Tag - Eurispes

L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
Eurispes sullo sfruttamento degli immigrati
di Giovanni Caprio (*). Con link al rapporto. Studio Eurispes: lo sfruttamento dei migranti in Italia prende nuove forme foto di Fabrizio Maffioletti Caporalato, prostituzione, accattonaggio e persino sfruttamento digitale: sono i quattro volti del rapporto tra immigrazione e criminalità organizzata in Italia descritti nello studio “Immigrazione e criminalità organizzata: le strategie dei sodalizi italiani”, realizzato dall’Eurispes e coordinato da
Studio Eurispes: lo sfruttamento dei migranti in Italia prende nuove forme
Caporalato, prostituzione, accattonaggio e persino sfruttamento digitale: sono i quattro volti del rapporto tra immigrazione e criminalità organizzata in Italia descritti nello studio “Immigrazione e criminalità organizzata: le strategie dei sodalizi italiani”, realizzato dall’Eurispes e coordinato da Emanuele Oddi. L’indagine, che copre il periodo 2019-2024, utilizza un metodo di ricerca innovativo: sono stati combinati strumenti digitali di raccolta dati online con un’attenta analisi qualitativa dei casi di studio. Attraverso un sistema automatizzato di ricerca e selezione di notizie da fonti aperte (open source), sono stati identificati e verificati oltre trenta episodi (casi campione) in cui lo sfruttamento dei migranti è direttamente riconducibile a reti criminali organizzate italiane e straniere. Si tratta di una metodologia replicabile che potrebbe essere impiegata in futuro per ulteriori analisi, scandagliando forme di sfruttamento di altri settori del mercato del lavoro con alto tasso di presenza di migranti. L’analisi e il reperimento digitale delle informazioni hanno reso possibile individuare tendenze e collegamenti che nella maggior parte dei casi sfuggono o non vengono osservati attraverso una lettura multidimensionale: il caporalato agricolo e quello digitale, la prostituzione e l’accattonaggio nascondono meccanismi comuni di controllo e profitto. Il report fa emergere i meccanismi attraverso i quali i sodalizi criminali hanno imparato a sfruttare i vuoti normativi e burocratici del sistema migratorio, proponendosi come intermediari occulti tra datori di lavoro e migranti in condizioni di vulnerabilità. Ne risulta un sistema sommerso, ma diffuso, che intreccia economia legale e illegale. Capire come cambiano le strategie criminali è il primo passo per contrastarle. L’auspicio è quello di rafforzare il coordinamento tra Istituzioni, Forze dell’ordine e centri di ricerca, per costruire un monitoraggio costante basato su dati reali e anticipare le evoluzioni del fenomeno. Uno dei fenomeni che viene affrontato nello studio dell’Eurispes à quello del caporalato, anche in ragione delle drammatiche vicende di cronaca occorse negli ultimi anni. “In Italia, si legge nel Rapporto, si stima che siano circa 230.000 i lavoratori irregolari del settore agricolo vittime di sfruttamento da parte di imprenditori e caporali. Nel solo 2023, i casi denunciati di caporalato sono stati oltre 2.000. Numeri che descrivono un fenomeno criminale esteso a livello nazionale e le cui stime, per la natura stessa del fenomeno, sono verosimilmente ancora al ribasso. Per caporalato si intende l’intermediazione illecita organizzata e finalizzata allo sfruttamento di cittadini stranieri mantenuti in condizione di soggezione continuativa. L’intermediazione illecita avviene quindi tra il lavoratore e i datori di lavoro, frequentemente italiani.” Ma il caporalato nato e sviluppatosi nel settore agricolo non è a questo limitato. Tale pratica si sta affermando sempre di più anche nel comparto edile. Un settore che ha già particolarmente sollecitato l’attenzione delle mafie a fini di riciclaggio che presenta un ambiente favorevole alle attività dei caporali: elevati tassi di irregolarità e una notevole mole di manodopera straniera a basso costo. Un insieme di elementi che espone potenzialmente anche i lavoratori più fragili del settore edile a dinamiche di sfruttamento tramite caporali. Parallelamente a queste forme criminali, definibili classiche, si va sviluppando una forma di caporalato digitale, a danno dei lavoratori