
La vittoria di Lula in Brasile. Una rimonta in quattro movimenti
Napoli MONiTOR - Wednesday, October 28, 2026
(disegno di luis c. marighella)Domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni in Brasile ha sancito la vittoria di Lula contro il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro. Con una differenza di circa 4,4 milioni di voti rispetto all’avversario, Lula diventa presidente del Brasile per la quarta volta, a ottantun anni. Nessun presidente democraticamente eletto ha mai collezionato quattro mandati nella storia del Brasile. Sebbene questo sia già di per sé un record, lo è maggiormente se si considera che mai nella storia del paese un candidato arrivato secondo al primo turno della tornata elettorale è riuscito a ribaltare il risultato e vincere al secondo turno. Abbiamo chiesto a Giuseppe Cocco, professore dell’Università Federale di Rio de Janeiro e animatore della rete Universidade Nômade, cosa ha determinato un risultato così straordinario. Intanto, a conferma del pericolo scampato per la democrazia brasiliana, mentre postiamo, apprendiamo che Flavio Bolsonaro, sul quale pendono diverse inchieste per corruzione, riciclaggio di denaro, appropriazione indebita e legami con la criminalità organizzata, ha attraversato il confine con l’Argentina e da lì con un aereo è scappato negli Stati Uniti.
Si può dare una prima risposta alla vittoria di Lula, generale ed emotiva: la sensazione è di grande sollievo davanti a un vero e proprio incubo. Una sensazione ancora più forte del 2022, quando venne sconfitto il padre di Flavio Bolsonaro. Questa volta sarebbe stato molto, ma molto peggio. La prima spiegazione di quel che è successo è che siamo passati da un voto nel primo turno orientato al cambiamento a un voto di sbarramento. La gestione burocratica e sostanzialmente vuota della campagna di Lula nel primo turno (guidata dalla convinzione di avere la vittoria in tasca davanti a un candidato senza carisma e neppure esperienza), insieme con la grave crisi della Corte Suprema, aveva portato al quasi-disastro: non solo il figlio di Bolsonaro si è mostrato competitivo, ma è arrivato addirittura primo (contro ogni previsione). Allo stesso tempo, la differenza tra i due candidati restava molto piccola: Flavio superava Lula di appena 2,2 milioni di voti, in un paese di circa 160 milioni di aventi diritto al voto.
Cos’è successo dunque tra il primo il secondo turno? Tre movimenti, che possiamo riassumere schematicamente così: la mobilitazione della piazza; l’occupazione della sfera digitale; il lancio di un’agenda attiva di governo (con appoggio del Parlamento e del Senato). A questi tre movimenti, se ne può aggiungere un quarto, importantissimo: con l’avvicinarsi del ballottaggio, un numero crescente di figure politiche e pubbliche indipendenti, anche di destra, hanno moltiplicato le dichiarazioni di voto per Lula, contro la minaccia alla democrazia. Insomma, il santo che ha compiuto il miracolo della rimonta di Lula è una moltitudine trasversale: in parte spontanea, in parte istituzionale.
IL PRIMO MOVIMENTO
Anche se c’erano tanti segni premonitori, il risultato elettorale del 5 ottobre (il primo turno) è stato per gli elettori di Lula e per quelli che erano mobilitati contro il ritorno del fascismo, più che una doccia fredda, un pugno nella bocca dello stomaco. La compagine di estrema destra si rafforzava minacciosa al Senato e al Parlamento, con Flavio Bolsonaro al primo posto. Ma già nella notte del 5 alcune migliaia di studenti dell’Università Federale Fluminense, manifestavano spontaneamente a Niterói (città limitrofa a Rio de Janeiro). La manifestazione, forte e determinata, passava nelle reti sociali, diventava virale e dava il via ad altre manifestazioni sorte spontaneamente un po’ dappertutto. Da quel momento non ci saranno più comizi di Lula dove recarsi, ma sarà Lula ad andare nelle manifestazioni che non smetteranno di amplificarsi fino al sabato della vigilia elettorale. La difesa della democrazia non è più uno slogan astratto: ma un terreno di mobilitazione che tutti i giorni aggrega giovani, donne e un po’ tutti.
