In Basilicata stanno abbattendo mille alberi per fare una pista da sci in plastica

L'INDIPENDENTE - Saturday, August 15, 2026

La chiamano «la pista da sci sintetica più lunga d’Italia». È il progetto per costruire una stazione sportiva aperta 365 giorni l’anno, superando i limiti imposti dalla natura e dalla tradizionale stagionalità invernale. L’impianto sorgerà nel comprensorio sciistico Sellata-Monte Pierfaone, nel territorio di Abriola, piccolo comune a circa 20 chilometri a sud di Potenza, in Basilicata, a un’altitudine compresa tra 1.350 e 1.750 metri. L’obiettivo è costruire una pista lunga 480 metri, dotata di un manto definito a «bassissimo impatto» ecologico e addirittura «ecocompatibile». Il progetto, tuttavia, prevede l’abbattimento di centinaia di alberi in un’area che ricade all’interno di un parco nazionale, nonché di una Zona Speciale di Conservazione della rete Natura 2000. Le associazioni ambientaliste chiedono chiarezza, sollevando dubbi anche sulle tempistiche del procedimento, che pare procedere a «velocità record».

Il progetto di riqualificazione del comprensorio Sellata-Monte Pierfaone è stato presentato dalla Regione Basilicata lo scorso 7 luglio. Una «rivoluzione verde», sostengono i promotori, dal valore di 6 milioni di euro, a cui dovrebbero aggiungersi altri 2 milioni in una seconda fase. Insieme alla pista, lunga 480 metri, il progetto prevede l’ammodernamento della ferrovia, quattro nuove aree parcheggio – tra cui un’area camper – nuovi percorsi pedonali, un parco giochi di 1.800 metri quadrati, interventi per rendere l’area accessibile anche alle persone con disabilità e opere di sistemazione idrogeologica. L’area interessata comprende i comuni di Abriola e Sasso di Castalda e rientra nei 756 ettari della ZSCFaggeta di Monte Pierfaone”, nonché nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano: si tratta di un «sito di importanza comunitaria, istituito per proteggere habitat e specie di interesse europeo», spiega Legambiente.

L’intervento richiede l’abbattimento di 951 faggi nell’ambito di una pianificazione paesaggistica che ha sollevato dubbi tra le associazioni ambientaliste. «Il progetto fa riferimento a un Piano Territoriale Paesistico risalente al 1990, aggiornato solo nel 2005. Un piano di oltre 36 anni fa, che non tiene conto delle attuali sensibilità ambientali, dell’emergenza climatica e del nuovo assetto del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, istituito nel 2007», denuncia Legambiente. Anche i tempi di sviluppo del progetto sono stati insolitamente rapidi: la procedura di Valutazione di Incidenza Ambientale è stata avviata il 19 maggio 2026; il 22 giugno è arrivato il parere favorevole, che ha stabilito la compatibilità dell’opera con il sito Natura 2000; il 2 luglio è scaduto il termine per la presentazione delle offerte relative ai lavori del secondo lotto; il 7 luglio il progetto è stato presentato pubblicamente; ad agosto, il cantiere è stato aperto. «In meno di tre mesi si è passati dall’avvio del procedimento all’avvio dei lavori», scrive Legambiente, definendo la tempistica «quanto meno inusuale per la pubblica amministrazione». L’associazione denuncia inoltre la difficoltà di accesso alla documentazione relativa al progetto.

Tra la rapidità dell’iter di approvazione e l’apertura dei cantieri, da un lato, e i potenziali rischi ambientali, dall’altro, Legambiente chiede alla Regione maggiore chiarezza nella presentazione del progetto e sulle sue ricadute sul territorio. L’associazione chiede «piena trasparenza» nella pubblicazione degli atti autorizzativi del piano; chiarezza sul numero degli alberi che verrebbero abbattuti, sulla loro localizzazione e sull’eventuale esistenza di un piano di compensazione ambientale; infine, un «confronto pubblico aperto» per valutare insieme alla cittadinanza «se questa sia davvero la strada più giusta per il futuro del territorio».

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