Tag - insegnanti

Vietare i social è un'illusione
A proposito dell'annosa questione di vietare i social ai minori... Ecco un nostro intervento su Editoriale Domani dal titolo "Società violenta e adulti incoscienti, perché vietare i social è un’illusione." Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione sistemica... Leggi tutto l'articolo su EditorialeDomani.
Enorme manifestazione di insegnanti a Barcellona
Una manifestazione quasi senza precedenti negli ultimi anni per quanto riguarda il conflitto nel settore dell’istruzione in Catalogna ha coronato una settimana di sciopero in tutto il territorio. Alcune fonti stimano una partecipazione di 100.000 persone alla mobilitazione tenutasi venerdì 20 marzo a Barcellona. L’emblematica maglietta gialla, simbolo delle mobilitazioni contro i tagli all’istruzione iniziate nel 2012, è diventata il colore identificativo della marcia. La protesta arriva anche come risposta al patto raggiunto dal governo con i sindacati come CCOO e UGT, un accordo che gran parte del corpo docente considera insufficiente, se non addirittura un tentativo di scrollarsi di dosso il problema senza affrontare le reali richieste del settore. Meno alunni per classe Più sostegno all’istruzione inclusiva Il coordinamento è stato uno degli elementi chiave della giornata: quattro colonne, provenienti da diversi punti di Barcellona, hanno marciato fino a convergere in piazza Tetuán. Da lì, la manifestazione è proseguita lungo il viale di Sant Joan in direzione del Parlamento della Catalogna. I gruppi organizzati sono la chiave per protestare contro le ingiustizie La protesta ha formato un vero e proprio fiume umano che ha attraversato la città per esigere miglioramenti urgenti nel sistema educativo. Al di là di una mobilitazione puntuale, queste proteste sono l’espressione di un malcontento accumulato e di carattere strutturale, frutto di anni di tagli e di mancanza di investimenti sostenuti nell’istruzione pubblica. Investimenti che raggiungano il 6% del PIL nei prossimi 4 anni Tra le principali rivendicazioni degli insegnanti spiccano il miglioramento delle condizioni salariali — con l’obiettivo di recuperare il potere d’acquisto perso, stimato intorno al 25% negli ultimi anni — la riduzione del numero di alunni per classe, il potenziamento del personale — specialmente per l’attenzione alla diversità — e la diminuzione del carico burocratico, considerato una delle principali fonti di malcontento tra il corpo docente. Tutto ciò risponde alla necessità di garantire un’istruzione pubblica di qualità e sostenibile a lungo termine. Questi punti sono già stati approfonditi nell’articolo pubblicato qualche giorno fa. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA VAGA DOCENT CATALUNYA Raquel Paricio
March 21, 2026
Pressenza
Catalogna, l’istruzione al limite
La voce che difende il diritto a un’istruzione pubblica di qualità e a condizioni di lavoro dignitose si è nuovamente fatta sentire in massa per le strade della Catalogna. Il corpo docente si è visto progressivamente sopraffatto da molteplici situazioni che, poco a poco, hanno profondamente modificato ciò che accade in classe. La realtà degli studenti è cambiata notevolmente negli ultimi anni. Oggi gli insegnanti devono affrontare numerosi fronti contemporaneamente: immigrazione, povertà, inclusione educativa, aumento delle patologie mentali, presenza costante delle tecnologie in classe o irruzione dell’intelligenza artificiale, solo per citare alcuni dei più immediati. Questa valanga di nuove problematiche va ben oltre ciò che tradizionalmente si intendeva per insegnamento. Il corpo docente si forma da anni in numerosi ambiti per poter affrontare i nuovi paradigmi educativi e sociali. Gli insegnanti si specializzano costantemente in corsi di formazione che, nel migliore dei casi, consentono loro di affrontare alcune delle nuove realtà presenti nelle aule. Si formano per assistere i gruppi vulnerabili, tenendo conto che la vulnerabilità è varia quanto il numero di studenti che ne soffrono. Si formano per comprendere patologie che tradizionalmente appartenevano all’ambito