La doppia morale di Washington: 73 vittime cubane, la CIA e mezzo secolo di impunità

Popoff Quotidiano - Sunday, October 11, 2026

Documenti segreti, verità scomode: gettano ombre nere sulla CIA le carte desecretate del Vuelo 455 de Cubana dai National Security Archives

Dalla collaborazione della CIA con Luis Posada Carriles ai ripetuti interventi a protezione degli esuli anticastristi coinvolti in attività terroristiche: i documenti declassificati ricostruiscono una storia che mette a dura prova la pretesa di Washington di presentarsi come paladina della lotta al terrorismo internazionale.

La Higuera, Bolivia, ottobre 1967. Ernesto Che Guevara viene ucciso dall’esercito boliviano per mano del sergente Mario Terán. Il suo corpo, esibito come un macabro trofeo e adagiato su un lavatoio, diventa uno strumento di propaganda. Gli agenti della CIA che affiancano l’esercito boliviano gli amputano le mani e le inviano a Washington: una prova destinata a confermarne l’identità, metodi che difficilmente avrebbero trovato posto nella retorica ufficiale della democrazia e dei diritti umani. È una scena che racchiude la brutalità degli Stati Uniti contro i nemici politici.

Barbados, 6 ottobre 1976. Una bomba al plastico, nascosta in un tubetto di dentifricio Colgate, distrugge un aereo civile cubano, il volo 455 della Cubana de Aviación al largo delle coste delle Barbados. L’attentato terroristico provocò la morte di tutte le persone a bordo – erano 73 – compresa l’intera squadra cubana di scherma, che rientrava da una competizione panamericana con le medaglie d’oro appena conquistate.

Non si tratta soltanto di una strage. È una vicenda che costringe a interrogarsi sulle responsabilità di una potenza che ha fatto della lotta al terrorismo uno dei pilastri della propria legittimazione internazionale, mentre alcuni dei suoi apparati di intelligence erano e sono i protagonisti del terrorismo e della violenza contro Cuba.

I rapporti di intelligence della CIA e dell’FBI identificarono ben presto gli ideatori dell’attentato in Luis Posada Carriles, agente e informatore di lunga data della CIA, e Orlando Bosch, considerato uno dei principali ispiratori della violenza terroristica contro Cuba. Dopo che l’aereo precipitò nell’oceano, secondo una fonte riservata dell’FBI, un collaboratore di Posada, Hernán Ricardo Lozano, che aveva collocato la bomba sull’aereo telefonò a Bosch comunicandogli questo agghiacciante messaggio: «Un autobus con 73 cani è precipitato da una scogliera e sono morti tutti».

Questo il linguaggio con cui si cancellava l’umanità delle vittime, trasformando in cani 73 esseri umani, in un messaggio cifrato tra uomini che avevano scelto la violenza come strumento politico. La disumanizzazione delle vittime non è un dettaglio marginale.

Il 26 ottobre 1976 il vice commissario di polizia di Trinidad e Tobago, Dennis Ramdwar, che coordinò le indagini sull’incidente del volo 455 della Cubana de Aviación, nella sua dichiarazione scritta riferì che Freddy Lugo, il quale inizialmente aveva negato di essere a conoscenza dell’accaduto, otto giorni dopo, dichiarò invece a Ramdwar di essere convinto che fosse stato Hernán Ricardo Lozano a collocare la bomba a bordo dell’aereo. Affermò inoltre che Ricardo gli aveva detto per due volte di avere intenzione di far esplodere un aereo cubano mentre i due si stavano recando all’aeroporto, prima dell’attentato. Nel corso di un interrogatorio separato, Lozano descrisse a Ramdwar le modalità di fabbricazione dell’ordigno: «Una determinata sostanza chimica viene inserita in un tubetto di dentifricio Colgate, dopo averne estratto il dentifricio».

Le prime prove e gli avvertimenti ignorati: Posada, Bosch e le informazioni dell’intelligence

7 ottobre 1976. Il giorno successivo all’attentato contro il volo Cubana 455, fonti presenti a Caracas stavano già trasmettendo informazioni secondo cui Luis Posada Carriles e Orlando Bosch erano gli ideatori dell’attacco e si preparavano a lasciare il Venezuela.

