Incendi. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune

Popoff Quotidiano - Monday, July 27, 2026

I luoghi che ogni anno perdiamo un po’ di più a causa delle catastrofi naturali sono spazi che non torneranno più.

Tania López García su El Salto

Nei primi mesi della pandemia, quando la paura, l’incredulità e l’angoscia dominavano la quotidianità, la foresta era l’unico luogo in cui era permesso uscire a fare una passeggiata. Data la sua vastità, era l’unico spazio pubblico in cui si poteva ancora circolare con una certa libertà. L’unico requisito era non essere malati e, ovviamente, avere con sé una mascherina nel caso in cui si fosse incontrata qualcuno durante il percorso. Quella primavera del 2020 ho camminato da sola o in compagnia lungo sentieri diversi, incontrando vicini a cui potevo solo salutare da lontano. Lì, tra gli alberi, riuscivo a liberarmi dal peso di rimanere rinchiusa in casa.

Tutto sembrava fiorire al di là del silenzio o del frastuono che potevamo fare noi. Più splendente ai miei occhi, forse, perché c’era spazio sufficiente nelle nostre vite per il silenzio e per l’osservazione. La vita vegetale sembrava fiorire con maggiore libertà, seguendo il proprio corso, anche se nel bel mezzo della catastrofe.

Oggi quel bosco non esiste più. O non esiste più come allora, con il suo brusio caratteristico, quello che a volte attraversavamo senza accorgercene, perché le fiamme degli incendi di Burgohondo e San Martín de Valdeiglesias lo hanno spazzato via. In questo testo non parlerò dell’indifferenza nei confronti del cambiamento climatico, né della mancanza di interesse politico per l’ambiente forestale, se non a fini di mero sfruttamento, poiché si tratta di temi che meritano un’analisi a sé stante. Ciò che mi interessa è la scomparsa di un luogo.

Dalla crisi del Covid-19, gli spazi in cui possiamo stare senza che ci venga richiesta una contropartita economica in cambio sono sempre più rari, tanto che a volte torniamo nelle nostre stanze o nelle nostre case in affitto alla ricerca di un po’ di pace senza dover pagare di più, o semplicemente perché non abbiamo altre opzioni, come se fossimo ancora in confinamento. Il bosco, tuttavia, rimane un ambiente in cui stare senza alcun problema.

Il bosco non è solo il bosco. È uno spazio comune, un luogo che in molte occasioni risulta frammentato e tagliato da riserve di caccia private — il 72% della superficie boschiva è di proprietà privata secondo i dati dell’Ordine degli Ingegneri Forestali —, e il terreno che possiamo occupare liberamente si è ridotto poco a poco, in parte a causa di questi mega-incendi. Silvia Federici, in *Calibano e la strega*, spiega come la recinzione dei terreni comunali nell’Inghilterra del XVI e XVII secolo non sia stata solo una spoliazione economica, ma il modo in cui il capitalismo nascente ha concentrato nelle mani di pochi ciò che prima apparteneva a tutti, impoverendo sia il bene comune sia l’individuo che da esso dipendeva.

Lo storico Peter Linebaugh, che ha lavorato insieme a Federici proprio in quegli stessi circoli di pensiero sui beni comuni, è andato oltre e ha dedicato un intero libro alla foresta come caso concreto: in *La Magna Carta della foresta* ricorda che nell’Inghilterra medievale esisteva una carta parallela alla Magna Carta, la Carta della Foresta, che garantiva ai contadini il diritto di raccogliere legna, pascolare gli animali o cacciare sui terreni comunali. Quel diritto fu proprio uno dei primi a scomparire con la recinzione dei terreni, secoli prima che si parlasse della proprietà privata come di qualcosa di naturale o indiscutibile.

Ora, tuttavia, quello spazio sta scomparendo nuovamente su scala globale. I grandi incendi che stanno devastando Spagna, Francia, Canada o Italia producono immagini che non riusciamo più a distinguere l’una dall’altra, come se il fuoco cancellasse anche i confini tra i paesi che divora. Tutte queste immagini risuonano allo stesso modo perché, di fronte al fuoco, siamo tutti uguali.

Di fronte a ciò ci resta solo un’alternativa: o puntiamo sulla ricostruzione e sulla cura delle foreste e degli spazi naturali, oppure accettiamo il nulla. Abbiamo a malapena diritto a una casa propria, ma sempre meno possiamo occupare uno spazio comune che ci serva da rifugio, che diventi un luogo di espressione e di convivenza reciproca, in cui relazionarci con gli altri. In quel «altri» includo sia le persone che gli animali e le piante. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune.

I luoghi che ogni anno perdiamo un po’ di più a causa delle catastrofi naturali sono spazi che non torneranno più. Sia perché fa troppo caldo per stare all’aperto, a causa dei pericoli delle pandemie, delle guerre, dell’ostilità di politiche che danno priorità solo al profitto economico, sia a causa delle catastrofi naturali come le inondazioni, gli incendi o gli squilibri atmosferici che subiamo con crescente intensità, il nostro spazio si restringe, come se avessimo perso il diritto di occuparlo, come se avessimo dimenticato il potere che si nasconde nei luoghi abitati da tutti, in cui tutti abbiamo spazio, in cui tutti possiamo partecipare e a cui tutti apparteniamo.

Perché se la foresta non appartiene a nessuno, appartiene a tutti noi; forse in essa troveremo un’altra casa da proteggere e custodire.

The post Incendi. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune first appeared on Popoff Quotidiano.

L'articolo Incendi. La morte della foresta è anche la morte dello spazio comune sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.