Il cortocircuito. Appunti di un’insegnante sulle rivolte dei giovani

Napoli MONiTOR - Thursday, October 22, 2026
(disegno di cyop&kaf)

«Non capiscono un cazzo e non hanno voglia di fare un cazzo!».

«Protestano per il caro benzina? Ma cosa c’azzecca con la scuola».

«Lo fanno solo per saltare le lezioni, non hanno un’idea».

«Non c’è ciccia, vogliono solo spaccare tutto».

«Bisogna aumentare la sicurezza, più polizia e provvedimenti lampo sui minori».

«Sono pagati per rovinare le manifestazioni».

«Non è la Francia».

Queste sono frasi che ho sentito a scuola, nei media e nei commenti. L’ultima settimana è stata una ventata di caos e novità nelle scuole – quelle scuole che solitamente sono estranee alle mobilitazioni – e nelle piazze. Quello che ai miei occhi è stata fonte di entusiasmo, curiosità e rinata vitalità, per la maggior parte degli adulti intorno a me è stato incomprensibile e inaccettabile, una disgrazia della contemporaneità.

Non sono le immagini degli scontri e di questi alveari di mobilitazione ad allarmarmi, ma è la lettura che di questi fenomeni ne facciamo. Se da una parte la società distopica in cui viviamo produce ancora delle forme di dissenso e radicalità a tratti ingovernabili, dall’altra è incapace di dare spessore a quello che succede. Ribaltando totalmente la prospettiva, incomprensibile è la diffusa incapacità di orientarsi nella complessità del reale. Si osserva la facciata senza vederne l’architettura e ci si arresta sul messaggio sgrammaticato o sulla grafica fatta con ChatGPT, si enfatizza l’ambiguità di alcune rivendicazioni o ci si aggrappa a una presunta povertà di contenuto di un’occupazione o assemblea d’istituto. Ecco il cortocircuito: chi critica mancanza di senso e contenuto nelle rivolte dei giovanissimi non è in grado di delineare per questo fenomeno delle relazioni di causa ed effetto, né sa riconoscere che riproduciamo le stesse fallacie logiche che attribuiamo agli altri.

LINGUAGGIO
Lavorando a scuola ho visto che dal caos totale – non degli ultimi giorni, ma dell’ultimo decennio – possono iniziare a svilupparsi forme di organizzazione e rivendicazione snelle e ancora difficilmente comprensibili. Poche azioni da fare: mettersi in ascolto, supportare e colmare quelle lacune critiche che il sistema, nel quale la scuola come istituzione è compresa, ha reso gigantesche. Bisogna quindi interpretare linguaggi nuovi che solo in apparenza non sono linguaggi. Essi sono il risultato del continuo smantellamento di ogni forma di sapere, creatività, lentezza, contemplazione attraverso l’oligarchia tecnologica che continua a bussare alle nostre porte con genocidi, disastri climatici e repressioni. Questo linguaggio nuovo nasce da suoni e gesti non codificati, inediti e talvolta troppo spiazzanti per poterli accogliere.

Come nasce un nuovo linguaggio, che è di per sé la più grande forma di soggettivazione dell’esistenza umana, in un mondo che continuamente lo riduce e lo semplifica? Per tentativi, sentimenti viscerali e sensazioni. La sensazione della possibilità di poter rompere l’ordinario, per esempio. Poco importa se lo stimolo arriva da reels che riportano, frammentariamente e sommariamente come fanno le grandi testate nazionali, le rivolte in Francia, Spagna e Albania; quello che importa è cosa possono far germogliare. In un reale assopito e individualista, schermato da vite on line, riuscire ad assumere un comportamento che nessuno aveva ascoltato, condiviso o avvallato fino alla settimana prima non era facile, ma è bastata una scintilla a far saltare il banco.

Anche i miei studenti hanno deciso di mobilitarsi sulla scia delle proteste francesi e delle scuole intorno a loro. Fino al giorno prima, nelle nostre discussioni in classe molti consideravano qualsiasi forma di dissenso inutile: «da comunisti», «da ammazzare quelli che bloccano le strade». Alla fine della scorsa settimana, però, convocavano la prima assemblea d’istituto per parlare dei problemi della scuola. Pescando dagli immaginari e dalle categorie a loro note, ed è indubbio che siano più fragili rispetto alle generazioni precedenti, in una settimana si sono costruiti un mondo  che ha  rotto energicamente con il copione di una quotidianità pacifica.