«La fonte confidenziale ha inoltre riferito», scriveva l’FBI, che «[riferimento oscurato al DISIP, il servizio di intelligence venezuelano] stava organizzando la partenza di Luis Posada e Orlando Bosch Ávila dal Venezuela nel più breve tempo possibile». La fonte, aggiungeva il rapporto, aveva di fatto ammesso che Posada e Bosch avevano organizzato l’attentato.

14 ottobre 1976. Un’altra fonte in Venezuela fornì alla CIA informazioni dettagliate su una raccolta fondi organizzata a favore di Orlando Bosch e della sua organizzazione, CORU, dopo il suo arrivo a Caracas nel settembre 1976. La fonte descrisse una cena tenutasi nella casa di Hildo Folgar, un medico cubano in esilio, alla quale avevano partecipato anche funzionari del governo venezuelano.

Secondo il rapporto, Bosch avrebbe preteso una tangente in cambio della promessa di astenersi da atti di violenza durante la riunione delle Nazioni Unite prevista per novembre, alla quale avrebbe partecipato anche il presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez. La fonte riferì inoltre che Bosch aveva rivendicato con soddisfazione il «grande lavoro» compiuto dal suo gruppo nell’assassinio dell’ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, ucciso a Washington il 21 settembre 1976, e aveva annunciato l’intenzione di «fare qualcos’altro».

Pochi giorni dopo, secondo il rapporto d’intelligence, Luis Posada Carriles fu udito pronunciare due frasi inequivocabili: «Colpiremo un aereo cubano» e «Orlando ha i dettagli».

Questi documenti dimostrano che le informazioni sui sospettati, sui loro contatti e sui loro progetti circolavano già prima e subito dopo l’attentato, e che la CIA e il governo statunitense ne conoscessero in anticipo tutti i dettagli. Mentre Washington rivendicava – allora come ora – la propria autorità nella lotta al terrorismo, uomini legati da rapporti pregressi con gli apparati statunitensi organizzavano un attentato contro civili. La distanza tra la retorica ufficiale e le responsabilità che emergono dai documenti merita di essere indagata fino in fondo.

Henry Kissinger e i rapporti segreti: che cosa sapeva Washington?

Il nome di Henry Kissinger compare ripetutamente nella documentazione ufficiale relativa all’attentato al volo Cubana 455. Nell’ottobre 1976, mentre le indagini cercavano di ricostruire la rete di responsabilità dell’attentato, il segretario di Stato ricevette una serie di rapporti che mettevano in evidenza i legami tra gli indagati e gli apparati statunitensi.

Il 12 ottobre 1976, un memorandum del Dipartimento di Stato informò Kissinger dei sospetti crescenti nei Caraibi circa un possibile coinvolgimento della CIA e della presenza, tra gli effetti di due sospettati fermati a Trinidad, del nome e del numero telefonico dell’addetto legale statunitense a Caracas. Il documento mostrava che la questione non riguardava più soltanto l’identificazione degli esecutori: rischiava di compromettere la credibilità degli Stati Uniti nella regione.

Sei giorni dopo, il 18 ottobre, il Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato trasmise a Kissinger un rapporto sulle accuse cubane contro la CIA. Il documento riferiva che una fonte dell’intelligence aveva udito Luis Posada Carriles, alla fine di settembre, dichiarare: «Colpiremo un aereo di linea cubano». Secondo il rapporto, tuttavia, l’informazione sarebbe stata comunicata alla CIA soltanto dopo la distruzione dell’aereo. È un particolare decisivo: dimostra che negli ambienti dell’intelligence era circolata una segnalazione relativa a una possibile azione contro un velivolo cubano, ma non consente di concludere che i vertici statunitensi conoscessero in anticipo il piano concreto dell’attentato.

