Chi era il boia di Srebrenica

Popoff Quotidiano - Saturday, August 29, 2026

È morto all’Aia Ratko Mladić, ex comandante serbo-bosniaco all’ergastolo per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e per genocidio

 

Leggo la notizia e chiamo la mia amica Nadja Mujčić, profuga bosniaca in Italia, che nel genocidio di Srebrenica ha perso un fratello e il marito, i cui resti, a distanza di trenta anni, non sono stati ancora trovati..

“La sua morte non risolve niente” mi dice,, “il male che ha fatto rimane per sempre”. “ Verissimo”, rispondo. “Però un criminale in meno al mondo”. E lei riconosce: “è vero, uno di meno. Ma muoiono sempre troppo tardi i boia. Muoiono e l’orrore che hanno generato sopravvive a loro. Muoiono e lasciano dolore nel cuore. E il dolore non muore né va in prescrizione”

La morte di Mladić chiude la parabola personale di uno dei principali responsabili della guerra in Bosnia, ma riapre una domanda che accompagna da trent’anni la memoria di Srebrenica: anche se alla fine i perpetratori sono stati condannati, una pace, seppur fragile e imperfetta come gli accordi di Dalton, è stata fatta, cosa ne è oggi di quel riuscito melting pot che era la Bosnia prima della guerra? E potrà mai  Srebrenica – ancora parte della entità della  Repubblica Srpska, che dal sangue della genocidio sia nutrita e che da quel sangue è nata – tornare a vivere, quando ancora circa 1000 corpi smembrati senza nome né tomba?

Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 in un ospedale carcerario delle Nazioni Unite all’Aia, mentre stava scontando la condanna all’ergastolo pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Aveva 84 anni.

La sua morte arriva a quasi trentuno anni dall’incriminazione e a cinque anni dalla sentenza definitiva.

Ma chi era il boia di Srebrenica, il generale che trasformò la guerra in una campagna di terrore prima e poi in un genocidio?

Nato il 12 marzo 1942 nell’area dell’odierna Bosnia-Erzegovina, all’ epoca  in cui il maresciallo Tito combatteva i nazisti e i fascisti invasori in Jugoslavia, Mladić aveva fatto carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della federazione nel 1992, divenne comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Republika Srpska, la formazione militare dei serbo-bosniaci. Assunse formalmente l’incarico il 12 maggio 1992 e rimase al vertice del comando fino al novembre 1995.

Il suo nome è legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica.

A Sarajevo le forze sotto il suo comando sottoposero la popolazione civile a un assedio durato quasi 4 anni -il più lungo della storia europea, compresi quelli di Leningrado e Stalingrado e terminato oltre la firma dei trattati di Pace – caratterizzato da bombardamenti e attacchi dei cecchini.

Ma è a Srebrenica che il nome di Mladić è diventato sinonimo di genocidio.

Nel luglio 1995, dopo più di tre anni di guerra e di assedio, l’esercito serbo-bosniaco conquistò Srebrenica, formalmente dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area». Migliaia di civili bosgnacchi si rifugiarono a Potočari, presso il compound delle Nazioni Unite, mentre almeno  quindicimila  uomini tentarono di raggiungere il territorio controllato dal governo bosniaco attraverso le montagne, venendo però inseguiti e uccisi anche dopo che si erano consegnati.

La caduta della città fu seguita dalla separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che furono deportati. I maschi adolescenti  e adulti, furono detenuti in stadi, fattorie, scuole e progressivamente trasferiti nei luoghi delle esecuzioni. Nei giorni successivi, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. I loro corpi vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali furono successivamente riaperte e i resti dispersi in altre fosse nel tentativo di nascondere le dimensioni del crimine.

Il Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia (ICTY)  ha stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio e che Mladić ebbe un ruolo centrale nell’impresa criminale finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca dell’area.

La giustizia internazionale arrivò sulla carta già durante la guerra.

L’ ICTT, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò Mladić il 25 luglio 1995, pochi giorni dopo il genocidio di Srebrenica, mentre la guerra è formalmente finita il 21 novembre 1995. Le accuse comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Ma tra un’incriminazione e un arresto passarono quasi sedici anni.

È questo uno degli elementi più significativi della vicenda Mladić. Nel momento in cui il suo nome era già associato ai più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, il generale non era in carcere. Era latitante.

E non si trattò di una fuga breve o improvvisata.

Dal 1995 al 2011 Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura. Per anni visse in una sorta di zona grigia nella quale l’esistenza del mandato di arresto internazionale si scontrava con la mancanza di volontà politica, di consegnarlo alla giustizia.

Nel 2001 il procuratore del Tribunale riferiva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avere ricevuto informazioni considerate molto affidabili secondo cui Mladić sarebbe stato protetto dalle strutture militari della Repubblica Federale di Jugoslavia e si sarebbe trovato in Serbia, probabilmente a Belgrado.

Non basta  dire che Mladić «fu bravo a nascondersi». Per una parte consistente della sua latitanza egli beneficiò di una rete di protezioni, sostegni e complicità che rese possibile la sua permanenza fuori dalla portata della giustizia internazionale.

Anche dopo la fine della guerra, Mladić continuò a godere di una significativa rete di sostegno. La sua figura era diventata quella di un eroe per una parte del nazionalismo serbo, il cui volto è soggetto tuttora di numerosi murales a Belgrado, Banja Luka e inoltre varie cittadine serve di qua e di là dalla Drina.