Sono pratiche imitate ma condivise, forme di organizzazione prese dalla vita di tutti i giorni e trapiantate nella rivolta. Avere il coraggio oggi di occupare, oppure più semplicemente saltare collettivamente le lezioni perché c’è un malessere profondo: queste azioni rappresentano qualcosa di importante e bisogna preservarlo prima che venga spazzato via dalla repressione. Vedo un miracolo, un miracolo che avviene in mezzo a presidi sceriffi, docenti che cordonano istituti per evitarne l’occupazione, condanne ferme e richieste di provvedimenti liberticidi nei confronti di minorenni, genitori che dopo i fermi dichiarano: «Doveva prenderle, così imparava». Mi terrorizza notare come la deriva securitaria e autoritaria si è impadronita anche della scuola e della lingua. Addio al linguaggio allora, che bruci il nostro linguaggio.

APPRENDIMENTO
Gli studenti sono quotidianamente marginalizzati ed etichettati, anche nel luogo dove questo non dovrebbe accadere. Nella mia esperienza, in un centro di formazione professionale, gli studenti spesso arrivano con dei traumi inaccettabili ma giustificati dal sistema scolastico e valoriale del nostro paese: bocciature intransigenti in momenti complicati della vita, emarginazione causata da comportamenti giudicati irreversibili, stigmatizzazione delle difficoltà linguistiche e didattiche e mancanza di supporto, sostegno e fiducia nelle loro inclinazioni e passioni.

A tredici anni sono etichettati come irrecuperabili, definiti come problema da gestire nella scuola, tenuti in cattività. Se i docenti non si prendono responsabilità e non assumono posizioni radicali ma, al contrario, giudicano e reprimono la costruzione dell’identità di un adolescente, cosa si deve pretendere da questi giovanissimi fisiologicamente incazzati e anti-autoritari?

Non è un caso che sappiano posizionarsi su diverse questioni con posture molto forti e radicali, ma con argomentazioni deboli se non inesistenti; e non è altrettanto un caso il fatto che nel valutarsi non si rendano conto della mancanza. Mi viene in mente che quando in classe ci esercitiamo sul testo argomentativo è sempre complicato, salvo rarissime eccezioni, riuscire a far passare il concetto dell’argomentazione e dei suoi possibili orizzonti retorici e di contenuto. Non bastano esempi ed esercizi decisamente creativi: l’argomentazione è un meccanismo che non ingrana. Ovviamente non sono gli studenti a essere ignoranti o fagnani, semplicemente non hanno esempi a loro disposizione. Da cosa sono circondati? Dai discorsi politici delle classi dirigenti, dalle ramanzine e dalle chiacchiere tra adulti legittimate dalla narrazione dominante.

Oggi in classe abbiamo fatto un tema d’opinione sulla scorsa settimana, dovevano esprimersi sulle proteste studentesche, le pratiche e le reazioni. «Prof, non so cosa dire», «Ci fa fare delle robe noiosissime, senz’offesa», «Cazzo me ne frega», «Posso usare Gemini?». Alcuni intanto scrivevano animatamente. Correggendo insieme all’ultima ora ci siamo resi conto che fino a oggi non avevano mai azzeccato interamente la struttura e la completezza di un testo argomentativo. Qualcosa è cambiato grazie all’esperienza di una settimana.

Gli sviluppi degli ultimi giorni non mettono d’accordo gli studenti, eppure il dibattito è straordinariamente acceso e le motivazioni di base godono del più totale assenso. Le loro esistenze non sono lontane né sorde al carovita, all’inflazione, alle critiche rivolte a strutture scolastiche fatiscenti e inadeguate, alle diseguaglianze anacronistiche e agli svariati livelli di oppressione e razzializzazione. Nel deserto autoritario della classe e del mondo esterno, loro si costruiscono da sé gli strumenti. Intanto il mondo del sapere e della cultura si sta arrovellando sulla vetrina di Feltrinelli.