sanitario. Oggi, circa un terzo degli studenti può presentare, in un determinato momento, bisogni educativi specifici o difficoltà che richiedono un’attenzione specializzata. Si formano anche per poter comunicare con gli studenti appena arrivati da altri Paesi, che in molti casi non conoscono la lingua locale e ai quali bisogna spiegare la materia senza che esista ancora una lingua comune. Tutto ciò mentre lo studente inizia ad apprenderla attraverso programmi specifici di accoglienza linguistica. Gli insegnanti vengono formati su nuove metodologie didattiche che consentono loro di gestire i contenuti in modo più trasversale, comprendendo l’interrelazione esistente tra i diversi campi del sapere. Vengono formati per imparare a utilizzare nuove piattaforme digitali e programmi informatici che compaiono ogni anno, con l’obiettivo di integrarli come parte del contenuto curricolare. Vengono formati, inoltre, sulle possibilità che l’intelligenza artificiale può offrire all’istruzione, sebbene debbano anche affrontare le difficoltà che comporta uno strumento che, in giovane età, viene spesso utilizzato più come mezzo per copiare o ingannare che come risorsa educativa. A tutto ciò si aggiunge la comparsa di nuove forme di violenza legate all’uso massiccio dei social network tra gli adolescenti, una realtà che finisce inevitabilmente per entrare anche nelle aule. Il risultato è un sistema educativo molto più complesso rispetto ad appena un decennio fa. In Catalogna, oltre 335.000 studenti presentano attualmente esigenze specifiche di sostegno educativo, il che rappresenta circa uno studente su tre. Questa situazione richiede un’attenzione personalizzata che risulta difficile da garantire nelle condizioni attuali. Nella scuola secondaria, molte classi hanno circa 30 studenti per aula, una cifra superiore alla media europea. In queste condizioni, occuparsi di una massa di studenti così eterogenea e con esigenze così diverse diventa un compito estremamente difficile. Il sostegno nelle aule è scarso e in molti casi la presenza occasionale di un insegnante di sostegno per alcune ore non consente nemmeno di affrontare adeguatamente la diversità delle situazioni che si presentano all’interno della stessa classe. A questa crescente complessità si aggiunge anche un carico burocratico sempre maggiore. Una parte significativa del corpo docente denuncia che la quantità di relazioni, registri e pratiche amministrative richieste occupa un tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato al lavoro diretto con gli studenti. Nel frattempo, le linee guida del Dipartimento dell’Istruzione continuano a generare nuove riforme curricolari e modelli pedagogici che in molte occasioni risultano difficili da applicare nella pratica quotidiana delle scuole. Di fronte a questo panorama, gli insegnanti si trovano sempre più sopraffatti nell’affrontare il proprio compito didattico con le condizioni e l’attenzione che gli studenti meritano. A queste difficoltà si aggiungono inoltre condizioni economiche che non hanno seguito lo stesso andamento del costo della vita. Negli ultimi anni il prezzo delle abitazioni e dei generi alimentari è aumentato in modo molto significativo, mentre gli stipendi degli insegnanti sono rimasti praticamente fermi per molto tempo. Tutto ciò ha generato un crescente malcontento nel settore dell’istruzione, che si è espresso anche nelle piazze. Il risultato è un sistema educativo molto più complesso rispetto ad appena un decennio fa. In Catalogna, oltre 335.000 studenti presentano attualmente esigenze specifiche di sostegno educativo, il che rappresenta circa uno studente su tre. Questa situazione richiede un’attenzione personalizzata che risulta difficile da garantire nelle condizioni attuali. Nella scuola secondaria, molte classi hanno circa 30 studenti per aula, una cifra superiore alla media europea. In queste condizioni, occuparsi di una massa di studenti così eterogenea e con esigenze così diverse diventa un compito estremamente difficile. Il sostegno nelle aule è scarso e in molti casi la presenza occasionale di un insegnante di