Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”

Osservatorio nazionale NUDM - Friday, August 21, 2026

Codice Rosso, ammonimento, braccialetto elettronico: gli strumenti, e i limiti, della legge contro la violenza di genere. L’avvocata Tatiana Montella di Lucha y Siesta: “La chiave sono i centri antiviolenza”

(Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea (Torino), Tania Terrin (Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere?

Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, dice: “Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza”. Spiegando poi nel dettaglio quali sono le azioni da intraprendere. Ma avverte: “Le vittime non vanno lasciate sole di fronte alla macchina processuale. E bisogna fare attenzione a non trasformare le leggi in meri adempimenti burocratici. La chiave è la rete”.

Qual è il primo strumento legale a cui si può ricorrere?

“Il contatto con un centro antiviolenza. Non si parla di emergenze individuale, ma di un fenomeno sistemico e strutturale di potere e controllo. Le operatrici precedono e affiancano l’azione giudiziaria, garantendo che la scelta di denunciare sia consapevole, protetta e supportata, sia economicamente che psicologicamente”.

La denuncia è sempre la strada migliore?

“È uno strumento fondamentale e un atto di grande coraggio. Ma non può essere un’azione isolata: il rischio di vittimizzazione secondaria e di ritorsione è alto. Serve applicare i codici di valutazione del rischio (come il S.A.R.A., cioè lo Spousal Assault Risk Assessment) e calcolare la pericolosità dell’aggressore, non solo la vulnerabilità della donna”.

Quando viene applicato il Codice Rosso?

“Quando serve una procedura d’urgenza, cioè nei casi più gravi. Obbliga la polizia giudiziaria a riferire subito la notizia di reato al pubblico ministero, che deve ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. È una legge che ha accelerato la macchina, ma che ha anche creato una pericolosa illusione di tutela: se il personale che svolge il colloquio non è formato sulle dinamiche della violenza di genere, rischia di diventare un mero adempimento burocratico”.

Cosa cambia con la Legge sul femminicidio (181/2025) e perché la creazione di un reato autonomo?

“La Legge riconosce la matrice di genere: odio, discriminazione, prevaricazione. Moltiplica gli inasprimenti penali. Ma, seppur recuperando le istanze femministe di riconoscimento simbolico, ha il limite di agire su un piano repressivo senza intervenire sulla prevenzione primaria. Un esempio lampante è la cancellazione o il depotenziamento dei percorsi educativi sulle relazioni di genere e sul rispetto nelle scuole”.

Qual è il provvedimento più efficace?

“L’allontanamento (con distanza minima di 500 metri dalla vittima e dai luoghi da lei frequentati), perché sposta il peso dalla vittima all’aggressore, rompe la geografia del controllo. Ma è necessario verificare che il divieto venga rispettato, l’allontanamento è il momento di massimo pericolo di escalation totale. E serve aggiungere l’attivazione obbligatoria del Piano di sicurezza personalizzato elaborato dal centro antiviolenza”.

Misure di prevenzione e misure cautelari: come si differenziano?

“Le prime scattano quando emergono indizi di pericolosità, sono misure di natura amministrativa. L’esempio classico è l’ammonimento del questore: la donna segnala le minacce o le persecuzioni, senza sporgere denuncia. Le misure cautelari sono provvedimenti penali, usate quando c’è un processo in corso (divieto di avvicinamento, arresti domiciliari, custodia in carcere, applicazione del braccialetto elettronico). Il giudice le applica per evitare che l’indagato scappi, che inquini le prove o per evitare la reiterazione del reato”.

Basta un ammonimento per essere protette?

“No, anzi. Se l’aggressore viola l’ammonimento, la donna deve ricominciare da capo. In questo lasso di tempo, che può durare settimane, la donna è esposta a un rischio altissimo di escalation. Le operatrici del Centro riconoscono il preludio a un possibile femminicidio, e spingono con forza le istituzioni a passare immediatamente alle misure cautelari”.

Qual è lo scarto maggiore tra quello che la Legge prevede sulla carta e quello che accade nei tribunali?

“La persistenza di stereotipi di genere in aula. Ancora oggi, condotte di controllo coercitivo vengono minimizzate come ‘litigi familiari’; e la violenza viene usata per colpevolizzare la donna. Bisogna lavorare in maniera strutturale sulla dimensione culturale e simbolica anche di chi applica la legge”.

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