Il 20 ottobre arrivò sulla scrivania del segretario di Stato un rapporto firmato dal direttore dell’FBI, Clarence M. Kelley. Il documento riguardava Joseph S. Leo, agente dell’FBI e addetto legale a Caracas, il cui nome era stato trovato tra gli effetti di Hernán Ricardo Lozano, uno dei sospettati dell’attentato. Il rapporto segnalava almeno due contatti tra i due nelle settimane precedenti alla distruzione dell’aereo. Un successivo rapporto del 29 ottobre ricostruì ulteriori contatti tra Leo, Lozano e Posada risalenti all’estate del 1975 e riferì che l’agente aveva sospettato Posada e Lozano di attività terroristiche, pur avendo concesso a Lozano un visto per gli Stati Uniti.

Il 5 novembre, Kelley inviò a Kissinger un altro rapporto basato sulle informazioni di una fonte confidenziale. Secondo questa testimonianza, la pianificazione dell’attentato sarebbe avvenuta almeno in parte a Caracas, durante incontri ai quali avrebbero partecipato Posada, Frank Castro e Ricardo Morales Navarrete.

Il documento riferiva inoltre di precedenti tentativi falliti di colpire aerei cubani e riportava la già citata telefonata: «un autobus con 73 cani era precipitato da una scogliera e tutti erano morti».

Il 22 ottobre, nel frattempo, un memorandum interno del Dipartimento di Stato aveva già affrontato esplicitamente il problema dei rapporti pregressi tra il governo statunitense e alcune delle persone coinvolte. I funzionari riconoscevano che quelle associazioni avrebbero potuto generare «fraintendimenti e imbarazzo», pur sostenendo che gli Stati Uniti non avessero avuto conoscenza preventiva dell’attentato.

La CIA e Posada Carriles: una relazione che i documenti non consentono di ignorare

Washington, D.C., 8 ottobre 2026. Per commemorare le vittime dell’attentato al volo Cubana 455, a distanza di 50 anni, ieri il National Security Archive ha pubblicato dieci dei documenti di intelligence più significativi su questa atrocità e sui suoi responsabili. Dalla metà degli anni Novanta, il Cuba Documentation Project dell’Archive si dedica alla ricerca e alla diffusione di documenti declassificati relativi al caso.

«Questo famigerato atto di terrorismo aereo, il più grave nell’emisfero occidentale prima dell’11 settembre, non deve mai essere dimenticato», ha dichiarato Peter Kornbluh, direttore del progetto su Cuba. «I documenti declassificati ci ricordano che cosa è accaduto e chi ne è stato responsabile».

La documentazione pone una questione che Washington non può liquidare con formule rituali: quale credibilità può rivendicare nella lotta al terrorismo uno Stato i cui apparati hanno mantenuto rapporti con uomini successivamente accusati di essere coinvolti in attentati contro civili?

I rapporti tra Posada e la CIA non sono una supposizione. Un documento del 21 luglio 1966 mostra che l’Agenzia conosceva Posada già da anni e ne valutava positivamente l’operato. Grover T. Lythcott, il funzionario incaricato di gestirne i rapporti, scriveva che la sua «prestazione in tutti gli incarichi assegnatigli è stata eccellente». Raccomandava inoltre di consentirgli di collaborare con una giunta militante anticastrista, suggerendo di rimuoverlo formalmente dal libro paga della CIA per agevolarne l’ingresso nell’organizzazione.

La soluzione proposta era tanto semplice quanto politicamente significativa: interrompere il rapporto retributivo ufficiale per facilitare l’inserimento di un collaboratore in una struttura militante anticastrista. Lythcott sosteneva che Posada avrebbe svolto una funzione moderatrice, perché «pienamente consapevole delle implicazioni internazionali di attività contro Cuba pianificate in modo inadeguato o condotte con eccessivo entusiasmo».

Nel memorandum allegato, Posada, che utilizzava il nome «Pete», prometteva che, se fosse entrato nella giunta, i suoi membri «non faranno mai nulla che possa mettere in pericolo la sicurezza di questo Paese», citando come esempio il sabotaggio di navi russe. Si dichiarava inoltre disponibile a «fornire all’Agenzia tutte le informazioni di intelligence che riuscirò a raccogliere». Queste parole documentano un rapporto di collaborazione e una valutazione favorevole da parte di un funzionario della CIA.