sostegno per alcune ore non consente nemmeno di affrontare adeguatamente la diversità delle situazioni che si presentano all’interno della stessa classe. A questa crescente complessità si aggiunge anche un carico burocratico sempre maggiore. Una parte significativa del corpo docente denuncia che la quantità di relazioni, registri e pratiche amministrative richieste occupa un tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato al lavoro diretto con gli studenti. Nel frattempo, le linee guida del Dipartimento dell’Istruzione continuano a generare nuove riforme curricolari e modelli pedagogici che in molte occasioni risultano difficili da applicare nella pratica quotidiana delle scuole. Di fronte a questo panorama, gli insegnanti si trovano sempre più sopraffatti nell’affrontare il proprio compito didattico con le condizioni e l’attenzione che gli studenti meritano. A queste difficoltà si aggiungono inoltre condizioni economiche che non hanno seguito lo stesso andamento del costo della vita. Negli ultimi anni il prezzo delle abitazioni e dei generi alimentari è aumentato in modo molto significativo, mentre gli stipendi degli insegnanti sono rimasti praticamente fermi per molto tempo. Tutto ciò ha generato un crescente malcontento nel settore dell’istruzione, che si è espresso anche nelle piazze. Dal mese di febbraio gli insegnanti catalani hanno organizzato manifestazioni di massa, chiedendo un miglioramento dei molteplici aspetti che determinano la qualità del sistema educativo, sia per gli studenti che per i docenti. Il messaggio ripetuto in queste mobilitazioni è chiaro. Gli insegnanti chiedono aumenti salariali, la riduzione del numero di alunni per classe, un reale potenziamento delle risorse e del personale necessario per rendere possibile un’istruzione inclusiva, la diminuzione del tempo dedicato alle attività burocratiche, una profonda revisione del programma educativo e la stabilizzazione dell’organico docente. In questo momento, inoltre, la contesa tra i sindacati ha fatto sì che le manifestazioni iniziate a febbraio siano state nuovamente indette per cinque giorni consecutivi in marzo. L’USTEC, il sindacato maggioritario tra i docenti catalani, non accetta gli accordi firmati da CCOO e UGT con il governo. Una dinamica che, secondo quanto denunciano molti docenti, riflette una tensione ricorrente tra la difesa dei diritti lavorativi del personale docente e gli equilibri politici che condizionano le trattative. Le manifestazioni del personale docente non sono solo una rivendicazione lavorativa, ma anche un segnale d’allarme sullo stato del sistema educativo. Perché quando chi è ogni giorno nelle aule avverte che le condizioni attuali rendono sempre più difficile garantire un’istruzione di qualità, il problema smette di essere solo dei docenti e diventa inevitabilmente, un problema di tutta la società. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo Raquel Paricio
March 17, 2026
Pressenza
La scuola di Valditara non è la nostra
Gianni Boccardelli (*) sul libro «Le regole non cadono dal cielo» di Giuseppe Faso. A seguire alcuni link. L’insegnante affermò sicuro che gli studenti cinesi in Italia scrivono «lui» invece di «egli». E allora, visto che si parlava dei Promessi Sposi, Faso non resistette e gli chiese se anche Alessandro Manzoni avesse gli occhi a mandorla visto che «nella riscrittura
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
L’Indipendente: Un gruppo di insegnanti ha lanciato una settimana contro la censura nelle scuole
DI SALVATORE TOSCANO SU L’INDIPENDENTE DEL 4 FEBBRAIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Salvatore Toscano e pubblicato su L’indipendente il 4 febbraio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in occasione della settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento. «Dal 9 al 13 febbraio ci sarà una settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento, organizzata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da Docenti per Gaza. Di fronte alle recenti ispezioni negli istituti che avevano osato parlare del genocidio in Palestina e alle circolari che cercavano di «orientare, limitare e censurare l’autonomia didattica dei docenti e delle docenti», questi ultimi hanno deciso di reagire. «Se rinunciamo a parlare di Palestina e di diritti violati e a scegliere autonomamente gli esperti che devono entrare nelle nostre scuole, allora avranno avuto ragione a “colpirne uno per educarne cento!”»...continua a leggere su www.indipendente.online. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Disabili a scuola. Un’esperienza positiva
