
People before profit
Jacobin Italia - Saturday, November 7, 2026
C’è un aspetto nella travolgente vittoria dei Democratici alle elezioni di Midterm statunitensi che non deve essere sottovalutato e che aiuta a capire anche come trarre una linea di congiunzione tra quanto sta accadendo in varie parti del mondo occidentale. Ne ha fatto menzione Eric Blanc, qui su Jacobin, quando ha evidenziato che nel risultato elettorale si nota quanto «il populismo economico sta diventando sempre più centrale per i Democratici».
Notando che, data l’entità della vittoria, l’entusiasmo conforta un po’ tutte le variegate tendenze di quel partito, Blanc osserva che «una caratteristica sorprendente e inedita di queste elezioni a livello nazionale è la crescente enfasi dei Democratici sull’avidità delle multinazionali, sul potere dei miliardari e su un sistema economico truccato, non solo sull’accessibilità economica, ma anche sulla lotta contro coloro che rendono la nostra vita insostenibile». Da qui, aggiunge, ne deriva che «Il vecchio presupposto centrista, della Terza via, secondo cui i Democratici possono vincere solo “spostandosi verso il centro”, è sempre più in contrasto con le campagne del partito stesso, almeno per quanto riguarda l’economia». Questa tendenza, quindi, sarebbe abbastanza generalizzata e non solo appannaggio, come logico, dei candidati e delle candidate socialiste o «sandersiani» che più hanno insistito sui temi dell’economia. Blanc nota anche che quell’insistenza sull’avidità dei miliardari in realtà è il prodotto della lenta e costante campagna prodotta proprio da Bernie Sanders, sin da quando si candidò la prima volta alle primarie Democratiche per la presidenza aprendo una fase nuova nella politica statunitense. Un terreno tracciato su cui poi sono cresciute piante più giovani come Alexandria Ocasio Cortez e Zhoran Mamdani. E oggi ben otto deputati e deputate socialiste, oltre all’imprevisto successo della nuova sindaca di Los Angeles.
Per capire quanto sia vera quest’analisi si possono prendere i programmi, per lo meno quelli letterali, di quattro candidati diversi e volti nuovi della nuova ondata Democratica: James Talarico in Texas, Abdul El Sayed in Michigan, Jon Ossoff in Georgia e Penny Flanagan in Minnesota. Nei loro programmi pubblicati nei siti della campagna elettorale, pur provenendo da esperienze diverse, correndo in Stati molto diversi tra loro e avendo aspirazioni ancora più differenti, i temi economici e sociali si rincorrono stabilmente.

«La divisione più grande in questo paese non è tra destra e sinistra, ma tra l’alto e il basso» scrive Talarico: «I miliardari vogliono che ci guardiamo a vicenda, a destra e a sinistra, invece di guardare in alto verso di loro». La tradizionale contrapposizione «alto/basso» tipica dello schema populista. E ancora: «Ci dividono per partito, per razza, per genere, per religione, così non ci accorgiamo che stanno tagliando i fondi alle nostre scuole, smantellando la nostra sanità e riducendo le tasse per sé stessi e i loro amici ricchi. È la strategia più antica del mondo: dividere per conquistare». «Ci scontriamo con un sistema truccato. E ci scontriamo con un sacco di soldi» (corsivo nostro) continua Talarico che così conclude: «È ora di iniziare a ribaltare i tavoli».
Osoff ha corso in Georgia, vecchio cuore del sud statunitense, ha chiuso la campagna elettorale con Barack Obama al fianco, aspira a diventare presidente degli Stati uniti, è giovane, bianco, ha il profilo giusto del Democratico progressista, ma ligio ai voleri del grande capitale. Venendo dal mondo del giornalismo investigativo si è presentato con le migliori credenziali per combattere la corruzione e come uno dei «pochi senatori degli Stati uniti le cui campagne elettorali si rifiutano di accettare contributi da Pac aziendali o lobbisti federali». Tra i suoi cavalli di battaglia c’è senz’altro la difesa dei diritti civili, in perfetto stile kennedyano, ma in questo momento spiccano in particolare le varie proposte in difesa del sistema sanitario: «Ampliare e contribuire alla costruzione di nuove strutture sanitarie in tutto lo Stato. Ampliare il programma Medicaid in Georgia. Tutelare la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria pubblica (Medicare) e rafforzare le prestazioni previdenziali per i dipendenti pubblici. Migliorare l’assistenza sanitaria per le donne in gravidanza, i neonati e i bambini» sono alcune delle sue priorità legislative.
