
Cosa si dicevano i poliziotti mentre Fakir moriva
Popoff Quotidiano - Wednesday, October 28, 2026Nelle carte della Procura la sbobinatura della webcam di uno degli agenti: «E’ schiattato ah…», «’cazzo me ne frega a me…», «Se schiatta ci divertiamo»
«E’ schiattato ah…», «’cazzo me ne frega a me…». Pochi istanti prima di questo dialogo fra poliziotti, Fakir urlava «Aiuto!» mentre i due agenti lo tenevano a terra. Fakir che aveva 42 anni. Si tratta delle parole registrate dalla bodycam di uno dei due poliziotti intervenuti il 19 luglio a Bologna su Abderrahim Fakir. Parole che, «restituiscono un quadro agghiacciante del comportamento di chi, in quel momento, indossava una divisa dello Stato», dice l’avvocato Fabio Anselmo, difensore dei familiari del 42enne marocchino (il suo è un nome noto come legale di parte civile in altri casi di malapolizia, da Aldrovandi a Cucchi). «Un uomo era a terra, in condizioni gravissime. Attorno a lui, mentre qualcuno chiedeva se stesse ancora respirando, si pronunciavano quelle frasi. Fatico a trovare le parole per descrivere ciò che provo leggendo queste trascrizioni. C’è qualcosa di profondamente disumano nell’atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi. La divisa rappresenta lo Stato, la sua autorità e il dovere di tutelare la vita e la dignità delle persone, anche quando vengono fermate o arrestate – continua Anselmo – allora mi chiedo se sia questo lo Stato italiano che vogliamo. Vorrei sapere che cosa ne pensa il ministro dell’Interno Piantedosi. Vorrei conoscere il pensiero della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Perché davanti a parole come queste credo che le istituzioni abbiano il dovere di prendere posizione. La giustizia farà il suo corso nell’accertamento delle responsabilità per la morte di Abderrahim Fakir. Ma il peso di queste parole resta».
Era il 19 luglio, a Bologna. La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto la segnalazione che l’uomo stava dando in escandescenze e prendendo a calci la saracinesca di un garage. I due agenti lo hanno immobilizzato tenendolo a terra a pancia in giù per diversi minuti e mettendosi a cavalcioni rispettivamente sulla sua schiena e sulle sue gambe, mentre un civile gli teneva i piedi. L’operazione è stata ripresa in un video da un residente: nel filmato si vede Fakir immobilizzato che grida e chiede aiuto per oltre due minuti, per poi rimanere immobile senza dare più segni di vita, fino alla constatazione del decesso avvenuta poco dopo. Attorno erano presenti operatori del 118 e volontari della Croce Rossa che non sono intervenuti. Un omicidio di stato, di razzismo di stato e malapolizia, ovvero l’attitudine all’abuso che quotidianamente ispira l’operato di cittadini in divisa durante operazioni come questa. Il catalogo è sempre più lungo e in queste settimane di movimentazione giovanile e studentesca è sempre più dilagante.

Il dialogo fra questi due esempi di servitori dello Stato è spuntato dalle carte della relazione finale sull’autopsia firmata dai consulenti tecnici incaricati dalla Procura di Bologna. Fakir, dicono gli esperti, sarebbe morto per una “insufficienza respiratoria acuta”. Con il suo corpo già debilitato “da intossicazione acuta da cocaina e con severa cardiopatia”. A determinare la morte “su base ipossica”, spiegano ancora i consulenti dei pm, hanno contribuito “l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia nonché la posizione prona”.
I poliziotti hanno dichiarato: «Durante le manovre di messa in sicurezza dell’uomo, il torace rimaneva sempre libero, non subendo compressioni tali da rendere difficoltosa la sua funzione respiratoria». «Ma poi ci sono le immagini in cui Fakir è ancora vivo. È a terra, già immobilizzato. Un poliziotto gli preme un ginocchio sulla schiena, caricandovi il peso del proprio corpo. Come si conciliano queste immagini con quanto dichiarato dagli agenti?», ribatte Fabio Anselmo.
Torniamo ai servitori dello Stato: «Se schiatta ci divertiamo», dice ancora uno dei poliziotti parlando con i soccorritori, mentre Fakir è immobilizzato con le mani legate dietro la schiena e la chiave delle manette si spezza, rendendo ulteriormente complicate le manovre. Nelle quasi 300 pagine di relazione, oltre al ruolo dei poliziotti, iscritti nel registro delle annotazioni preliminari, il cosiddetto “scudo penale”, ad emergere con chiarezza è anche quello dei quattro soccorritori volontari della Croce Rossa, iscritti sempre al 45-bis. “In definitiva sono ravvisabili delle criticità per quanto attiene la condotta del personale soccorritore e del personale sanitario successivamente intervenuto – si legge nella relazione – poiché non risultate aderenti ai protocolli dell’emergenza sanitaria, né sotto il profilo della tempestività, né sotto quello dell’efficacia delle manovre stesse”. Tuttavia, sottolinea il pool di esperti, anche a fronte di un intervento “tempestivo e correttamente eseguito le probabilità di sopravvivenza dell’Abderrahim sarebbero state attorno al 15%”.
A colpire è anche il fatto che per quanto attiene la condotta della Centrale Operativa del 118, il triage telefonico iniziale non “approfondiva un quadro che, secondo il manuale della stessa centrale, richiedeva domande mirate o l’assegnazione del codice rosso base”. Inoltre, si sottolinea ancora, “il protocollo in vigore nella Regione Emilia-Romagna non prevede l’invio di un’automedica al posto del mezzo Blsd (Basic Life Support and Defibrillation)”.
Fakir aveva diversi traumi e lesioni, un quadro prodotto in parte prima dell’intervento della polizia (per esempio una frattura al piede e la riapertura della ferita al polso) e in parte durante le manovre di contenimento da parte dei poliziotti (capo, collo, spalle). “Una quota marginale – ricostruiscono i consulenti tecnici – è legata alle manovre rianimatorie. Nessuna di queste lesioni ha avuto un ruolo causale diretto nel decesso”, aggiungono nelle conclusioni. E ancora, nelle carte si sottolinea che la permanenza “in posizione prona con gli arti superiori immobilizzati posteriormente può ragionevolmente essere considerata un ulteriore fattore concorrente” ma “di entità verosimilmente minore (anche tenuto conto del fatto che il soggetto assume questa posizione per circa 6 minuti e 27 secondi) e non autonomamente letale”. Per l’avvocato Gabriele Bordoni, legale degli agenti (lo fu anche dei quattro poliziotti che uccisero Federico Aldrovandi nel 2005), “gli esiti delle valutazioni espresse dai consulenti della Procura vanno esattamente nella direzione che ho sempre sostenuto – dice – cioè di una morte di una persona che non stava bene di salute e che era gravemente intossicata dallo stupefacente. Per quanto riguarda il contenimento e la posizione prona sono evidenti, ma non c’è stata violenza né schiacciamento. Un contributo causale marginale rispetto al resto”. L’avvocato Fabio Anselmo sostiene invece che i “consulenti del pm non sono riusciti ad escludere il ruolo concausale della posizione prona imposta al povero Fakir sulla sua morte. Tuttavia il nostro consulente, professor Vittorio Fineschi, dopo aver preso atto della forte discrasia tra quanto da loro argomentato nella riunione conclusiva tenutasi a Padova e quanto viceversa scritto in consulenza, redigerà una propria relazione” che sarà consegnata in Procura.
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