
i femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3
Osservatorio nazionale NUDM - Saturday, August 22, 2026Reato di femminicidio: una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo
(legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis)
Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale!
Quando nel marzo 2025 il governo Meloni annunciò il reato autonomo di femminicidio, la risposta di Non Una Di Meno e della rete Dire dei Centro Antiviolenza fu molto chiara: non avevamo bisogno dell’ennesima risposta penale e carceraria presentata come soluzione alla violenza patriarcale. «Vogliamo giustizia da vivə, non ergastoli da mortə». Servivano e servono educazione sessuo-affettiva e al consenso, finanziamenti strutturali ai centri antiviolenza, welfare, autonomia economica e abitativa, formazione, prevenzione, strumenti che permettano alle donne di uscire vive dalla violenza. E NUDM contestò anche il metodo: una misura costruita senza un confronto reale con i centri antiviolenza e con chi sulla violenza maschile lavora ogni giorno. Ci fu risposto, sostanzialmente, che finalmente lo Stato «riconosceva» il femminicidio.
Bene (o male)
Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto.
Perché se esiste il reato di femminicidio, il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo: è femminicidio solo ciò che viene registrato come 577-bis. Peccato che non funzioni così. Nello stesso semestre il Viminale registrava 34 donne uccise. L’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una Di Meno, che analizza i casi e le relazioni di potere nelle quali avvengono invece di limitarsi alla rubrica penale applicata, all’8 agosto registrava già 40 femminicidi.
E quindi siamo arrivatə a un paradosso piuttosto feroce: una legge introdotta per “dare riconoscimento giuridico al femminicidio” sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo.
Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale.
Il concetto di femminicidio è servito precisamente a fare ciò che la parola «omicidio» non faceva: rendere visibile che una parte delle donne viene uccisa dentro rapporti di genere, possesso, controllo, dominio, violenza domestica, rifiuto della separazione e dell’autodeterminazione. È stato necessario nominare quel fenomeno per poterlo vedere, studiare e combattere. Ora rischiamo il percorso inverso: dalla categoria politica e sociale siamo passati alla fattispecie penale e dalla fattispecie penale stiamo tornando a sentirci dire che tutti gli altri «sono semplicemente omicidi». Esattamente il punto da cui eravamo partitə.
Lə compagnə avevano avvertito che non si combatte un fenomeno strutturale aggiungendo un reato al codice penale e promettendo l’ergastolo quando una donna è già morta.
Oggi possiamo aggiungere qualcosa: non solo il penale non basta a prevenire il femminicidio; se trasformiamo la definizione penale nella definizione del fenomeno, rischiamo persino di renderne invisibile una parte.
E mentre discutiamo se siano 8, 34 o 40, continuano a mancare proprio le politiche che il movimento chiedeva: prevenzione, educazione, CAV adeguatamente finanziati, autonomia e protezione.
Ma almeno abbiamo l’ergastolo.
Da mortə.
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