“Ho trovato una scuola pubblica a misura di mio figlio, disabile grave, e voglio raccontarlo, per riconoscenza nei confronti di quegli insegnanti e dirigenti che si spendono senza risparmio, ma anche per dimostrare che far funzionare le cose è possibile; basta crederci e volerlo”. Parola di Daniela Centanni, madre di Alex, diciassettenne autistico. Per una volta la scuola non sale sul banco degli imputati… Esatto. Noi genitori di disabili gravi ci lamentiamo spesso, e a ragione, delle carenze del sistema scolastico. Io stessa l’ho fatto: ore insufficienti di sostegno, insegnanti formati poco e male, liste d’attesa per le poche strutture che funzionano. Troppo peso è lasciato sulle spalle della famiglia. Tutto vero, ma a maggior ragione è una fantastica sorpresa scoprire una scuola pubblica che trova modi creativi e molto efficaci per venire incontro alle esigenze dei ragazzi disabili. Raccontaci la vostra esperienza. Due anni fa ci siamo trovati in una delle situazioni più temute dalle famiglie di disabili gravi: trovare una scuola superiore per nostro figlio, che ha una forma di autismo severo con moderato ritardo cognitivo. La sua passione è cucinare e inizialmente ci siamo orientati su scuole alberghiere, ma nessuna sembrava fare al caso. Gli istituti professionali regionali, poi, offrono solo 10 ore di educativa la settimana, ma mio figlio non può stare a scuola senza avere accanto sempre qualcuno. Ho sentito parlare bene di un professionale statale vicino a casa e ho pensato: se non altro potrà imparare ad andare e tornare da solo, un passo importante sulla via dell’autonomia. Così abbiamo scelto quello, indirizzo servizi sociali, senza grandi aspettative. Invece abbiamo trovato dirigenti, docenti ed educatori che sono perle rare. Con loro si è creata quell’alleanza educativa che da sola è in grado di far progredire i nostri ragazzi. Che cos’hanno di speciale? Alex ha due insegnanti di sostegno e un’educatrice che si alternano coprendo il suo intero orario scolastico ridotto di venti ore settimanali. Antonio (nome di fantasia) è un insegnante di sostegno precario e ha capito subito come aiutare mio figlio. Alex ha problemi a livello cognitivo e relazionale, ma ha un gran fisico e il suo punto di forza è lo sport: nuota e si arrampica meglio di tanti altri coetanei ‘normotipici’. Ebbene, Antonio ha deciso di valorizzare questi suoi talenti. Lo porta spesso in palestra e ha iniziato a insegnargli a giocare anche a pallacanestro. Per farlo ha coinvolto altri due studenti di un altro indirizzo. Ha chiesto loro di aiutare Alex a migliorare nel basket e si è compiuto il miracolo. Sentendosi apprezzati e responsabilizzati, i due compagni si sono prodigati con una pazienza e una gentilezza inconsuete a quell’età e hanno preso Alex sotto la loro ala: guai a chi lo guarda storto. In una delle due palestre della scuola, poi, c’è una parete d’arrampicata che non veniva più usata da anni. Antonio ha invitato l’istruttore di Alex a fare una lezione dimostrativa per gli studenti dell’istituto e mio figlio si è arrampicato senza sforzo, mentre i compagni lo incitavano e l’applaudivano. Un’emozione davvero straordinaria per lui: per la prima volta nella sua vita ha provato l’orgoglio e la soddisfazione di sentirsi ammirato dagli altri ragazzi. E in classe come si trova? E’ l’unico maschio e le compagne gli si sono subito affezionate e se lo coccolano. La sua educatrice Caterina (nome di fantasia) si spende in prima persona: da un lato sostiene Alex nelle interazioni facendo da “ponte” tra lui e le compagne, dall’altro aiuta loro a capire il giusto approccio per