Srebrenica, la memoria profanata

Popoff Quotidiano - Monday, August 31, 2026

Un raduno per Mladić nella città del genocidio riaccende gli odi della guerra

C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo.

A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di Sarajevo.

Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica.

Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”, “Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città da parte delle forze serbo-bosniache.

L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli.

Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti.

Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi.

Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del «Generale» e della «Patria».

È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche.

E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić.

È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni.

La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra.

È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi.

È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime.

A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra.

Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui una società sceglie di costruire il proprio futuro.

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