Un riepilogo non classificato, preparato nel gennaio 2011 per il processo celebrato a El Paso, chiarisce ulteriormente la durata di questa relazione. La CIA aveva avuto i primi contatti con Posada in vista dell’invasione della Baia dei Porci del 1961. Posada era stato un agente retribuito dal 1965 al 1967 e nuovamente dal 1968 al 1974. Tra il 1974 e il 1976 aveva continuato a fornire spontaneamente informazioni sulle minacce e sulle operazioni violente condotte da lui e da altri esuli, compreso un primo tentativo di attentato contro un aereo cubano nel giugno 1976.

Secondo lo stesso documento, l’ultimo contatto tra Posada e la CIA risaliva al 1993, quando funzionari dell’Agenzia lo contattarono telefonicamente in Honduras, in forma anonima, per avvertirlo di una minaccia alla sua vita.

Il dato più importante è la continuità dei rapporti. Posada non era un personaggio sconosciuto agli apparati statunitensi, comparso improvvisamente sulla scena dopo la strage delle Barbados. La sua storia era intrecciata da decenni con le operazioni anticastriste e con l’intelligence americana.

I sospetti, i contatti e le informazioni che arrivarono dopo la strage

I documenti pubblicati dal National Security Archive mostrano anche quanto fossero articolati i rapporti tra i sospettati dell’attentato e i rappresentanti statunitensi presenti in Venezuela.

I contatti e i sospetti documentati provano che Leo fosse complice dell’attentato o che il governo statunitense avesse ordinato di agevolarlo; sollevano inoltre interrogativi seri sulla circolazione delle informazioni, sui criteri con cui venivano valutati gli esuli anticastristi e sulle priorità politiche che guidavano i rapporti con loro.

Un terzo rapporto dell’FBI riferiva inoltre che esuli cubani anticastristi, in collaborazione con la Dirección de Inteligencia Nacional (DINA), il servizio segreto cileno, avevano partecipato all’assassinio di Orlando Letelier a Washington il 21 settembre 1976.

Considerate nel loro insieme, tutte le informazioni contenute nei rapporti di intelligence delineano una rete di militanti anticastristi, attività clandestine e rapporti con apparati di sicurezza statunitensi. Questi documenti, non provano che siano stati gli Stati Uniti a ordinare l’attentato, dimostrano però che, nelle settimane successive alla strage, il segretario di Stato ricevette informazioni dettagliate sui sospettati, sui loro rapporti con funzionari statunitensi e sulle accuse relative alla rete terroristica anticastrista. È in questa distanza tra la proclamazione della lotta al terrorismo e la gestione concreta dei rapporti con militanti anticastristi che si colloca una delle contraddizioni più profonde della vicenda.

La guerra dei contras e le operazioni clandestine dell’amministrazione Reagan

La vicenda di Posada non si esaurisce nel 1976. Nel 1985 corruppe alcuni funzionari per uscire da un carcere venezuelano, utilizzando fondi forniti segretamente da facoltosi sostenitori cubano-americani, e fuggì in America Centrale. Entrò quindi nelle operazioni clandestine dell’amministrazione Reagan, dirette da Oliver North dalla base aerea di Ilopango, in El Salvador, e finalizzate a rovesciare il governo sandinista in Nicaragua.

Un interrogatorio condotto da due agenti dell’FBI il 7 febbraio 1992 presso l’ambasciata statunitense a Tegucigalpa, in Honduras, offre una ricostruzione dettagliata di questa attività. Posada descrisse la fuga dal Venezuela a bordo di un aereo privato, il trasferimento ad Aruba e poi in El Salvador, nonché le operazioni svolte in El Salvador e Guatemala dopo l’esplosione dello scandalo Iran-Contra nel novembre 1986.

Secondo la sua testimonianza, Posada aveva accumulato 40.000 dollari grazie al lavoro svolto per i contras. Lui e altri collaboratori venivano pagati con i profitti ricavati dalla vendita di armamenti all’Iran. Quando le risorse finirono, Richard Secord gli inviò 1.000 dollari per acquistare un suo dipinto.