entrare in contatto con Alex. Tra l’altro si tratta di un indirizzo di studio che forma educatori e il rapporto con una persona con autismo può essere molto formativo, una sorta di ‘compito in classe’ quotidiano. Ad Alex è stato anche dato l’incarico di guidare qualche volta la sedia a rotelle di una ragazza e lui svolge il suo compito con grande responsabilità e attenzione. Per quanto riguarda lo studio, mio figlio ha un Piano educativo individualizzato che delinea un percorso didattico personalizzato, diversificato in parte dal programma della classe perché basato sulle reali capacità del ragazzo, ma la sua insegnante di sostegno Gianna (nome di fantasia) si prodiga affinché abbia la possibilità di seguire il programma scolastico della classe in alcune materie (per esempio storia o scienze) semplificato ma in sostanza simile, per permettergli di sentirsi più “incluso” nel contesto classe. Antonio per parte sua si preoccupa di aiutarlo a conquistare spazi di autonomia, fondamentali per i disabili. Pensa che una volta la settimana lo porta al bar: là Alex ha imparato a parlare con il barista, ordinare caffè e brioche per sé e per l’insegnante, pagare il conto e prendere il resto. Può sembrare poco, ma è una grande conquista per un autistico grave e quasi non verbale. E Alex come reagisce? È contento? Entusiasta. Ogni mattina al risveglio corre a guardare l’agenda dove gli scrivo le attività della giornata e quando vede che quel giorno c’è scuola si mette a saltare dalla gioia. Il problema sono le vacanze…. Che riflessioni ti suscita questa esperienza? È la dimostrazione lampante che impegno, empatia e creatività possono fare miracoli nonostante i tagli e la ‘coperta corta’. Dobbiamo grande gratitudine a queste persone così capaci e ricche di intelligenza emotiva. Il loro lavoro è poco apprezzato e retribuito, troppo spesso criticato o dato per scontato da persone superficiali. Invece per me sono eroi del nostro tempo, esempi da imitare.     Claudia Cangemi
December 31, 2025
Pressenza
Fondazione Patti Digitali: un’alleanza per affrontare l’emergenza educativa nell’era dell’IA
Il nuovo ente nazionale ha come obiettivi principali la formazione di nuovi gruppi e il supporto a quelli esistenti, la creazione di percorsi educativi per genitori, insegnanti e minori sull’uso consapevole delle tecnologie, la ricerca e le valutazioni di impatto sul rapporto tra digitale e benessere e l’attività di advocacy verso politica, imprese e stakeholder per promuovere una regolamentazione più attenta e consapevole. A novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che fissa a 16 anni l’età minima per social, piattaforme video e AI companions, consentendo l’accesso tra i 13 e i 16 anni solo con l’autorizzazione dei genitori e promuove lo sviluppo di un sistema di verifica dell’età omologato per tutti i paesi europei. Secondo la Ricerca EYES UP effettuata da Università Milano-Bicocca, Università di Brescia, Associazione Sloworking e Centro Studi Socialis, il 45% dei ragazzi riceve lo smartphone a 11 anni e il 30% possiede già un profilo social. Il 53% consulta lo smartphone appena sveglio, il 22% durante la notte, e il 51% lo usa occasionalmente durante i pasti, anche se solo il 10% lo fa regolarmente. I dati evidenziano un impatto negativo della precocità di utilizzo regolare dei social media sulle performance scolastiche nel lungo periodo. Il 97% degli adolescenti italiani usa Internet quotidianamente, ma 1 minore su 4 mostra un uso problematico dello smartphone, con segnali di dipendenza. Tra i preadolescenti (11-13 anni), il 62,3% possiede almeno un account social, nonostante la legge europea (GDPR) richieda almeno 14 anni. Nel 2023, inoltre, il 47% degli adolescenti tra 11 e 19 anni ha trascorso più di cinque ore al giorno online, mentre circa un terzo dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone quotidianamente, con un incremento significativo rispetto al 2018-2019. La Società Italiana di Pediatria nei giorni scorsi ha aggiornato le raccomandazioni sull’uso delle tecnologie digitali in età evolutiva e elaborate da pediatri, psicologi