Libano meridionale: «È una tortura, stanno radendo al suolo le nostre vite davanti ai nostri occhi»

Assopace Palestina - Thursday, October 1, 2026

di Laurent Perpigna Iban, 

Middle East Eye, 1° ottobre 2026.  

Da una collina del villaggio di Hanniyeh, nel Libano meridionale, gli abitanti del vicino villaggio di Mansouri osservano le forze di occupazione israeliane che radono al suolo le loro case. (Laurent Iban Perpigna/MEE)

Giorno dopo giorno, il villaggio di Mansouri, occupato da Israele e arroccato su una collina verdeggiante a pochi chilometri a sud della città costiera di Tiro, sta lentamente scomparendo. Già gravemente danneggiato durante la guerra, ora viene letteralmente cancellato dalla mappa, in un ultimo atto di cinismo, proprio durante il cessate il fuoco.

L’esercito israeliano, che da settimane ne ha fatto uno dei suoi principali teatri operativi, non sta risparmiando alcuno sforzo: negli ultimi giorni, demolizioni con esplosivi e attacchi aerei si sono susseguiti a un ritmo inarrestabile, con grande disperazione dei circa 5.000 abitanti del villaggio.

Il villaggio, che l’esercito israeliano presenta come una roccaforte operativa di Hezbollah, era inizialmente situato al di fuori della “Linea Gialla”, la demarcazione “di sicurezza” imposta da Israele sul territorio libanese poco dopo l’entrata in vigore dell’ultimo cessate il fuoco.

Già allora, i residenti con cui Middle East Eye aveva parlato dopo il cessate il fuoco temevano che la zona finisse per inglobare il loro villaggio. Ora è successo, anche se ufficialmente solo in parte: la Linea Gialla attraversa Mansouri, dividendolo in due.

Sulla carta, cioè, poiché il villaggio è ora interamente occupato – quest’estate, tutti i residenti che erano tornati nella zona non hanno avuto altra scelta che fuggire nuovamente, sotto il fuoco dell’aviazione israeliana, che continua le sue operazioni.

Il sindaco del villaggio ha denunciato sulla stampa locale «gli attacchi contro i residenti con l’uso di artiglieria, nonché di bombe a mano e granate stordenti lanciate dai droni». Lui stesso è miracolosamente sopravvissuto dopo essere stato ferito in un attacco israeliano.

La mia casa è l’unica ancora in piedi

La strada verde che conduce al villaggio di Hanniyeh, ancora accessibile in auto ai civili libanesi, è intrisa di paura.

Questo minuscolo villaggio, anch’esso arroccato su una collina al di fuori della Linea Gialla, offre una vista senza ostacoli su Mansouri. E, di fronte ad esso, si vedono le truppe israeliane che hanno preso posizione dall’altra parte, lasciando gli abitanti locali esposti al fuoco.

E mentre la maggior parte degli abitanti di Hanniyeh ha scelto di rimanere sfollata più a nord, decine di persone provenienti da Mansouri attraversano il villaggio ogni giorno, osservando con sgomento l’esercito israeliano che distrugge la loro città natale.

Sul ciglio della strada, nascosto dietro un albero, Ahmad, 47 anni, ha sistemato il suo telefono su un treppiede. Sta trasmettendo in diretta su Facebook, cercando di documentare la distruzione in corso per qualche decina di spettatori.

«Guardate! La casa gialla è la mia. È l’unica ancora in piedi; tutte le altre intorno sono state distrutte», racconta a Middle East Eye.

La scena è agghiacciante, distopica. Lo ammette lui stesso: vedere il proprio villaggio distrutto ogni giorno, in attesa che la propria casa sia la prossima, è davvero inquietante. 

Dal villaggio di Hanniyeh, nel sud del Libano, si vede il fumo che sale dal luogo di una serie di esplosioni controllate da Israele nel vicino villaggio di Mansouri, 28 settembre 2026. (Kawnat Haju/AFP)

Come se la guerra e il caos israeliano in Libano fossero diventati uno spettacolo.

Accanto ad Ahmad, un altro abitante di Mansouri, Ali, la cui casa è stata distrutta durante la guerra, dice: «Sì, è umiliante assistere a tutto questo, ma voglio restare qui, il più vicino possibile al mio villaggio. Non voglio abbandonarlo».

Continua: «È peggio di qualsiasi altra cosa. Non ho più un lavoro. Avevo dei terreni agricoli ai piedi del villaggio. Guarda, il fumo proviene da lì: stanno bruciando la mia terra».

A circa un centinaio di metri di distanza, una trentina di persone, uomini e donne, hanno sistemato delle sedie. La maggior parte sono vicini di casa, amici di una vita. Insieme, anche loro assistono a ciò che è indicibile, commentando le scene degli ultimi giorni. 

Ora, senza lavoro e impossibilitati ad accedere alle loro case, passano il tempo seguendo il ritmo delle operazioni israeliane.