Il quadro che emerge è quello di un uomo inserito in una rete di operazioni clandestine, finanziamenti e collaborazioni che attraversava diversi Paesi dell’America Centrale. È una storia che richiama direttamente le responsabilità dell’amministrazione Reagan e le conseguenze dello scandalo Iran-Contra: mentre Washington proclamava pubblicamente la propria difesa della democrazia, una parte della sua strategia regionale si affidava a operazioni segrete, canali finanziari opachi e interlocutori la cui condotta avrebbe richiesto un esame ben più rigoroso.

Non è necessario attribuire automaticamente allo stato statunitense ogni azione compiuta da Posada per riconoscere la gravità politica di questa continuità.

Orlando Bosch: il perdono politico e la memoria delle vittime

Pochi giorni dopo l’attentato del 6 ottobre 1976, Posada e Bosch furono entrambi arrestati in Venezuela, diventato una base per le operazioni violente contro Cuba.

Bosch fu rilasciato nel 1987 e l’anno successivo arrivò in Florida, entrando illegalmente negli Stati Uniti. Venne trattenuto dalle autorità per l’immigrazione per quasi due anni. Nel 1990, tuttavia, il presidente George H. W. Bush, ignorando le obiezioni del proprio procuratore generale, che aveva definito Bosch un «terrorista» e una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, decise di sottrarlo a ulteriori conseguenze giudiziarie e gli concesse la residenza permanente negli Stati Uniti.

La decisione fu una scelta politica. E proprio qui si manifesta una delle contraddizioni più difficili da ignorare: mentre gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di perseguire i responsabili di attentati e di chiedere ad altri Paesi di negare rifugio ai terroristi, un uomo accusato di avere avuto un ruolo nella campagna di violenza anticastrista otteneva la possibilità di stabilirsi legalmente sul loro territorio.

Tra i documenti desecretati ieri figura anche l’interrogatorio di Posada condotto da Lawrence Walsh, il procuratore speciale incaricato dell’inchiesta sul caso Iran-Contra.

Fabio Di Celmo: anche un italiano tra le vittime della campagna contro Cuba

Posada rimase in America Centrale, operando in Guatemala e Honduras, ma continuò le proprie attività terroristiche contro Cuba. A metà degli anni Novanta Posada organizzò una serie di attentati dinamitardi contro importanti alberghi dell’Avana, con l’obiettivo di scoraggiare il turismo verso Cuba.

Il 4 settembre 1997, poco prima di mezzogiorno, una bomba esplose al bar dell’Hotel Copacabana, nel quartiere dell’Avana di Miramar. A perdere la vita fu anche Fabio Di Celmo, un imprenditore italiano di 32 anni, originario di Genova e residente a Montréal, in Canada. Era a Cuba per ragioni legate alla propria attività commerciale e aveva già visitato l’isola insieme al padre Giustino, con il quale aveva avviato rapporti d’affari nel settore delle forniture alberghiere. La deflagrazione proiettò schegge e frammenti contro le persone presenti; Di Celmo fu colpito alla gola e morì quasi immediatamente. Quel giorno si verificarono esplosioni anche negli hotel Chateau e Tritón. Gli attentati si inserivano in una più ampia campagna diretta contro le strutture turistiche cubane, un settore strategico per un’economia ancora duramente segnata dalla crisi seguita al crollo dell’Unione Sovietica.

Per l’attentato al Copacabana fu arrestato il salvadoregno Raúl Ernesto Cruz León, che ammise di aver collocato l’ordigno. Le indagini e le dichiarazioni successive chiamarono in causa Luis Posada Carriles, il quale, in un’intervista al New York Times, commentò la morte di Di Celmo con parole che rivelano il cinismo con cui si può arrivare a trattare la vita umana come un costo accettabile di una strategia politica: «Quell’italiano si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato», dichiarò. «Ma io dormo come un bambino».

