tarantini agitando lo spettro dei licenziamenti in caso di chiusura, anche solo parziale, della fabbrica, funziona per prima proprio su di loro. Ciò li porta da anni a salvaguardare la produzione e quasi a temere prospettive di riduzione o di decarbonizzazione della fabbrica, in considerazione dei posti di lavoro in meno che comporterebbero. Oltre a qualche sporadico appello alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente, a volte pare di poter sovrapporre le loro posizioni a quelle di Confindustria. D’altra parte, a Taranto non dimentichiamo che, per qualche anno fecero scendere in strada i lavoratori della fabbrica accanto all’azienda per protestare contro la magistratura che aveva appena fermato gli impianti dell’area a caldo poiché insicuri per i lavoratori e inquinanti. A Genova una ventina di anni fa le lotte si fecero, al contrario, per pretendere la chiusura degli impianti più inquinanti e si fu capaci di ottenere questo successo con la forza rivendicativa di un’unione di intenti con il quartiere e la città. Quegli impianti furono trasferiti a Taranto raddoppiando la capacità inquinante dell’Ilva nella nostra città, ma qui, evidentemente, i loro effetti non sono stati giudicati dai sindacati ugualmente dannosi. E che ruolo ha avuto la politica nazionale rispetto alla tutela della salute e della vita dei tarantini? Nessuno, poiché non ha affatto tutelato i tarantini. La politica nazionale si è sempre apertamente e poderosamente schierata dalla parte della produzione e della finanza che ne ha garantito la prosecuzione. La prova più evidente è l’iper legiferazione che ha riguardato l’ex-Ilva, per la quale siamo arrivati a contare oltre venti provvedimenti ad hoc per innalzare limiti agli inquinanti, assicurare fondi, aggirare i provvedimenti della magistratura e rendere legali le straordinarie ingiustizie generate dalla fabbrica. Da milanesi sappiamo bene che l’attenzione dei tarantini è rivolta al tribunale della nostra città che potrebbe mettere la parola ‘fine’ ai tormenti e al dolore di un’intera comunità. Può spiegare bene su cosa deve decidere? Il Tribunale di Milano è stato interpellato attraverso un’inibitoria rivolta contro Acciaierie d’Italia da un’associazione chiamata Genitori Tarantini ed altri cittadini che, difesi dagli avvocati Rizzo Striano e Amenduini, hanno chiesto se fosse normale che la fabbrica produca in assenza autorizzativa e procurando danni sanitari ai tarantini. La richiesta esplicita è stata di sospendere gli impianti dell’area a caldo, ovvero quella più inquinante. Questo è il motivo per cui il Ministro Urso ha avuto particolare fretta per far approvare la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale per l’ex-Ilva. Tuttavia, resta ancora da verificare se la fabbrica non produca danni a salute e ambiente. In caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana – hanno puntualizzato i giudici della Corte di Giustizia Europea che hanno fornito parere al Tribunale di Milano -, l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso. Lottate da anni contro poteri fortissimi ché demoliscono tutte le conquiste fatte per le strade e nelle aule di giustizia (anche europee). Se le cose andassero per il verso della giustizia sociale e ambientale, Taranto diventerebbe un esempio virtuoso a cui guardare da ogni parte d’Italia e non solo! È esattamente così e ne siamo convinti e consapevoli. L’esempio a cui spesso guardiamo per ragioni di sovrapponibilità, è quello della Ruhr, in Germania. Lì, a fronte di una crisi economica, ambientale e sanitaria, si dette luogo negli anni ’90 al più straordinario esempio di riqualificazione di un territorio.     Laura Tussi