ed esperti. Frutto della revisione della letteratura, le nuove indicazioni delineano un percorso educativo condiviso per famiglie, scuole e professionisti per accompagnare bambini e adolescenti verso un uso  dei mezzi tecnologici equilibrato e rispettoso dei tempi dello sviluppo cognitivo: * evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni per i rischi legati all’esposizione a contenuti inappropriati; rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale; * ritardare il più possibile l’uso dei social media, anche se consentito per legge; * evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire; * incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo; * mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti in tutte le fasce d’età; * promuovere a scuola l’educazione digitale consapevole, mentre i pediatri dovrebbero valutare regolarmente le abitudini digitali dei bambini e fornire consulenza preventiva alle famiglie; * come già indicato nelle raccomandazioni emanate nel 2018, niente dispositivi sotto i due anni, limitarli a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sotto il controllo dell’adulto. Mentre l’uso di smartphone e social media tra i giovani cresce a ritmi senza precedenti e l’Intelligenza Artificiale generativa pone sfide imprevedibili, in Italia arriva una risposta. La Fondazione Patti Digitali ETS è un soggetto indipendente istituito per coordinare e rafforzare la Rete dei Patti Digitali, un movimento educativo cresciuto in tutta Italia negli ultimi due anni, composto da 200 gruppi locali e 10˙000 famiglie e volto a creare un ambiente più sano per i minori, dove educatori, insegnanti e genitori cooperano seguendo le linee guida del Manifesto dell’Educazione Digitale di Comunità. La nuova fondazione mira allo sviluppo e al consolidamento dei Patti Digitali sul territorio per contribuire allo sviluppo tecnologico affinché sia rispettoso del benessere dei minori e della loro crescita personale, colmando il divario tra la rapidità dell’innovazione tecnologica e la capacità della società di gestirla e contrastando frammentazione, confusione e solitudine educativa attraverso norme condivise e sostegno concreto. È stata costituita lo scorso 12 dicembre su iniziativa del Comitato dei promotori composto dagli esperti che hanno ideato e sviluppato l’esperienza dei Patti Digitali – Marco Gui, Marco Grollo, Stefania Garassini, Brunella Fiore, Simone Lanza, Stefano Boati e Chiara Respi – insieme alla Fondazione Bicocca, riferimento scientifico della rete, e all’Associazione MEC / Media Educazione Comunità. Collaborano anche le associazioni Aiart e Sloworking e, a supporto delle attività, la Fondazione Oltre e l’organizzazione non-profit internazionale Human Change. Tra le figure in primo piano nel panorama educativo, politico e scientifico nazionale che da subito hanno acconsentito di far parte del Comitato Consultivo della Fondazione Patti Digitali spiccano: Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Famiglie; Alessandro D’Avenia, insegnante e scrittore; Marianna Madia, deputata per il PD e alla Camera dei Deputati firmataria di un disegno di legge su media e minori; Lavinia Mennuni, senatrice di FdI, prima firmataria al Senato di un disegno di legge su media e minori; Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e scrittore; Stefano Vicari, direttore dell’Unità Operativa complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Giovanni Caprio
December 23, 2025
Pressenza
SCUOLA E PRECARIATO: PER IL CONSIGLIO D’EUROPA “L’ITALIA VIOLA I DIRITTI DI 100 MILA INSEGNANTI DI SOSTEGNO”