Il rifiuto di donazioni dalle grandi corporation da parte di Osoff risuona nel primo punto del programma di El Sayed: «Credo fermamente che le aziende e gli interessi particolari non debbano poter comprare le elezioni. Punto. Ecco perché sono l’unico candidato al Senato degli Stati uniti in Michigan che non ha mai accettato un centesimo di denaro dalle aziende e non lo farà mai». Il neo senatore del Michigan è più netto nelle sue proposte, viene dalla sinistra statunitense, è tra i sedici neo-eletti che Bernie Sanders ha inserito, in un post su Instagram, sotto l’etichetta di «Progressives» (comprendendo anche gli eletti e le eletti dei Democratic socialist of America). Ma la sua vittoria netta dice che certe proposte hanno ormai popolarità. Le politiche sull’immigrazione, ad esempio, iniziano «con l’abolizione dell’Ice» che è «diventato uno strumento di autocrazia». La politica ambientale deve tener conto che «le aziende inquinanti siano pienamente responsabili della contaminazione del suolo» e quindi vanno limitate così come «la dipendenza da petrolio e gas non solo inquina la nostra aria, ma finanzia anche interessi stranieri e arricchisce le stesse multinazionali che per decenni ci hanno mentito su ciò che sapevano». El Sayed, tra i quattro senatori e senatrici prese a esempio, è quello che dettaglia di più il programma e lo posiziona a sinistra, in particolare sulla politica estera a partire dal no alla guerra in Iran e alla denuncia sul fatto che «i nostri soldi delle tasse e le armi di fabbricazione americana vengono usati per perpetrare un genocidio a Gaza, insediamenti illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme».
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Quelli dell’1%
Redazione Jacobin Italia
Peggy Flanagan lo è meno, ma certamente utilizza parole analoghe: «Oggi il sistema è truccato a sfavore dei lavoratori e i leader di Washington non sono riusciti a reagire. Mi candido al Senato perché credo che i cittadini meritino di più dai loro rappresentanti eletti. Leader che sappiano davvero ascoltare, comprendere le loro esigenze e possedere le qualifiche e l’esperienza necessarie per realizzarle». Tra le sue priorità troviamo «assistenza sanitaria per tutti», «mettere più soldi nelle tasche dei cittadini», «sicurezza economica per i nostri anziani», «potersi permettere un posto chiamato casa» e molti altri diritti sociali garantiti soprattutto dalla voracità di quel «sistema truccato» e dagli «interessi particolari che finanziano le campagne elettorali e assumono schiere di lobbisti». Anche per questo, Flanagan, come gli altri, assicura che non accetterà un centesimo dai Pac aziendali perché le multinazionali avide e gli interessi particolari hanno già troppa influenza a Washington».
Si potrebbe continuare e, al di là se questa linea mediana del programma elettorale dei Democratici – che rimangono tuttavia quel partito da establishment che storicamente conosciamo e che tra poco, nell’eleggere i suoi speaker alla Camera dei Rappresentanti e il suo portavoce al Senato, dimostrerà effettivamente i propri equilibri interni – il quadro qui rappresentato ci aiuta a capire meglio che tipo di domande hanno alimentato la vittoria Dem e che tipo di contrasto a Donald Trump l’ha favorita.
Certo, vale anche la pena notare che nella storia statunitense esiste da sempre «una storia progressista» del populismo. Nella parte finale dell’Ottocento, infatti, il populismo si intrecciava alle prime forme di organizzazione della classe operaia e soprattutto di quella rurale e il profilo essenziale di quel People’s Party era quello di limitare e ridurre il potere dell’élite finanziaria. Questa modalità politica è riemersa a fasi alterne, andando a riempire i serbatoi elettorali del conservatorismo Repubblicano per lo meno dalla vittoria reaganiana degli anni Ottanta e nell’ultimo decennio facendo la fortuna di Trump che ha saputo interpretare, nella più paradossale delle contraddizioni, dall’alto della sua posizione elitaria, il risentimento sociale e la rivolta contro le élite di una base popolare arrabbiata. Probabilmente ora sta accadendo il contrario grazie a una schiera di nuovi candidati Democratici che sanno parlare questo linguaggio (con quali risultati si vedrà).
