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Lettera alle istituzioni sui traffici di armi, beni dual-use e rottami dal porto di Venezia
Gentile Sindaco, Gentile Autorità Portuale, Gentili Consiglieri Comunali, a tutte le autorità istituzionali e sindacali che su queste questioni hanno voce e responsabilità, sappiamo che il porto di Venezia è uno snodo di passaggio di merci, componenti dual-use e materiali militari verso varie destinazioni, tra cui Israele, nel pieno di un conflitto nel quale sono documentati crimini di guerra e il genocidio a Gaza accertato da Commissioni d’inchiesta ONU e da organizzazioni internazionali di tutela dei diritti umani. Come evidenziato dai dati raccolti su Econdb, Israele risulta la 4° maggiore destinazione dell’export in partenza dal porto di Venezia. Quali garanzie e controlli ci sono su merci che potrebbero alimentare sia il genocidio che gli attacchi israeliani nella regione, che hanno provocato la crisi petrolifera e quindi il carovita? Sappiamo altresì che a partire dallo scorso anno sono state importate dallo Stato di Israele enormi quantità di rottami metallici, come documentato da recenti inchieste giornalistiche di Altreconomia e che non è possibile stabilire se questi materiali provengano o meno dalle zone illegalmente occupate o soggette a demolizioni forzate: i criteri con cui le autorità preposte certificano la provenienza dei rottami non vengono infatti divulgati. La giornalista Linda Maggiori, in data 25/10/2026, ha presentato un’istanza di accesso civico generalizzato, ai sensi dell’articolo 5, comma 2, del d.lgs. 33/2013, richiedendo i dati aggregati relativi ad armi, componenti di armi e beni dual-use transiti dal porto di Venezia. La sentenza n. 6256/2026 del Consiglio di Stato, Sezione sesta, ha riconosciuto il diritto ad accedere ai dati aggregati sulle armi e i componenti di armi passanti per i porti: la sentenza afferma un principio che le amministrazioni non devono continuare a disattendere con il silenzio. Per questo chiediamo: alle istituzioni, di fare pressione affinché l’istanza di accesso agli atti riceva risposta nei tempi dovuti e di rendere chiaro il traffico di rottami in arrivo dal porto di Venezia, a partire dalla divulgazione dei criteri di controllo della provenienza; ai consiglieri comunali, di tenere alta l’attenzione civica e di pretendere piena trasparenza su ciò che transita e su ciò che viene importato; Insieme a tutte le componenti sindacali presenti al porto e in città, chiediamo ai lavoratori e alle lavoratrici dei moli di interrogare formalmente l’Autorità di Sistema Portuale e le compagnie operanti sul traffico con Israele sul carichi in transito, di denunciare ogni anomalia o violazione delle norme italiane o comunitarie  e di sostenere il diritto di chi lavora a non essere impiegato nella movimentazione di armi e componenti militari dirette in zone di conflitto, per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori portuali e quella degli/delle abitanti dei quartieri limitrofi al porto. La trasparenza amministrativa non è un favore che si concede, è un obbligo di legge e il silenzio delle amministrazioni su armi, beni dual use e rottami metallici che attraversano un porto italiano riguarda tutte  e tutti, come cittadine e cittadini e come contribuenti. In attesa di un vostro riscontro e di un vostro impegno, porgiamo cordiali saluti Coordinamento no armi a Porto Marghera Amnesty International – gruppo di Mestre ANPI “Sette Martiri” Venezia ANPI provinciale (VE) ANPI Sezione Mestre “Erminio Ferretto” ANPI sezione Marcon Quarto d’Altino “Ettore e Dolfino Ortolan” ANPI Veneto Assopace Palestina Venezia AVS Venezia BDS Vicenza Bella Ciao – Cittadini Non Indifferenti di Quarto d’Altino Campagna Ponti e Non Muri, Pax Christi Casa di Amadou Centro Sociale Rivolta CiLLS cittadini per il lavoro, la