La sua cattura avrebbe significato, per la Serbia, affrontare direttamente il tema delle responsabilità dello Stato e delle strutture politiche e militari che avevano sostenuto i serbo-bosniaci. Quelle responsabilità che tutt’ora rifiuta protestando offesa per la istituzione due anni fa da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale per la memoria delle vittime di Srebrenica .

La pressione internazionale crebbe progressivamente. La collaborazione con il Tribunale dell’Aia divenne una questione centrale nei rapporti della Serbia con l’Unione europea e con la comunità internazionale.

Solo il 26 maggio 2011 Mladić venne arrestato in Serbia, nel villaggio di Lazarevo. Aveva trascorso quasi sedici anni da latitante. Il 31 maggio fu trasferito all’Aia.

Il processo cominciò il 16 maggio 2012 e si concluse, dopo anni di testimonianze, documenti e prove, con la sentenza del 22 novembre 2017. Il Tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra e gli inflisse l’ergastolo.

La sentenza non riguardò soltanto Srebrenica. I giudici riconobbero la responsabilità di Mladić per una serie di crimini commessi in diverse parti della Bosnia-Erzegovina e per il suo ruolo in quattro distinti «joint criminal enterprises», cioè imprese criminali comuni.

Una riguardava il progetto più generale di rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Una seconda riguardava Sarajevo e la campagna di cecchinaggio e bombardamento contro la popolazione civile. Una terza riguardava direttamente Srebrenica e l’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca. La quarta riguardava la presa in ostaggio del personale delle Nazioni Unite per impedire i bombardamenti NATO.

Mladić non accettò la condanna e presentò appello.

L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò sostanzialmente la sentenza. Furono respinte le principali contestazioni della difesa relative alle imprese criminali comuni riguardanti la Bosnia, Sarajevo e Srebrenica e furono confermate le condanne per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e altri crimini. Anche la condanna all’ergastolo venne confermata.

Da quel momento la condanna è diventata definitiva.

Mladić, non ha mai mostrato pentimento. Durante il procedimento mantenne un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del Tribunale e continuò a respingere le accuse. La sua morte arriva dunque senza una confessione e senza una richiesta pubblica di perdono alle vittime.

Anche per questo la morte di Mladić non può essere letta soltanto come la scomparsa di un ex generale. Srebrenica continua infatti a porre la stessa domanda che la sua morte non può chiudere: come fu possibile che, un genocidio si sia consumato nel cuore dell’Europa?

Ratko Mladić è morto in carcere, anziano. Le sue vittime, invece, sono morte molto prima, a Srebrenica, a Sarajevo, nei villaggi della Bosnia orientale e nei luoghi dove furono compiute le esecuzioni.

Alma Mustafić, ricercatrice, il cui padre proprio come il marito di Nadja lavorava per il Dutchbat – il battaglione olandese delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere Srebrenica e che invece me ha consegnato gli uomini a Mladić come carne da macello – proprio oggi ha ricevuto il HU Genotenprijs – il più alto riconoscimento della Hogeschool Utrecht – per i suoi molti anni di impegno, contributo scientifico e sociale nell’aumentare la conoscenza e la consapevolezza sul genocidio di Srebrenica.

Proprio oggi, che è stato annunciato anche che il criminale di guerra Ratko Mladić è morto.

Coincidenza bizzarra, quasi irreale. Mentre l’artefice del genocidio lasciava definitivamente la sua cella del carcere di Scheveningen nei Paesi Bassi, lei, in quello stesso Stato, saliva sul palco per essere onorata per aver costruito pace ed istruzione.

La prima domanda che le hanno fatto  è: “Come ti senti?”. Le sue parole ricordano molto quelle di Nadja – il dolore ha una sola voce e non varia – : “l’uomo che ha distrutto migliaia di vite non è più tra noi. L’uomo che ha fatto baciare ai miei figli una lapide invece di un nonno non c’è più. Ma l’ideologia malvagia che ha portato a questi orrori è ancora molto viva. In Serbia e in alcune parti della Bosnia, Mladić è ancora considerato un eroe dai suoi sostenitori. Finché quell’odio continuerà, il pericolo non è passato. Dobbiamo continuare a combattere contro quel male. Il genocidio non finisce con l’ultimo proiettile o con l’ultima fossa comune. Finisce solo quando affrontiamo l’ideologia fascista che lo sostiene”.

Ratko Mladić è morto. Ma Srebrenica no.

Resta nei nomi delle vittime, nelle fosse che ancora aspettano di essere aperte, nelle famiglie che cercano un corpo per poter finalmente dare un luogo al proprio lutto. Resta nella memoria di chi è sopravvissuto e nella responsabilità di chi, oggi, deve scegliere se guardare quella storia negli occhi o trasformarla in una pagina da dimenticare.

La morte di un uomo non cancella i crimini che ha commesso, né scioglie le responsabilità di chi lo ha protetto, sostenuto o celebrato. E soprattutto non cancella un’ideologia quando quella ideologia continua a trovare spazio, parole e simboli.

Forse è questo il senso più profondo della coincidenza di oggi: mentre Mladić usciva per sempre dalla sua cella, Alma Mustafić veniva premiata per aver dedicato la propria vita alla conoscenza e alla costruzione della pace. Da una parte la morte di chi ha incarnato l’odio; dall’altra una donna che ha scelto di trasformare il proprio dolore in memoria e consapevolezza.

Perché il vero superamento del genocidio di Srebrenica non sarà la morte dell’ultimo dei suoi carnefici. Sarà il giorno in cui nessuno avrà più bisogno di ricordare perché tutti avranno imparato. Fino ad allora, il dolore continuerà a parlare. E noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.

 

 

 

 

 

 

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