Ma il senso comune Democratico che si è affermato alle elezioni di Midterm è anche figlio di una fase particolare dell’Occidente, se lo mettiamo in connessione con quanto sta accadendo in Europa. Dando conto di una nuova grande giornata di lotta in Francia – con stime tra le 600 mila e 1,6 milioni di persone in piazza in tutto il paese – Le Monde deve notare che al centro delle mobilitazioni, a spiegare anche l’unità tra studenti e lavoratori e lavoratrici, c’è la questione del «potere d’acquisto» dando spazio a slogan come questi: «Poter riempire il frigo degnamente… poter pagare l’affitto senza restare nella merda… ero un ‘gilet jaune’ della prima ora, avevo questo cartello nel 2018 e non è cambiato niente». Oppure questo: «Abbiamo sempre lavorato per una multinazionale che ha fatto profitti, i nostri salari non aumentano al livello dell’inflazione. Da noi non si sciopera mai e quindi abbiamo approfittato di questa occasione di sciopero nazionale per farci sentire». Tra le proposte: «Ristabilire l’imposta sul patrimonio, sopprimere i privilegi fiscali, instaurare la tassa Zucman [sui grandi patrimoni, ndr.]». Sono slogan che si potevano sentire nei cortei del 30 ottobre in Italia e che certamente risuoneranno ancora nello sciopero del 20 novembre. Come nota Mediapart, «la mobilitazione impone le rivendicazioni sociali nel dibattito, con grande disappunto del governo e dell’estrema destra» a dimostrazione che i grandi movimenti possono influire sulle agende politiche anche da fuori le istituzioni. Così come sembra finalmente che il velo sulle politiche liberiste possa essere strappato e una fetta consistente della popolazione riesca a vedere la realtà di certe politiche oltre che di certi leader politici: Trump negli Usa, ma anche Emmanuel Macron in Francia e, perché no?, Giorgia Meloni in Italia.
Tutto questo, se a sinistra si volesse farne tesoro e immaginare anche una sintesi che possa trainare una rivalsa politica, può benissimo essere compreso sotto un concetto che è stato coniato soprattutto nel vivo del movimento antiglobalizzazione, in quel di Seattle, ma che in realtà esisteva già da prima e che rappresenta un programma di base per una politica non rivoluzionaria ma decentemente progressista: People before profit, le persone prima dei profitti.
Un programma del genere porta con sé molte conseguenze positive. Un piano di redistribuzione complessiva che intacchi i profitti e riconsegni potere d’acquisto ai salari, reddito sociale a chi non ha altre risorse, valore alle pensioni, sistemi di welfare funzionanti e capaci di soddisfare i bisogni, diritti sociali come la casa, ma anche la cultura, a disposizione di chi non può permetterseli e così via. Ha anche una conseguenza sulla politica internazionale, contro la guerra e le spese militari, i genocidi più o meno mascherati, per la salute e il rispetto dell’ambiente, prendendo di petto i grandi inquinatori e presentando loro il conto.
Dopo le elezioni in Brasile, poi con le grandi manifestazioni in Spagna, Francia e Italia (ma l’11 novembre ci sarà lo sciopero generale anche in Portogallo), le insorgenze studentesche in Albania e soprattutto in Serbia, le elezioni di Midterm potranno inserirsi in questa nuova ventata internazionale che soffia all’insegna della contestazione delle élite finanziarie e del capitalismo più aggressivo. Sappiamo certamente che porre freni redistributivi a questo capitalismo non è sufficiente e che se non si mette mano al tema della proprietà e dell’organizzazione della produzione e al protagonismo diretto di chi lavora, non ci saranno cambiamenti risolutivi. Ma se una certa sinistra progressista vuole, anche in Italia, provare a battere un colpo e darsi qualche chance di successo e tenuta nella nuova fase della politica internazionale, segnata da una usura crescente dei vecchi assetti di potere che, proprio per questo, germinano nuove guerre, dovrebbe assumere fino in fondo questa lezione.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Rivoluzione e libertà (Alegre, 2026).
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