legalità, la salute e l’ambiente Cobas – comitati di base della scuola del Veneto Collettivo Liberi Saperi Critici Coordinamento No Inceneritore di Fusina CUB Veneto Docenti per Gaza Veneto Extinction Rebellion Venezia FIOM Metropolitana di Venezia FIOM Veneto Forum Dell’Aria Giuristi Democratici Venezia Global Sumud Veneto In Marcia Per la Pace In piazza per Gaza – S.Donà di Piave ISDE – sezioni Venezia e Padova Laboratorio Climatico Pandora Laboratorio Occupato Morion Mediterranea Saving Humans Network Giovani M5S – Veneto Opzione Zero Pax Christi Venezia Pax Christi Vicenza Potere al Popolo Venezia Rete veneta dei comitati per la Palestina RSU Electrolux do Susegana (TV) Sanitari per Gaza Venezia Tavolo Palestina Pace Bassa Padovana USB Veneto Veritas vincit APS Mail: noarmiportomarghera@proton.me   Redazione Italia
November 2, 2026
Pressenza
Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
8 Ottobre: Le Dogane di Ravenna al Consiglio di Stato contro Linda Maggiori
Presidio a Ravenna per la sentenza del Consiglio di Stato. Le Dogane (reticenti) contro Linda Maggiori. Con il link alla diretta web delle 19.00 PRESIDIO A RAVENNA IN PIAZZA DEL POPOLO: 8 OTTOBRE ORE 18 Sarà sola davanti al Consiglio di Stato giovedì 8 ottobre 2026, senza il sostegno ad adiuvandum del sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e del Presidente della Regione Emilia Romagna Michele De Pascale nonostante sia stato loro richiesto fino all’ultimo. Il Pd ha risposto chiedendo al Governo la trasparenza dei dati delle Dogane di tutti i porti italiani e non solo quello di Ravenna. A seguire Linda Maggiori è l’avvocato Andrea Maestri, attivo da anni per la liberazione dei territori occupati in Palestina. A sostenerla Usb, The Weapon Watch e l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei ma anche la mobilitazione spontanea di cittadine/i, Cred e altri giuristi. Alle 19 Linda Maggiori parlerà in conferenza stampa (nella sala stampa della Camera) con la deputata Stefania Ascari e i senatori Marco Croatti e Antonio Ferrara del Movimento 5 Stelle che hanno presentato interrogazioni parlamentari sulla vicenda ma senza ottenere risposte. La coraggiosa giornalista Linda Maggiori a gennaio 2026 chiede un accesso generalizzato agli atti alle Dogane di Ravenna per avere i dati aggregati sulle armi in export e in transito dal porto con relative destinazioni: diniego delle Dogane «per motivi di sicurezza nazionale». Maggiori ha presentato ricorso al Tar di Bologna e la sentenza del Tar uscita a luglio ha dato per metà ragione alla giornalista (riguardo i dati) e per metà no (le destinazioni). Ma le Dogane di Ravenna non hanno accettato di divulgare i dati adducendo che il porto di Ravenna «ha una rilevanza militare nel contesto di una guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia» e hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la giornalista. Linda Maggiori aveva iniziato a scoperchiare “la guerra invisibile” che passa nel porto di Ravenna già nell’estate 2025 quando raccontò di container che passavano settimanalmente pieni di materiali dual-use, armi e altre merci verso Israele, tracciando le navi israeliane che attraccavano al porto per poi ripartire. Il transito di merci legate alla guerra viola la legge 185 del 1990 che vieta l’esportazione di armi verso Stati o enti in conflitto armato nonché l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre necessiterebbe del visto dell’autorità Uama – Unità per le autorizzazioni di materiali di armamento – che ha il compito di autorizzare il passaggio di carichi militari nelle dogane e nei porti verso Paesi terzi. Interpellata in quel frangente Uama dichiarò : «Dopo il 7 ottobre 2023 (giorno dell’attentato ai cittadini israeliani) il Governo italiano ha sospeso qualsiasi nuova autorizzazione verso Israele ai sensi della legge 