IL SECONDO MOVIMENTO
La mazzata del primo turno ha avuto l’effetto di scuotere le posizioni consolidate e Lula ha avuto il coraggio di affidare la battaglia delle reti a una figura relativamente nuova nel “serraglio” lulista. Se compariamo la foto del discorso dopo la sconfitta nel primo turno con la foto della vittoria, i presenti sono completamente diversi. Nella prima, la vecchia guardia della nomenclatura del Partito dei lavoratori. Nella seconda, numerosi giovani, molte donne e Janones. Il deputato federale André Janones ha cominciato a organizzare le reti digitali dandogli un nome, una strategia generale (spiegata dettagliatamente da lui stesso in numerose dirette) e degli obiettivi specifici. In uno dei suoi primi discorsi online, con tono veemente, il nuovo responsabile per la campagna digitale di Lula ha fatto due affermazioni: la prima, che Lula avrebbe certamente vinto se, ed ecco la seconda, si fossero seguite le sue “direttive”. Ha invitato quindi con veemenza gli intellettuali, i ricercatori, i professori a lavorare per la rielezione di Lula seguendo le linee definite da una entità che ha chiamato Exército do Lula: un canale di WhatsApp che ha rapidamente messo insieme dieci milioni di soldados. Articolato con Instagram e Youtube, l’esercito comandato dal “generale” Janones in nome del “maresciallo” Lula è riuscito, prima, a spiazzare l’egemonia bolsonarista nelle reti e, poi, a rispondere a una gigantesca domanda di mobilitazione che poteva così diventare capillare e circolare dalle grandi metropoli (quasi tutte luliste) all’immensità continentale del paese. Le manifestazioni di strada riverberano nelle reti e viceversa, in tempo reale, senza mai fermarsi. Storcendo il naso e nonostante le molte critiche, tutti hanno progressivamente aderito e nel giro di una decina di giorni, l’esercito di Lula è diventato una realtà incredibile, al punto che il presidente – bolsonarista – del Tribunale Elettorale ha tentato più volte di metterlo offline.
IL TERZO MOVIMENTO
La campagna elettorale di Lula era burocratica e sostanzialmente vuota. La grande idea era la sua biografia. Dal momento che i sondaggi hanno cominciato a mostrare la crescita di Bolsonaro (amplificata dalla crisi istituzionale della Corte Suprema), il governo ha cominciato a mettere in piedi una serie di misure: aumento del Bolsa Familia (un assegno per i più poveri), incremento dei programmi di negoziazione dei debiti delle famiglie, la proibizione delle case di scommesse, linee di credito per i microimprenditori. Dopo la sconfitta nel primo turno, c’è stata un’accelerazione: con l’appoggio dei centristi presidente del Senato e della Camera, Lula ha fatto votare la riduzione della settimana di lavoro (da sei a cinque giorni) e annunciato una misura per garantire la gratuità dei trasporti nel fine settimana. Oltre a questo, ha messo in opera un altro piano di appoggio alle famiglie indebitate, microcredito per le microimprese e, dulcis in fundo, anticipato di una settimana – cioè prima del secondo turno – il pagamento (incrementato del diciassette per cento) del Bolsa Familia. Quel che prima era vuoto, si è riempito di contenuti: politica attiva di gestione del credito, distribuzione del reddito, giornata di lavoro, accesso ai servizi, ecc.
IL QUARTO MOVIMENTO
Nel clima generale di mobilitazione nelle piazze e nelle reti, si moltiplicano le prese di posizione degli indipendenti non lulisti. Giornalisti, figure dello spettacolo, uomini politici di destra ma democratici chiamano a votare contro Bolsonaro in video pubblicati nei social che immediatamente sono ripresi anche dalla campagna ufficiale del PT. Mentre nel primo turno, la domanda di cambiamento era finita nelle tasche di Bolsonaro, il segno del secondo turno si inverte: Bolsonaro torna a essere il simbolo di un passato minaccioso che non vuole morire e Lula l’espressione della vitalità della democrazia. Quando si prendono i risultati nelle grandi metropoli, questo appare molto chiaramente: a Rio de Janeiro, feudo del bolsonarismo e del suo modo di governo mafioso, Lula vince con ampio margine in tutti i quartieri “ricchi” (tra il 56 e il 69%), mentre perde nelle zone più povere, controllate dalle milizie (dove il voto non è pienamente libero). Una vasta parte della popolazione ha realizzato che Bolsonaro, presidente con una forte presenza parlamentare, avrebbe significato una paradossale deriva “venezuelana” del Brasile.
L’estrema destra resta comunque forte, sia socialmente che nel Parlamento. La Corte Suprema è in crisi. La formazione del nuovo governo di Lula incontrerà non pochi ostacoli. Un rischio è che Lula torni a governare come ha fatto negli ultimi quattro anni, praticamente senza agenda positiva e, ancora peggio, che una parte della sinistra lulista si intesti il risultato di questa grande mobilitazione democratica come una vittoria esclusiva della “sinistra”.
La seconda sconfitta del clan Bolsonaro (il padre nel 2022 e il figlio domenica scorsa) può trasformarsi in un punto di inflessione: il ricatto fascista e mafioso sulla destra da parte del bolsonarismo potrebbe apparire finalmente come un problema e forse aprire qualche breccia all’emergere di nuove figure, stavolta interne al gioco democratico. (giuseppe cocco)