L’Italia viola il diritto degli insegnanti di sostegno “a guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente scelto” a causa dell’elevata percentuale di assunzioni “con contratti precari”. Inoltre “almeno il 30% non ha potuto seguire la formazione necessaria per fare questo lavoro”. Lo ha stabilito, all’unanimità, il Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, accogliendo così il ricorso 2021 dell’Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori (Anief) contro Roma. Per lo stesso organo, a causa della precarietà degli insegnanti, violato anche il diritto a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità. Abbiamo raccolto il commento di Marcello Pacifico, presidente Anief sulla decisione del Consiglio d’Europa Ascolta o scarica e sulla figura degli insegnanti di sostegno Ascolta o scarica Sulla decisione del Consiglio d’Europa è intervenuta anche Gianna Fracassi, segretaria della FLC CGIL Ascolta o scarica Abbiamo ricordato la precarietà lavorativa degli insegnanti di sostegno e di Giuseppe Follino dei COBAS scuola Ascolta o scarica
December 22, 2025
Radio Onda d`Urto
Pensioni da fame e docenti ultrasessantasettenni: serve una svolta per la scuola italiana
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene non più rinviabile una presa di posizione chiara e responsabile sul tema della previdenza dei docenti, una questione che sta assumendo i connotati di una vera emergenza sociale. Negli ultimi mesi, infatti, numerosi insegnanti, dopo aver effettuato simulazioni sui portali ufficiali dell’INPS, hanno scoperto che l’assegno pensionistico prospettato può collocarsi in una fascia compresa tra circa 700 e 900 euro mensili, soprattutto per chi arriva alla pensione dopo carriere segnate da lunghi periodi di precarietà e da un ingresso tardivo in ruolo. Questo dato, riportato anche da analisi e simulazioni pubblicate su testate specializzate nel settore scolastico e previdenziale, restituisce l’immagine di un sistema che rischia di produrre nuove forme di fragilità proprio tra coloro che hanno garantito per decenni un servizio essenziale allo Stato. La normativa vigente prevede che l’accesso alla pensione di vecchiaia avvenga a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, mentre per la pensione anticipata sono richiesti oltre 41 anni e 10 mesi di contribuzione per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini, requisiti che restano validi almeno fino al 2026 secondo le indicazioni istituzionali. Tali soglie, applicate a carriere discontinue e spesso avviate in età non giovane, producono effetti penalizzanti sugli importi finali e costringono molti docenti a rimanere in servizio ben oltre una soglia di sostenibilità personale. A questo quadro si aggiunge un elemento che il Coordinamento considera particolarmente critico e, per certi versi, paradossale: appare sempre più assurdo affidare la gestione quotidiana di una classe a docenti che hanno raggiunto o superato i 67 anni di età. Non si tratta di mettere in discussione il valore umano e professionale degli insegnanti più anziani, ma di riconoscere che l’attività didattica richiede energie fisiche, prontezza cognitiva e capacità relazionali che possono essere messe seriamente alla prova a età così avanzate. La scuola è un ambiente complesso, caratterizzato da ritmi intensi, gestione di conflitti, sorveglianza continua e responsabilità educative che difficilmente possono essere sostenute senza conseguenze sul benessere psico-fisico del docente e, indirettamente, sulla qualità del servizio offerto agli studenti. Questo scenario si inserisce in un contesto lavorativo che i dati internazionali contribuiscono a descrivere con chiarezza. L’ultima indagine OCSE TALIS evidenzia come l’età media dei docenti italiani sia tra le più alte in Europa, attestandosi intorno ai 48 anni, con circa il 49 per cento degli insegnanti che ha superato i 50 anni di età. Allo stesso tempo, oltre la metà dei docenti indica il carico amministrativo e burocratico come una delle principali fonti di stress professionale, insieme alla mole di lavoro legata alla valutazione degli studenti e alla gestione delle relazioni con le famiglie. A questo si aggiunge un dato particolarmente significativo: solo il 23 per cento degli insegnanti italiani dichiara di essere soddisfatto della propria retribuzione, una percentuale nettamente inferiore alla media OCSE. Diventare insegnanti, inoltre, è oggi un percorso lungo ed economicamente gravoso. Anni di formazione universitaria, percorsi abilitanti spesso a pagamento, concorsi selettivi e aggiornamento continuo si accompagnano, per moltissimi