
Olivier Schrauwen / Domenica maledetta domenica
Pulp Magazine - Monday, September 7, 2026“Domenica” di Olivier Schrauwen non è solo un’opera imponente, cioè un opera che “si impone” con il peso di migliaia di vignette contenute nelle 472 pagine che l’autore belga ha realizzato nell’arco di sei anni. E’ anche un’opera smisurata rispetto alle sue ambizioni: “Domenica” è infatti il resoconto minuto per minuto (dalle 8:15 a mezzanotte) di una singola giornata di Thibault, cugino dell’autore, che si è prestato a ricostruire supportando l’esperimento narrativo di Oliver. Il lettore è invitato a calarsi nel tempo perduto del protagonista, tra i ricordi, digitali e non, le masturbazioni, mentali e non, e l’ebbrezza chimica e/o alcolica della sua deriva esistenziale.
Un capolavoro, che Chris Ware, autore seminale per la generazione di comic artist a cui Schrauwen appartiene, nella sua recensione non esita ad avvicinare a un classico del modernismo come l’Ulisse di Joyce (benché, osserva, purtroppo meno “favolosamente scabrosa” della giornata di Leopold Bloom) non senza sottolineare fino in fondo il significato dell’ impresa: “nel suo insieme, il libro mi sembra il tentativo silenzioso, sommesso e toccante di catturare ciò che un tempo chiamavamo Dio”. Il fumetto, aggiunge, potrebbe anzi aderire anche più profondamente al desiderio di Nabokov che anche a dispetto di Joyce auspicava una letteratura in grado di visualizzare e non solo di raccontare il famoso flusso di coscienza.
Per il suo esperimento Schrauwen non ha scelto comunque un giorno qualsiasi ma la domenica, il giorno del ringraziamento e del riposo santificato presso tutte le confessioni del mondo cristiano. Una giornata consumata in false partenze e una pigrizia, certo, ma non esattamente una domenica come le altre, come scopriremo nel corso della giornata, almeno per Thibault, un designer di font sulla trentina che religioso non è mai stato. Tutto euforico, apre gli occhietti sulle note di una funk song di James Browne (Stay on the scene.. Like a sex machine) che non lo accompagneranno per il resto della giornata. La sua euforia non è però destinata a durare altrettanto a lungo e una domenica nata con i colori del rotoscope si tinge ben presto di ansiogeni bilanci esistenziali. Calendario alla mano, lo stesso giorno convergono infatti il ritorno della compagna Migali da una residency interculturale in Zambia, la deadline di un lavoro che il nostro ha differito al di là di ogni decenza professionale e, soprattutto, la data del suo genetliaco, destinato ad attirare presso la fortezza domestica conoscenze di vecchissima data.
Tra queste il cugino Rik, compagno di un’adolescenza mai veramente congedata nell’età adulta, su cui Thibault sembra proiettare le proprie insicurezze, e Nola, la fiamma di un lontano flirt giovanile, promossa a amore di una vita intera nel brodoso delirio domenicale. Come fantasmi le figure di una vita – compresa quella sardonica di un gatto nero, impegnato fino alla foine a “giocare” con il “suo” topo – si masterizzano inquadrate dalla fotocamera di Schrauwen, spesso autonoma dai pensieri del protagonista (che non vedremo mai ad uscire di casa) che, tra ritornelli ossessivi e riflessioni lasciate a metà, emergono dalla pigra deriva domenicale.
Secondo un codice visivo preciso, con cui impariamo a familiarizzare dalle prime tavole, nel libro i ricordi sono raffigurati con tinte monocromatiche chiare mentre le congetture spiccano nel caos mentale come semplici disegni al tratto. Il layout del fumetto si trasforma del resto anche per riflettere lo stato psicofisico di Thibault: quando alla fine fuma erba, ad esempio, la griglia si deforma, le vignette si sciolgono e anche i numeri di pagina si spostano fuori posto. Le sue doti di procrastinatore apatico e ombelicale nel frattempo ne hanno già fatto l’eroe sproporzionatamente umano di questo racconto monumentale
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