
Elezioni israeliane: cosa possono aspettarsi i palestinesi?
Assopace Palestina - Tuesday, November 3, 2026di Ramzy Baroud,
The Palestine Chronicle, 29 ottobre 2026.
Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio e garantire aiuti umanitari senza restrizioni?

In passato, molti palestinesi e arabi seguivano da vicino le elezioni israeliane.
Lo facevano non perché nutrissero l’illusione che un leader sionista potesse portare pace e giustizia, smantellare l’occupazione o rimuovere gli insediamenti illegali. Temevano soltanto che alcuni leader israeliani fossero peggiori di altri. Speravano di scongiurare lo scenario peggiore.
Col passare del tempo, tuttavia, quella distinzione ha lasciato il posto alla convinzione che tutti i leader israeliani sono sostanzialmente uguali. Questo non è pessimismo. È esperienza.
Si consideri, ad esempio, l’espansione degli insediamenti ebraici illegali durante il processo di pace di Oslo sotto il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin.
Tra il 1992 e il 1995, il numero dei coloni israeliani in Cisgiordania, esclusa Gerusalemme Est, è aumentato da 111.673 a 140.235 – un incremento di oltre il 25 per cento, secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, che attinge ai dati statistici israeliani.
Lo stesso andamento è proseguito sotto il governo laburista di Ehud Barak.
Nei primi sei mesi del suo mandato, il governo di Barak ha indetto gare d’appalto per 3.196 unità abitative negli insediamenti, superando la media annuale registrata sotto il suo predecessore di destra, Benjamin Netanyahu.
Quando, nel giugno 2021, Naftali Bennett ha formato un governo di coalizione che includeva il partito arabo Ra’am, l’espansione degli insediamenti è proseguita senza sosta.
Secondo Peace Now, il governo Bennett–Lapid ha portato avanti piani per 7.292 unità abitative negli insediamenti durante il suo primo anno, con un aumento del 26 per cento rispetto alla media annuale registrata sotto i precedenti governi di Netanyahu.
Gli insediamenti sono essi stessi una forza trainante dell’occupazione. Richiedono terra, e quindi la confisca di terra; richiedono protezione, e quindi una presenza militare rafforzata; richiedono acqua, strade e infrastrutture, e quindi l’appropriazione delle risorse palestinesi. Nel loro insieme, questi elementi aggravano la spoliazione e generano ulteriore violenza da parte di Israele.
Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese, alla fine del 2025 la Cisgiordania contava 645 siti di insediamenti israeliani, avamposti e altre installazioni di occupazione, tra cui 350 avamposti di insediamento.
La Commissione Palestinese per la Colonizzazione e la Resistenza al Muro ha riferito che, tra ottobre 2023 e agosto 2026, le autorità israeliane hanno preso di mira circa 2.934 ettari di terra palestinese attraverso dichiarazioni che li definivano «terra di stato» — una delle più grandi ondate di tale appropriazione di terra dai tempi di Oslo.
A settembre 2026, la Commissione aveva inoltre documentato l’avanzamento o la valutazione di piani per oltre 18.000 ulteriori unità abitative negli insediamenti in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata.
A questa espansione si affianca la violenza che si sta scatenando in tutta la Cisgiordania.
Entro la fine del 2023, la Cisgiordania aveva vissuto l’anno più sanguinoso per i palestinesi da quando l’ONU ha iniziato nel 2005 a registrare sistematicamente le vittime.
La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha documentato 23.827 attacchi da parte delle forze israeliane e dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà solo nel corso del 2025. Nei primi sette mesi del 2026, gli attacchi dei coloni sono aumentati del 63 per cento rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente.
Tipicamente, questa violenza, perpetrata dall’esercito di occupazione israeliano e dai coloni armati illegali, si inserisce nel contesto del genocidio in corso a Gaza. Ma la violenza in Cisgiordania serve anche a un altro scopo oltre alla punizione collettiva: la confisca dei frutteti palestinesi, l’annessione di terre, l’espansione degli insediamenti e lo schiacciamento della resistenza palestinese, compresa l’opposizione non violenta a questa impresa coloniale.
Qualsiasi candidato israeliano alle elezioni del 27 ottobre che sosteneva l’espansione degli insediamenti lo ha fatto con piena consapevolezza delle sue conseguenze: ulteriore espropriazione, occupazione militare, annessione e violenza.
La differenza tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, da un lato, e i politici presentati come meno estremisti, dall’altro, è spesso una questione di linguaggio, strategia e tempistica.
L’ex capo delle forze armate israeliane e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, ad esempio, sostiene apertamente l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania occupata, nonostante la sua reputazione di alternativa più «moderata» a Netanyahu.
E che dire, allora, di Gaza?
Chi, tra le principali figure politiche israeliane, promette di porre fine al genocidio, revocare l’assedio, garantire aiuti umanitari senza restrizioni, frenare l’esercito o indagare sulle violazioni del diritto internazionale? Nessuno.
I media israeliani hanno trascorso gli ultimi tre anni a riferire sui gravi disaccordi tra il governo, l’establishment militare, le agenzie di intelligence e l’opposizione politica su ciò che dovrebbe accadere a Gaza.
Eppure, Eisenkot si è impegnato a porre fine al dominio di Hamas a Gaza entro 18 mesi dal suo eventuale insediamento, sia attraverso il piano di Trump sia proseguendo la guerra.
Da parte sua, il leader dell’opposizione ed ex primo ministro Yair Lapid ha proposto di porre Gaza sotto l’amministrazione egiziana per 15 anni, trasferendo di fatto la responsabilità delle azioni di Israele agli stati arabi.
L’ex primo ministro Naftali Bennett, nel frattempo, sostiene il mantenimento del controllo militare israeliano fino al disarmo dei gruppi palestinesi.
Il disaccordo, quindi, verte spesso su come Israele debba raggiungere i propri obiettivi, piuttosto che sull’opportunità di modificarli.
Altri importanti disaccordi riguardano principalmente la società israeliana: la coscrizione degli ebrei ultraortodossi, la riforma giudiziaria, l’attribuzione delle responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre.
Ma queste controversie non vanno confuse con le questioni che stanno più a cuore ai palestinesi.
Se Netanyahu riuscirà a formare un’altra coalizione di destra, le politiche di occupazione, espansione degli insediamenti e scontro militare proseguiranno, potenzialmente con rinnovato slancio.
Se Israele darà vita a una coalizione più ampia, i suoi membri potrebbero raggiungere compromessi sulla riforma giudiziaria, la coscrizione e altre controversie interne. È tuttavia improbabile che l’occupazione diventi il punto centrale di discussione.
Ancora più preoccupante è il fatto che persino un governo orientato verso il centro-sinistra potrebbe riuscire a presentare Israele alla comunità internazionale come un paese pronto a superare l’immagine che si è guadagnato durante tre anni di genocidio, senza modificare radicalmente la propria condotta sul campo.
La comunità internazionale deve quindi rimanere vigile. Non può permettere che un futuro governo israeliano si presenti come un artefice di pace, o venda l’illusione di un Israele appena riformato, mentre continua a investire negli insediamenti, nell’occupazione, nella guerra e nel genocidio.
Il dott. Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di otto libri. Il suo ultimo libro, «Before the Flood», è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano «Our Vision for Liberation», «My Father was a Freedom Fighter» e «The Last Earth». Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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