stranieri impegnati nel settore del food delivery. Lo sfruttamento avviene nell’economia reale, senza lasciare di fatto traccia nell’economia di piattaforma. Anche a causa dei vuoti normativi presenti in Italia riguardo al lavoro dei riders, è concreto il rischio della riproposizione dei pattern nocivi già osservati nel caporalato agricolo o edile. “Anche nel caporalato digitale, si sottolinea nello studio dell’EURISPES, sono presenti intermediari che avvicinano le vittime soggiogandole tramite la promessa di un lavoro. Ottenuta la disponibilità del rider, le reti criminali che gestiscono il sistema illegale forniscono le credenziali per il regolare accesso alle principali piattaforme di food delivery, ignare di tale fenomeno. In cambio della possibilità di lavorare tramite le credenziali fornite, altrimenti complesse da ottenere, l’organizzazione criminale trattiene la maggior parte del compenso maturato dal rider nel corso delle sue giornate lavorative. A rendere maggiormente stringente il controllo dei caporali è la completa tracciabilità degli spostamenti del lavoratore tramite applicazioni e  dispositivi digitali.”  Lo studio considera anche l’accattonaggio, una pratica storicamente nota, ma ancora poco studiata con riferimento alle sue connessioni con i sodalizi criminali. In particolare, l’accattonaggio forzato, e non quello volontario, risulta essere frutto di un controllo diretto delle reti criminali a danno delle vittime. È definito come la pratica di chi vive effettuando forzosamente la questua lungo le strade o in generale nei luoghi pubblici. Ad oggi, circa il 24,1% dei fenomeni di accattonaggio forzato sono individuati in strada, il 15% nei luoghi di flussi, il 14,3% sui mezzi pubblici, il 7,5% nei pressi di ristoranti e bar, il 6% in altri luoghi. Se in una prima fase la maggior parte delle vittime proveniva dall’Europa dell’Est, oggi il quadro dei migranti soggetti ad accattonaggio forzato è maggiormente complesso, con vittime che provengono anche dalla Nigeria e dal Corno d’Africa. Anche la prostituzione illegale è ritenuta tra i traffici illegali più redditizi. È una tratta globale che prevede diversi momenti di sfruttamento: nel paese di origine, nel corso della tratta e nel paese di destinazione. Compartecipano a questo sfruttamento molteplici reti criminali transnazionali di stampo mafioso e locali. Con specifico riferimento all’Italia, oggi la prostituzione interessa principalmente le donne straniere, in particolar modo nigeriane, albanesi e cinesi. Qui lo studio dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali – EURISPES: https://eurispes.eu/wp-content/uploads/2025/12/2025_eurispes_immigrazione-e-criminalita-organizzata-le-strategie-dei-sodalizi-italiani.pdf.    Giovanni Caprio
I rider e il caporalato digitale
Secondo recenti stime, circa il 30% della popolazione mondiale è attualmente esposta a condizioni di caldo particolarmente critiche per la salute per almeno 20 giorni all’anno e tale percentuale è destinata ad aumentare nei prossimi anni anche se le emissioni di gas serra tenderanno a ridursi. I lavoratori, in particolare quelli che trascorrono la maggior parte delle loro attività all’aperto, settore agricolo e delle costruzioni in primis, sono tra i soggetti più esposti agli effetti del caldo e in generale a tutti i fenomeni atmosferici. Sono tante le Regioni (Lombardia, Abruzzo, Emilia-Romagna, Sardegna, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Puglia, Sicilia e Toscana) che anche per questa estate hanno vietato il lavoro all’aperto dalle 12,30 alle 16,30. Nelle strade, nei cantieri, nei vivai, nell’agricoltura come nelle cave durante le ore più calde della giornata ci si dovrà fermare (https://www.worklimate.it/). Di conseguenza, le imprese sono obbligate ad dottare misure organizzative, tecniche e procedurali utili per evitare l’esposizione dei lavoratori nelle fasce a rischio, attraverso, per esempio, l’anticipo dell’orario di inizio mattutino e suo prolungamento nelle ore serali, l’impiego dei lavoratori al coperto o all’ombra, anche per mezzo di tettoie fisse o mobili, la riprogrammazione delle attività, l’organizzazione di ripetute turnazioni dei lavoratori esposti