docenti, a lunghi periodi di lavoro precario e a una mobilità territoriale forzata. Incarichi lontani dalla propria città di residenza, costi per affitti, trasporti e doppie domiciliazioni incidono in modo significativo sulla possibilità di costruire una stabilità economica e di accantonare risorse utili per il futuro. Non sorprende, quindi, che alla fine della carriera emerga il rischio concreto di una pensione insufficiente a garantire condizioni di vita dignitose. Alla luce di questi elementi, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che l’insegnamento deve essere riconosciuto come lavoro usurante. L’usura non è solo fisica, ma anche mentale ed emotiva, ed è il risultato di decenni di impegno in contesti educativi sempre più complessi, spesso senza un adeguato riconoscimento sociale e istituzionale. Oggi esistono già, nell’ordinamento previdenziale, canali specifici per i lavori particolarmente faticosi e pesanti, disciplinati dall’INPS attraverso procedure e scadenze precise, ma l’insegnamento continua a rimanerne escluso, nonostante le evidenze sul carico reale di questa professione. Il CNDDU lancia quindi un appello alle istituzioni affinché venga aperto un confronto serio e documentato sulla condizione previdenziale dei docenti. Una scuola che costringe i suoi insegnanti a rimanere in classe fino a 67 anni e oltre, senza offrire adeguate tutele e prospettive dignitose di uscita, è una scuola che mette a rischio non solo il benessere dei lavoratori, ma anche la qualità dell’istruzione stessa. Il rischio è quello di scoraggiare le nuove generazioni dall’intraprendere la carriera docente e di trasformare il pensionamento in una fase di insicurezza anziché di legittimo riposo. Rivolgiamo infine un appello diretto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: riconoscere l’insegnamento come lavoro usurante e intervenire per garantire una pensione dignitosa ai docenti non è una concessione, ma un atto di giustizia istituzionale. Chi ha formato cittadini, trasmesso valori costituzionali e promosso i diritti umani non può essere lasciato solo proprio nel momento in cui conclude il proprio servizio allo Stato. Prof. Romano Pesavento – Presidente Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani Redazione Italia
December 19, 2025
Pressenza
Perché l’introduzione acritica dell’intelligenza artificiale nelle scuole è un problema
Martedì 16 novembre si è tenuto a Torino e, contemporaneamente, in streaming il lancio della campagna “I.A., basta!” pensato dai sindacati di base, in collaborazione con l’associazione “Agorà 33 – La nostra scuola”, per «resistere all'adozione frettolosa e acritica delle intelligenze artificiali centralizzate imposte da Big Tech, come ChatGpt e Gemini», in risposta all’appello di alcuni docenti. Lo scopo principale della campagna è far partire un dibattito che latita dall’inizio della “transizione digitale”, incentivata dai vari round di finanziamenti Pnrr Scuola. Fino a ora, infatti, si è sempre sentito parlare di “intelligenza artificiale”, strettamente al singolare, sottintendendo con questo che l’unica opzione per la scuola sia accettare “a scatola chiusa” le soluzioni delle Big Tech, oppure rigettare in toto la tecnologia alla maniera degli Amish. Non esiste una sola intelligenza artificiale Fin dalla prima sperimentazione, lanciata all’inizio dello scorso anno scolastico, il ministero dell’Istruzione e del Merito sembra muoversi in accordo al grido di battaglia che fu di Margaret Thatcher: «Non ci sono alternative»! La sperimentazione, partita in 15 su 8254 scuole del paese utilizzando esclusivamente prodotti Google e Microsoft, non è ancora terminata e già il Ministero ha fatto un altro possente balzo in avanti: a settembre ha presentato le “Linee guida per l’introduzione dell’I.A. nella scuola”. A partire dal titolo del documento, emerge in maniera chiara una visione rigidamente determinista: l’intelligenza artificiale è una, quella venduta da Big Tech (OpenAi, Google, Meta, Microsoft, Anthropic), non ci sono discussioni. Articolo completo qui
December 19, 2025
Notizie da C.I.R.C.E.