
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 10 OTTOBRE
Radio Onda d`Urto - Sunday, October 11, 2026Con Filippo di Cambiare Rotta parliamo delle prossime mobilitazioni studentesche – le prime già il 15 ottobre con le prime “acampade” e subito dopo il 30 ottobre, con lo sciopero generale “trascinato” dai portuali di Genova contro l’economia di guerra – durante ciò che si prospetta come uno degli autunni più caldi degli ultimi anni. Venerdì 20 novembre poi sarà la volta anche di una sorta di “internazionale studentesca” con manifestazioni e cortei in varie città d’Europa. Risulta chiaro anche agli studenti, anche a quelli più giovani che in varie città d’Italia si stanno mobilitando occupando i licei stimolati ed incoraggiati anche dall’esempio francese che la crisi che stiamo conoscendo sia di tipo strutturale: finanziarizzazione dell’economia, gentrificazione e turistificazione dei centri urbani, drenaggio di risorse lungo la catena di creazione del valore nei rapporti di lavoro a solo vantaggio del profitto del capitale sono solo alcuni degli aspetti alla base dell’attuale economia di guerra.
Un cartello tra le mani di una studentessa francese sentenziava: “Chi semina povertà raccoglie collera!”. “Che l’Italia sia in guerra ormai è chiaro a tutti, anche al Governo – ha ricordato Filippo – tanto che anche l’Avvocatura dello Stato, nella recente vicenda del carico di materiale bellico fermo a Ravenna, ha sostenuto che l’Italia è coinvolta in una «guerra mondiale a pezzi e ibrida» e che il porto di Ravenna avrebbe una rilevanza strategica militare, da qui il rifiuto a rendere noto il contenuto di alcuni container. Noi invece rivendichiamo il fatto che le guerre non le vogliamo e non intendiamo pagarne già oggi le conseguenze in termini di tagli alla sanità pubblica e all’istruzione”.
La questione assume un carattere anche internazionale vista l’interdipendenza strettissima sul piano commerciale strategico di questo modello che oggi è arrivato al punto che da più parti, in tutto il mondo, si vedono paesi intenti ad affilare i propri coltelli uno contro l’altro armato. D’altro canto si assiste al paradosso che da un lato il sistema fiscale drena risorse a più non posso tra le classi lavoratrici e i pensionati salvaguardando invece le rendite finanziarie e immobiliari portando l’avanzo primario delle casse statali in territori più che positivi, dall’altro la presenza di una montagna di debito pubblico che non può contare su una prospettiva di PIL in crescita (anzi tutt’altro!) dal quale estrarre risorse per pagarlo, costringe lo Stato, come sta avvenendo negli Stati Uniti, ad offrire tassi di interesse sempre più alti per i propri titoli di Stato, innescando una spirale sempre più pericolosa.
In questo quadro di economia asfittica, l’industria bellica e il sistema finanziario e dei fondi di investimento che su questa investono, sono gli unici ambiti dove gli investitori hanno garanzie certe di profitti crescenti: chi paga le conseguenze di tutto questo? Sulla neonata pagina Instagram di Cambiare Rotta Internazionale si legge: “Le classi dirigenti occidentali stanno schiacciando l’acceleratore verso la condanna della nostra generazione e del mondo intero ad un presente e un futuro segnato da guerra, precarietà materiale ed esistenziale, infarto ecologico. In un contesto di crisi sistemica dell’assetto economico, politico e sociale dominante, l’egemonia occidentale si sta sgretolando di fronte all’emergere di un mondo multipolare: la fuga delle truppe statunitensi dall’Afghanistan e lo scontro sul terreno ucraino parlano chiaro.Dalla pandemia di COVID-19, fino al genocidio in Palestina e alle numerose guerre che l’Occidente finanzia, sostiene e alimenta in tutto il mondo, l’unica exit strategy per le stesse classi dirigenti è nell’intensificazione della competizione sul piano internazionale, sia in maniera sempre più diretta attraverso l’escalation militare, sia con forme ibride e inedite: guerra economica, conflitti monetari, guerre commerciali. Le conseguenze della crisi strutturale del modo di produzione capitalista sono infatti sempre più tangibili anche sulle nostre vite quotidiane: con l’aumento della spesa militare in tutti i paesi membri dell’Unione Europea e i conseguenti tagli alla spesa sociale, stanno venendo meno tutti gli strumenti di welfare ottenuti dal movimento di classe nel ’900 che inizialmente avevano garantito un’emancipazione e che poi hanno assicurato una tenuta social”.
Trasmissione a cura di Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza. Ascolta o scarica.