Nel novembre 2000 Posada fu fermato a Panama, mentre Fidel Castro si trovava nella capitale per partecipare al vertice iberoamericano. Fu accusato di aver pianificato l’assassinio del leader cubano mediante una bomba di circa 90 chilogrammi collocata nell’auditorium destinato a ospitare i capi di Stato e di governo latinoamericani. Nel 2004 venne condannato a otto anni di carcere, ma nell’agosto dello stesso anno la presidente panamense Mireya Moscoso lo graziò, senza che emergesse una spiegazione convincente della decisione.

Con l’aiuto di sostenitori cubano-americani residenti in Florida, all’inizio del 2005 Posada entrò illegalmente negli Stati Uniti e si stabilì a Miami. Nonostante la politica di sicurezza adottata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’amministrazione di George W. Bush gli permise di vivere liberamente in Florida e persino di presentare domanda per ottenere la cittadinanza statunitense.

Soltanto dopo che il New York Times e il Miami Herald pubblicarono in prima pagina articoli sulla sua responsabilità nell’attentato al volo Cubana 455, basati su documenti di intelligence della CIA e dell’FBI diffusi dal National Security Archive, le autorità lo arrestarono, il 17 maggio 2005.

Alla fine Posada non fu incriminato per atti di terrorismo, bensì per falsa testimonianza e frode in materia di immigrazione, in relazione alla domanda di cittadinanza. In vista del processo celebrato a El Paso, la CIA presentò una breve sintesi dei suoi legami di lunga data con l’agenzia: rapporti iniziati nei primi anni Sessanta e conclusisi nei primi anni Novanta, quando alcuni funzionari della CIA in Honduras lo avvertirono di aver scoperto un complotto per assassinarlo.

Il processo, celebrato a El Paso e durato tre mesi, si concluse con l’assoluzione dell’imputato. Posada aveva allora 83 anni. La giuria raggiunse il verdetto dopo appena tre ore di deliberazione. Un uomo con una lunga storia di rapporti con la CIA, accusato di essere coinvolto in operazioni terroristiche contro Cuba, non venne giudicato negli Stati Uniti per l’attentato che aveva ucciso 73 persone.

Due pesi e due misure nella lotta al terrorismo

Orlando Bosch e Luis Posada Carriles trascorsero entrambi gli ultimi anni della loro vita da uomini liberi in Florida. Bosch morì a Miami il 27 aprile 2011, all’età di 84 anni. Posada morì nel maggio 2018, a 90 anni.

«Considerata la parodia di giustizia subita dalle 73 vittime del volo Cubana 455 nel corso dell’ultimo mezzo secolo», ha dichiarato Kornbluh, «i documenti declassificati sul ruolo di Posada e Bosch forniscono l’unico verdetto possibile: quello della storia».

Tuttora Cuba è presentata da Washington come una minaccia alla sicurezza. Ma i documenti raccontano che sono gli Stati Uniti i veri fiancheggiatori dei terroristi, allora come ora. La storia di cittadini cubani uccisi da attentati, di operazioni clandestine condotte da esuli anticastristi affiancati da apparati statunitensi, di informazioni raccolte prima o dopo gli attentati, di sospetti documentati e di scelte politiche che non impedirono a uomini accusati di gravi violenze di trovare rifugio negli Stati Uniti parla anche al presente.

Secondo Kornbluh, questa vicenda resta rilevante anche nell’attuale crisi delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba.

«In un momento in cui l’amministrazione Trump ha cercato di giustificare le proprie operazioni per il cambio di regime accusando Cuba di attività terroristiche contro gli Stati Uniti, i documenti dimostrano che Cuba è stata per decenni bersaglio del terrorismo perpetrato da individui violenti da tempo legati agli Stati Uniti».

Il contrasto con la retorica ufficiale è evidente. Uno Stato che pretende di guidare la lotta internazionale al terrorismo deve essere giudicato non soltanto dalle dichiarazioni dei suoi presidenti, ma anche dalla condotta dei suoi apparati, dalla trasparenza delle sue indagini e dal modo in cui tratta gli uomini che hanno collaborato con essi.

 

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