e pause in zone ombreggiate, l’utilizzo di carrelli elevatori o macchine cabinate con aria condizionata e così via. Ovviamente l’efficacia dei provvedimenti regionali dipende in gran parte dalla capacità di controllo per far rispettare le limitazioni imposte. Controlli che purtroppo non sempre sono puntuali e continuativi. Ci sono però lavoratori, come i rider, per i quali non basta la “tutela meteo”. Come ha efficacemente illustrato Marco Omizzolo, sociologo, docente e ricercatore dell’Eurispes, su https://www.leurispes.it/, un algoritmo peggiora le condizioni lavorative dei rider. “Tra le modalità più ricorrenti e nel contempo persistenti che concorrono a determinare lo sfruttamento dei rider, sottolinea Omizzolo, da cui deriva il loro obbligo al lavoro secondo gli ordini impartiti dall’algoritmo, a prescindere, in genere, dalle condizioni meteo più o meno avverse, si possono citare l’iper-connessione e la sovra-reperibilità, favorite dall’utilizzo di devices che rappresentano una forma larvata, ma non per questo meno pervicace, di sfruttamento opaco, dal momento che non mette in luce la situazione di vulnerabilità che vive un lavoratore che non può esercitare il diritto umano alla disconnessione. È da qui che deriva l’obbligo del rider al lavoro anche con il caldo estremo, quale accezione più evoluta rispetto al solo problema delle temperature estive intese come dato naturale in sé non superabile. Si tratta di una vulnerabilità alimentata dall’organizzazione del lavoro del rider stesso, basata su algoritmi, sistemi decisionali e di monitoraggio automatizzati, che fomentano significativi squilibri di potere e opacità nel processo decisionale: la vigilanza e la misurazione della performance realizzate con la tecnologia potrebbero, difatti, aggravare pratiche discriminatorie e squilibri di genere e comportare rischi per la vita privata, la salute, la sicurezza dei lavoratori e, più in generale, per la dignità umana. I provvedimenti emanati dalle regioni, dunque, sebbene fondamentali ai fini della tutela della salute dei rider, bypassano le condizioni specifiche che fanno di questi lavoratori degli sfruttati della gig economy, che solo una riorganizzazione per via normativa e dunque politica della relativa filiera e settore potrebbe, probabilmente, arginare”. Insomma, per essere affidabili secondo l’algoritmo, il rider deve rispondere sempre positivamente alla sua chiamata, anche se le condizioni meteorologiche sono proibitive. Omizzolo parla di caporalato digitale come forma di sfruttamento realizzata attraverso la cessione delle credenziali di accesso alle piattaforme di food delivery, annotando che “risulta evidente che la variabile dipendente da cui derivano gli incidenti, in alcuni casi anche mortali, dei rider, non è riconducibile all’evento meteo come fatto naturale, ma alla sua combinazione con le forme organizzate dello sfruttamento a cui è costretto il rider. Intervenire solo sulla variabile meteo, sebbene utile ai fini della tutela dell’incolumità fisica del lavoratore, non ne supera la condizione originaria e tipica, che è data dalla reperibilità dello stesso ed esecuzione dell’ordine di consegna a qualunque costo e nel più breve tempo possibile”. E’ la digitalizzazione, in buona sostanza, che mina la salute e la sicurezza di questi lavoratori. “Lavorare in violazione della normativa sull’orario di lavoro e di riposo, sulla sicurezza e salute sul lavoro, in condizioni umilianti e degradanti, accettate a causa dello stato di particolare bisogno dei lavoratori, sotto il controllo di meccanismi automatizzati, conclude Omizzolo, integra il delitto rubricato “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, di cui all’art. 603 bis del c.p., e richiede un impegno complessivo del legislatore per evitare ripetute tragedie di lavoratori morti o gravemente infortunati al solo scopo di portare una pizza o un’insalata mista nelle case degli italiane. Concentrarsi solo sulla variabile meteo, isolandola dal contesto lavorativo dei rider e dalla sua organizzazione specifica, è un po’ come guardare il dito quando esso indica la luna”. Qui per approfondire: https://www.leurispes.it/rider-caporalato-digitale/.  Giovanni Caprio