185/90». Dalle inchieste e dai fermi di container grazie ai lavoratori portuali – anche Genova e Gioia Tauro -emerse che gli scambi di merci con Israele erano invece più che raddoppiati proprio dopo il 7 ottobre. Tutto ben documentato nel dossier «La flotta del genocidio» pubblicato dalla stessa giornalista per Altreconomia. Da quel momento tante le manifestazioni ravennati contro il transito di armi e altre merci dual use (non sono armamenti ma servono per produrle o innescarle). Nasce il «Coordinamento Popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna». Proprio a settembre 2025 sull’onda di questa presa di coscienza fu impedito a due container con materiale bellico di entrare nel porto di Ravenna, grazie all’intervento (tardivo ma ci fu) delle istituzioni interpellate dai lavoratori portuali. Ci fu poi l’incontro con la «relatrice speciale Onu per i territori palestinesi» Francesca Albanese con i lavoratori del porto, con il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni e gli attivisti. La giornalista Linda Maggiori ha continuato le sue indagini ma la macchina di guerra, soldi e complicità ha continuato a funzionare nonostante le proteste nelle piazze. Il movimento contro le armi nei porti si schiera con Linda Maggiori: > «se il Consiglio di Stato deciderà di oscurare ogni dato, avallando la tesi > che siamo in una guerra permanente e che la democrazia è ridotta, allora noi > andremo fino alla CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo». Chi non abita a Ravenna (o non può andare al presidio in Piazza del Popolo) può seguire online la diretta dalla sala stampa della Camera dei Deputati dalle 19 circa di giovedì 8 ottobre 2026. webtv.camera.it/conferenze_stampa Su questi temi abbiamo pubblicato molti articoli che potete rintracciare con i tag: Armi, Ravenna, Linda Maggiori, portuali e simili.  > Muro di gomma nel porto di Ravenna (e nelle istituzioni)   Redazione Romagna
October 7, 2026
Pressenza
Il tecnocrate e il cittadino. Contro INVALSI
INVALSI presenta ogni anno i suoi numeri come scienza. Non lo sono. Dietro la patina di neutralità c’è un modello statistico che finge che classe, scuola e territorio non contino nulla. Comodo, perché così colpe e meriti ricadono tutte sui singoli studenti che non raggiungono “i traguardi” (quali??) e sugli insegnanti che insegnano male. E poi c’è un potere che risponde solo al Ministro, senza controlli parlamentari, non pubblica i dati grezzi (come fanno Istat e Banca d’Italia),  nasconde prove, metodi e rapporti. Non è un istituto scientifico. È potere che si finge sapere. -------------------------------------------------------------------------------- Nella tradizione della filosofia contemporanea, riconducibile tra gli altri a Foucault, quello della valutazione è in verità un potere che finge di essere un sapere. Questo punto di vista è sostenuto anche dal secondo Heidegger, per il quale l’atto di “porre valori” equivale a instaurare un dominio. Quindi sarebbe importante, in ogni esercizio di valutazione, precisare quali sono gli outcome del processo da valutare, e soprattutto perché si scelgono quegli outcome e non altri. Ogni oggetto del pensiero ha una sua genealogia. Tecnicamente, sotto il profilo metodologico, i risultati elaborati e diffusi dall’INVALSI sembrano essere affetti da numerose distorsioni. Come nell’indagine dell’OCSE PISA, a cui l’INVALSI si ispira, viene utilizzato un modello a un livello secondo l’Item Response Theory. Tuttavia, successivamente alla stima delle abilità individuali tramite modelli IRT, l’elaborazione dei punteggi dovrebbe sempre tener conto della struttura gerarchica dei dati mediante modelli multilivello, ampiamente noti ed utilizzati in tutti gli ambiti di indagine in cui le unità di base possono essere aggregate secondo uno schema gerarchico. Per intenderci, lo schema nel