Uno di loro mostra un video girato nei giorni scorsi: si vede un drone israeliano che cala molto lentamente degli esplosivi, sospesi verticalmente a un cavo, e li posiziona sul tetto di un edificio. Le immagini sono impressionanti: pochi minuti dopo, la zona esplode.

All’improvviso, tutti tacciono. Una nuvola di polvere si muove lungo una delle strade del villaggio. Veicoli israeliani stanno scendendo lungo la strada, sollevando polvere mentre avanzano.

Il villaggio di Mansouri, nel sud del Libano, viene raso al suolo dalle forze di occupazione israeliane. (Laurent Iban Perpigna/MEE)

Guardando attraverso il binocolo, uno degli uomini dice di vedere un trattore che sgombera le macerie di una casa, che presto sarà ridotta a un terreno vuoto.

«Oggi non abbiamo visto nessun carro armato Merkava. Devono essere a riposo», scherza amaramente un uomo sulla sessantina.

Ibtissem, una donna di 38 anni, continua: «Ogni giorno succede qualcosa. Un giorno bombardano, il giorno dopo mandano i bulldozer. A volte esplodono le cariche che hanno piazzato all’interno delle nostre case. È una tortura, stanno radendo al suolo le nostre vite davanti ai nostri occhi. 

“Ma questa terra è tutto per noi. Torneremo e ricostruiremo, se Dio vorrà”, dice.

Abbandonati da tutti

Non sorprende che l’inerzia della comunità internazionale, e soprattutto quella del governo libanese, ricorra continuamente in ogni conversazione.

Qui l’esercito libanese non si vede da nessuna parte. Peggio ancora, gli abitanti di Mansouri, come quelli dei 63 villaggi situati nell’area occupata dall’esercito israeliano a sud della «Linea Gialla» – circa 460 chilometri quadrati – affermano di essere stati completamente lasciati a se stessi.

Quest’estate, gli abitanti hanno organizzato un sit-in pacifico nei pressi del posto di blocco dell’esercito libanese ad al-Amiriya, all’insegna dello slogan «Mansouri non è occupata», chiedendo la fine dei bombardamenti e il ritorno dell’esercito libanese nel villaggio, e dichiarandosi pronti a marciare al suo fianco non appena avesse deciso di entrare a Mansouri.

«Non è successo nulla. Noi e il nostro villaggio siamo stati abbandonati. E da allora nessuno ci ha aiutato, assolutamente nessuno, mentre restiamo sfollati e nessuno ha più un lavoro», sospira un abitante.

Parlando a bassa voce, quasi a malincuore, ammette che persino Hezbollah, che per anni, guerra dopo guerra, ha aiutato le comunità colpite, oggi non ha più i mezzi per fare granché.

Oggi Mansouri, come Tallouseh e Mais al-Jabal più a est, è uno dei principali teatri delle operazioni militari israeliane. Molti libanesi vedono in questo un tentativo di «portare a termine l’opera» – in altre parole, di distruggere ogni possibilità che gli abitanti tornino nella zona, al fine di consolidare a lungo termine la presenza di Israele sul territorio.

Questa dinamica prosegue nonostante l’accordo quadro del 26 giugno, che prevedeva la sperimentazione di una soluzione diversa nel sud.

A Froun, Srifa e Zawtar al-Gharbiyeh, tre “zone pilota”, l’esercito libanese avrebbe dovuto riprendere gradualmente il controllo sul terreno, mettere in sicurezza i villaggi e impedire qualsiasi presenza armata non autorizzata in quei luoghi, sotto il coordinamento del Gruppo di Coordinamento Militare per il Libano (MCG4L), il meccanismo guidato dagli Stati Uniti incaricato di supervisionare l’accordo.

La realtà, tuttavia, è diversa.

A Zawtar al-Gharbiyeh, i soldati israeliani sono stati recentemente accusati di aver aperto il fuoco nei pressi delle truppe libanesi mentre queste si schieravano. Il 18 settembre, a Deir Mimas, una forza israeliana si è avvicinata a una postazione dell’esercito libanese e ha lanciato granate stordenti nelle vicinanze, scatenando un altro scontro, disinnescato all’ultimo momento grazie all’intervento dell’MCG4L.

«Non crediamo più che qualcuno venga ad aiutarci», dice Abbas, un ventiseienne di Hanniyeh, con le lacrime agli occhi.

«Il mio sogno è riavere la mia terra, i miei vicini, ricostruire la mia casa. Non mi è rimasta molta speranza. Per averne, l’esercito libanese dovrebbe essere in grado di mantenere il controllo del territorio, ma finché la comunità internazionale non eserciterà pressioni su Israele, potremmo non rivedere mai più la nostra terra.»

https://www.middleeasteye.net/news/south-lebanon-its-torture-they-are-razing-our-lives-our-eyes

Traduzione a cura di AssopacePalestina

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