VIOLENZA
Qualche anno fa ho avuto una discussione molto spiacevole con un mio studente che per ridere mi faceva vedere un video atroce di un carro armato che schiacciava cadaveri. Non capiva quale fosse il problema, d’altronde come avrebbe potuto? È essenziale superare le derive banali e tediose di classismo che in questi giorni si sprecano. Certo, la malizia del potere gode d’una generale debolezza critica perché tutto questo circo sciatto nutre il consenso e l’agibilità delle classi dirigenti. Al contempo i nativi digitali accettano la tecnologia e le varie forme di controllo che questa esercita sulle loro vite: esiste da sempre e si è radicata nelle viscere. Per questo l’azione non è ricondotta automaticamente alle conseguenze e la violenza è il linguaggio che li martella incessantemente.

EMERGENZA
Dicevano che sarebbe andato tutto bene: con semplici precauzioni avremmo superato anche la piaga della pandemia. Il discorso medico si è impossessato della nostra capacità critica, la legge marziale delle nostre esistenze. Lo stato di emergenza ha creato degli enormi margini per istituire, e non smantellare, forme di repressione e controllo totali. L’emergenza è stata poi la guerra o il fittizio mantenimento della pace. Ora l’emergenza è ritornata e non possiamo più commettere lo stesso errore.

Mentre i proclami diventano dittatoriali e attuativi, la mia ossessione è quella della consapevolezza nelle piazze. Per prima cosa vorrei si smettesse di disumanizzare gli adolescenti incastrandoli in categorie degne di sceneggiatori scafati. La proiezione del maranza assume ogni giorno di più i tratti grotteschi da villain dei cartoni animati. C’è qualcosa di buono dalla perdita di senso: si possono spazzare via parole ridicole e soffermarsi su quello che serve per tutelare l’esistenza e la libertà di questa generazione che continua a destabilizzarci.

L’ingenuità che è insita nella generosità di stare nei momenti di rottura deve essere resa saggezza, bisogna condividere sapere ed esperienze per non permettere che la violenza più forte di tutte, quella dello stato, abbia la meglio. Esagero con il maternage nel proporre il bollettino degli aggiornamenti dei vari decreti sicurezza a fine lezione e mi auguro che la settimana prossima altri studenti non siano arrestati o attaccati dalle forze dell’ordine.

PROSPETTIVE DEL CAOS
Quando facciamo storia, per gli studenti è ostico avere contezza della temporalità: non esiste una chiara linea del passato storico e manca la coscienza di come alcune condizioni attuali siano il processo di movimenti più lunghi e radicati. Quello che esiste adesso non si dà che nell’oggi, nella brevità. Diventare protagonisti, percepire di essere soggetti attivi è il miglior metodo di apprendimento.

Decido di andare alla manifestazione percependo a scuola un interesse inedito. La piazza di sabato, a Torino, è rumorosa più del solito, ribolle di persone e idee molto diverse tra loro. Cerca di dominarla, con scarsi risultati, una decina di militanti di Futuro nazionale sotto mentite spoglie, lanciando dal megafono messaggi generici contro il governo e inveendo contro gli incappucciati. Gli “incappucciati”, che coperti non sono, stanno ai limiti del presidio e si riappropriano gioiosamente del monumento al duca di Aosta. I cori di una parte della piazza che esortano a togliere questi fantomatici cappucci cadono nel vuoto. Quello che un occhio meno pigro vede è qualcosa di diverso: tantissime studentesse e studenti delle scuole che solitamente non erano comprese nelle mobilitazioni, come quella del giorno prima durante il corteo studentesco. E accanto a loro ci sono altri che invece erano già attivi negli ultimi anni nei movimenti Propal. Si aggiunge qualche cittadino richiamato dal tam tam social e i militanti. È una piazza strana e antigovernativa che invoca l’idea di avere diritto a una vita dignitosa, alcuni in maniera strategica in vista delle elezioni. Il tentativo di controllo da parte della cripto-destra è fallimentare, basta una via per azzerare la loro presenza. Il corteo è grande e giovanissimo, le parole d’ordine sono chiare: basta carovita, scuola di qualità, antifascismo. Sento in me l’euforia di qualcosa di nuovo, vivo e poco incasellabile. (ilaria magariello)