nostro caso sarebbe: studente, classe, plesso, istituzione scolastica. Poi i punteggi dell’istituzione scolastica (ad esempio, il Liceo Classico di Praia a Mare) possono essere ulteriormente aggregati per ambito geografico o per tipologia di scuola. La letteratura dimostra che esistono l’effetto classe, l’effetto plesso, l’effetto scuola e i derivanti effetti di interazione (anche lo stesso INVALSI, nella sua collana di approfondimenti, lo ammette). L’effetto scuola a cui ci riferiamo è un oggetto concettuale diverso da quello che l’INVALSI chiama “effetto scuola”. Per noi l’effetto scuola non si esaurisce nell’incremento (auspicabile) delle competenze individuali, ma è qualcosa di più ampio e più sfumato (per fare un esempio letterario, quello descritto da Edoardo Albinati ne “La scuola cattolica”, Premio Strega 2016). In effetti è facile comprendere che l’apprendimento disciplinare, la maturazione delle personalità e, nei gradi più alti dell’istruzione scolastica, quella dei cittadini, sono processi collettivi, non esclusivamente individuali (alla faccia dell’individualismo metodologico, dell’utilitarismo e di tutte le altre scuole di pensiero che Marx liquidò a suo tempo come “materialismo volgare”). E non possono essere colti dall’aggregazione per somma algebrica dei punteggi individuali. D’altra parte, l’INVALSI non è un istituto scientifico vero e proprio, ma un ente pubblico con funzioni scientifiche sottoposto al controllo del potere esecutivo. Il Presidente e il Consiglio di Amministrazione sono nominati direttamente dal Ministro, e non devono essere “approvati” dal Parlamento come nel caso dell’Istat. Ciò può essere alla base di alcune distorsioni nell’elaborazione dei dati, oltre che di scelte curiose nella costruzione del sistema di valutazione. Ad esempio, l’INVALSI misura i risultati in italiano, matematica e inglese, e non quelli in materie come storia ed educazione civica. La scelta di concentrare la valutazione standardizzata su alcune competenze e non su altre riflette inevitabilmente una precisa concezione della scuola. Ora, ciò non stupisce, essendo l’INVALSI stato istituito da Luigi Berlinguer e poi potenziato e reso operativo dalla triade Berlusconi-Gelmini-Tremonti in concomitanza con la riforma delle scuole del 2009. Quanto maggiore è l’autonomia scientifica dell’ente produttore, tanto maggiore è la credibilità che le sue scelte metodologiche siano motivate esclusivamente da criteri metodologici, soprattutto quando gli indicatori prodotti orientano direttamente le politiche pubbliche. Più in generale, il tecnocrate “attacca il somaro dove vuole il padrone”, oppure è egli stesso il padrone (come fu per Corrado Gini all’Istat, Pasquale Saraceno e Alberto Beneduce all’IRI, Enrico Mattei all’ENI, etc.). Sarebbe poi interessante che l’INVALSI mettesse a disposizione del pubblico i dati di base, opportunamente anonimizzati. Già lo fa, ci si dirà, ma occorre fare domanda ed ottenere l’autorizzazione dell’ente stesso. Poiché le prove INVALSI incidono in misura crescente sul dibattito pubblico e sulle politiche scolastiche, sarebbe auspicabile una politica di open science più avanzata. La disponibilità di microdati completamente anonimizzati, liberamente scaricabili, consentirebbe analisi indipendenti, repliche degli studi dell’istituto e un più ampio scrutinio pubblico delle metodologie adottate. Addirittura la Banca d’Italia mette a disposizione i dati riferiti alle singole unità statistiche rilevate nell’Indagine sul risparmio, il patrimonio e il reddito delle famiglie italiane, resi opportunamente anonimi, sul proprio portale, dal quale chiunque li può scaricare liberamente, senza registrarsi e fornire motivazioni. Questa politica ha favorito un enorme numero di lavori scientifici, anche internazionali (ad esempio, questi microdati sono usati in moltissimiarticoli scientifici sulla distribuzione del reddito italiano). Anche l’Istat è oggi più aperto dell’INVALSI, dato che prevede forme di diffusione diretta di microdati anonimizzati. Questa della pubblicità dei microdati è, ad ogni modo, una questione politica da approfondire. Inoltre, il rapporto INVALSI indica che la rilevazione è totale, ma alcune elaborazioni sono effettuate su un campione probabilistico a due stadi, con stratificazione delle unità di primo stadio. Questo è positivo ma, trattandosi di campioni, si dovrebbero anche mostrare gli intervalli di confidenza, che sono un indicatore dell’incertezza della stima. Da quanto sommariamente scritto nell’ultimo rapporto, e precisato nei parafernalia di corredo all’indagine, si tratterebbe di cross- section ripetute. È ben noto che la varianza della stima di una differenza richiede una numerosità campionaria assai più elevata che nel caso della stima di una media, quindi le variazioni anno su anno richiedono una numerosità campionaria più ampia di quella che riguarda la stima di una media. Ogni studente universitario che abbia seguito un corso di statistica avanzato sa che inquesti casi sarebbe preferibile usare campioni longitudinali, meglio se ruotati. Inoltre, poiché il campione è complesso, la media campionaria semplice non coincide con la media della popolazione e occorre utilizzare stimatori pesati che incorporino il disegno campionario per ottenere stime rappresentative della popolazione. Ma l’aspetto più importante riguarda il calcolo dei punteggi individuali degli studenti. I Rapporti annuali sono sostanzialmente scevri di dettagli metodologici. Sembrerebbe che questi siano esposti principalmente in un Rapporto tecnico del 2018, oltre che dispersi tra i 71 working paper pubblicati sul sito dell’istituto, non risultando quindi facilmente scovabili. Il cittadino standard (ma anche quello colto, pure laureato in discipline scientifiche) deve investire un bel po’ di tempo per capire bene. Quindi, in linea di principio, si fida, oppure rigetta in toto i risultati. Occorre anche intendersi su cosa si indichi con il termine metodologia. Sarebbe importante riuscire ad avere immediata contezza dell’affidabilità delle stime ottenute, oltre che del metodo statistico concretamente utilizzato. Tra i modelli IRT vi è un’ampia gamma di scelte possibili. La nostra impressione è che l’INVALSI non utilizzi più di tanto il principio di giustificazione sotto il profilo statistico metodologico; assai ampia è invece la spiegazione/giustificazione degli aspetti legati alla costruzione dei singoli item (e questo è assai commendevole, va da sé). In sintesi, l’INVALSI rappresenta un esempio significativo di come una tecnica di misurazione possa essere utilizzata come strumento di governo e di esercizio del potere, analogamente a quanto avviene per molte scienze sociali nella loro versione mainstream. Le valutazioni, come anche le statistiche economiche e sociali, costituiscono inevitabilmente una rappresentazione selettiva dei fenomeni osservati, in quanto ogni indicatore richiede scelte precise sugli aspetti da misurare e si fonda su specifici riferimenti teorici. Per questo motivo, è importante che tali presupposti siano dichiarati in modo esplicito, così da rendere trasparenti i criteri che orientano la costruzione e l’interpretazione degli indicatori. Un esempio è la stima del PIL, il cui ancoraggio teorico principale è dato dalla teoria keynesiana, come illustrato nell’opera pionieristica di Benedetto Barberi. Nelle Nozze di Figaro il protagonista dice “l’arte schermendo/l’arte adoprando/di qua schermendo/di là scherzando/tutte le macchine rovescerò”. Mozart si riferisce alla forza del pensiero illuminista-borghese che travolge l’ancien régime. Duecentocinquanta anni dopo dovremmo avere la forza per rovesciare le macchine del dominio neocapitalista.
September 2, 2026
ROARS
Nuovo Report Mil€x su industria delle armi e politica
Cinque anni dopo il rapporto “Defence Industry Influence in Italy – Analisi dell’influenza dell’industria della difesa sull’agenda politica italiana“, l’Osservatorio Mil€x pubblica l’aggiornamento “L’influenza dell’industria militare sull’agenda politica italiana della difesa: nuovi elementi e dinamiche“. Il risultato di questo momento di verifica è chiaro: i cinque percorsi di influenza indebita individuati nel 2021 (lobbying, fondazioni politiche, think tank, porte girevoli, finanziamento della politica) non sono stati né fermati né presidiati. Nessuna delle misure di controllo raccomandate è diventata legge. E il problema si aggrava proprio ora, perché la posta economica in gioco è ai massimi storici. Più risorse, meno trasparenza. La spesa militare italiana diretta prevista per il 2026 tocca il record di 33,9 miliardi (+45% sul decennio), con oltre 13 miliardi di investimenti in armamenti e programmi per più di 130 miliardi nei prossimi quindici anni. A questa crescita reale se ne aggiunge una “gonfiata”: dopo le sollecitazioni NATO il governo comunica cifre più alte (fino al 2,8% del PIL) allargando con voci indefinite ciò che conta come “difesa e sicurezza”, e verso il vertice di Ankara si prepara ad annunciare altri 17 miliardi senza dettagli. La “torta” complessiva cresce così in modo surrettizio, con meno visibilità su cosa contenga. Le porte girevoli, in tutte le direzioni. Il quinquennio offre la casistica più eloquente di sempre: il generale Graziano (ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, oggi defunto) alla presidenza di Fincantieri; l’ammiraglio Credendino, da capo della Marina a presidente di Orizzonte Sistemi Navali; il generale Carta, dall’intelligence esterna alla presidenza di Leonardo. E, in senso inverso, il passaggio più diretto: Guido Crosetto, già presidente dell’associazione industriale del settore (AIAD), diventato Ministro della Difesa. Gli altri percorsi, tutti aperti. L’Italia continua a non avere una legge sul lobbying dopo oltre cinquant’anni e più di cento tentativi. I flussi dall’industria verso fondazioni e think tank restano opachi: le stesse risposte di Leonardo agli azionisti critici (Fondazione Finanza Etica e Rete Pace Disarmo) documentano finanziamenti ricorrenti agli istituti che alimentano il dibattito pubblico sulla difesa e analisi prodotte “a uso interno” per la Farnesina tramite la fondazione Med-Or. Sull’export, mentre le autorizzazioni sono passate da circa 8 miliardi nel 2024 a 11,1 nel 2025 (+87% nel quadriennio), la revisione della legge 185/90 rischia di ridurne la trasparenza (l’opposto di quanto servirebbe). Le quattro richieste a Parlamento e governo esplicitate nel nuovo Report: 1. Una disciplina vincolante delle porte girevoli, sul modello della “proposta di legge Galli” mai approvata: almeno tre anni di stop tra funzioni pubbliche rilevanti e incarichi nell’industria, con vigilanza indipendente ed estensione esplicita a membri di governo e Parlamento 2. Ricostruire la trasparenza della spesa: costi reali dei programmi, calcolo verificabile della quota di PIL comunicata alla NATO, stop all’arretramento sulla trasparenza dell’export di armi 3. Chiudere i canali ancora aperti: legge sul lobbying con registro obbligatorio, autorità indipendente sul procurement militare, trasparenza sui flussi verso fondazioni e think tank 4. Restituire al Parlamento piena sovranità sugli acquisti di armamenti: decisioni vincolanti, informate e con potere di intervento anche sulle fasi successive, superando l’attuale parere iniziale quasi solo formale (e automatico), mentre in questa legislatura sono già stati approvati decine di programmi per decine di miliardi senza alcuna possibilità di verifica successiva Non si tratta di mettere in discussione la legittimità delle scelte di difesa, ma di garantire che vengano prese alla luce del sole, dai rappresentanti dei cittadini e nell’interesse pubblico. In una fase di riarmo senza precedenti, tenere sotto controllo questi canali non è meno urgente di prima: lo è molto di più. Il testo integrale dell’analisi è disponibile su www.milex.org.   MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 6, 2026
Pressenza
Gaza. Il TAR conferma il diritto di sapere se i nostri porti hanno alimentato la macchina bellica di Israele
Il Tribunale amministrativo di Bologna ha dichiarato illegittimo il rifiuto delle Dogane di rendere pubblici i dati sulla quantità di materiale bellico transitato dal porto di Ravenna. Una sentenza che rafforza il diritto dei cittadini alla trasparenza mentre cresce il dibattito sul ruolo dell’Italia nei rifornimenti militari destinati a Israele […] L'articolo Gaza. Il TAR conferma il diritto di sapere se i nostri porti hanno alimentato la macchina bellica di Israele su Contropiano.
July 6, 2026
Contropiano