Il migrante è un intralcio finché non alza una coppa

Popoff Quotidiano - Thursday, July 23, 2026

Mondiali, povertà e razzismo. La Roja, campione del mondo: di quale Spagna stiamo parlando?

Juanjo Ramón, portavoce della PAH, su El Salto

La nazionale spagnola di calcio, La Roja, si è laureata per la seconda volta campione del mondo battendo l’Argentina nella finale dei Mondiali. Ferran Torres ha segnato ai supplementari e l’intero Paese è sceso in strada ad abbracciarsi con sconosciuti. In quelle immagini di festa c’è qualcosa che merita di essere osservato con attenzione, al di là dei festeggiamenti: gran parte dei giocatori che oggi indossano la maglia che tutti rivendicano come propria sono figli dell’immigrazione, figli dei quartieri popolari, figli di famiglie che in qualsiasi altro contesto, quello di un appartamento da affittare, di un lavoro da richiedere, di una stazione di polizia in cui identificarsi, sarebbero stati trattati come sospetti piuttosto che come compatrioti.

Da anni assistiamo all’ascesa di una narrativa che ha bisogno di un nemico interno: il migrante, chi è vittima di discriminazione razziale, il povero che «viene a sottrarre» ciò che, secondo quel discorso, apparteneva ad altri per diritto di nascita. È il discorso che alimenta l’aporofobia (il disprezzo verso le persone povere, ndt) mascherata da buon senso e il razzismo mascherato da preoccupazione per «la convivenza». È il discorso che si è rafforzato, tra l’altro, alimentandosi della crisi abitativa: se mancano gli alloggi, se gli affitti salgono senza freni, è più facile puntare il dito contro il vicino appena arrivato piuttosto che contro i fondi di investimento che acquistano interi palazzi.

Non c’è nemmeno bisogno di andare molto lontano per trovare l’ironia: è stato lo stesso Donald Trump a consegnare il trofeo alla Roja, eppure è riuscito a rivendicare la vittoria morale per gli Stati Uniti, suggerendo che il vero vincitore del torneo fosse stato il suo Paese per aver ospitato la manifestazione. L’uomo che ha fatto della persecuzione dei migranti il vessillo del suo governo, incoronando senza saperlo, o senza volerlo sapere, una squadra che è, in gran parte, figlia proprio di quella migrazione che lui stesso vorrebbe espellere. Poche immagini riassumono meglio la comodità selettiva di questo tipo di discorsi: il migrante è un intralcio finché non alza un trofeo, e allora, per un po’, smette di essere un intralcio.

Anche l’estrema destra spagnola oggi festeggia. È difficile immaginare che non lo faccia, con la nazionale che alza la coppa, ma per poterlo fare deve distogliere lo sguardo: non può sostenere contemporaneamente che «quelli che vengono da fuori sono un problema» e che Lamine Yamal, figlio di padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, o Nico Williams, figlio di una famiglia ghanese, siano motivo di orgoglio nazionale. Si applaude il gol e si tace sull’origine, oppure si cita l’origine come aneddoto simpatico e non come ciò che in realtà smonta la stessa argomentazione.

È qui che entra in gioco il problema degli alloggi, perché non si tratta di una metafora forzata: è lo stesso meccanismo. Il proprietario che rifiuta un affitto a causa del colore della pelle, del genere o della classe sociale, sta applicando il medesimo filtro di classe che a volte si maschera da criterio razziale e altre volte da puro calcolo economico. Noi della PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca, Piattaforma delle Vittime del Mutuo, ndt) lo vediamo costantemente: famiglie che si scontrano con un doppio ostacolo, quello di non riuscire ad arrivare a fine mese e quello di non rientrare nel profilo richiesto da un proprietario sempre più selettivo in un mercato sempre più ristretto. L’aporofobia e il razzismo non sono fenomeni paralleli: si intrecciano e si rafforzano a vicenda proprio nel contesto concreto di chi può accedere a un tetto e chi no.

La destra ha bisogno di tenere separati il «povero di qui» e quello «di fuori», affinché nessuno dei due alzi lo sguardo verso i veri responsabili della crisi abitativa: le banche, i rentier, i fondi avvoltoi, la mancanza di alloggi pubblici, decenni di politiche che trattano l’alloggio come merce e non come diritto. Finché questa narrativa riesce a far sì che alcuni poveri diffidino di altri poveri, nessuno si chiede perché esistano appartamenti vuoti nelle mani dei grandi proprietari, né perché l’edilizia popolare continui a essere una barzelletta rispetto al bisogno reale.

Ci sarà chi interpreterà questo trionfo come la prova che il sistema funziona: guarda, ce l’ha fatta, quindi la porta è aperta per chi si dà da fare. È la stessa logica utilizzata per neutralizzare qualsiasi critica strutturale, applicata ora allo sport. Ma il calcio d’élite è l’eccezione che conferma la regola, non la regola stessa. Per ogni Yamal o Williams che supera il filtro grazie a un talento fisico e a una carriera sportiva straordinaria, ci sono migliaia di figli e figlie di famiglie migranti o impoverite che che, senza quel passaporto speciale, si scontrano con lo stesso muro contro cui si scontrano ogni giorno nelle assemblee della PAH: quello di un affitto irraggiungibile, quello di una garanzia che non arriva mai, quello di un “no” che a volte si maschera da burocrazia e a volte non si maschera affatto.

La gioia di questi giorni è reale e condivisa, e non c’è bisogno di rovinarla per porre la domanda scomoda che dovrebbe rimanere sospesa nell’aria quando si spegnerà l’ultimo clacson: la stessa società che oggi accoglie a braccia aperte questi giocatori è disposta ad accogliere come vicini le loro famiglie? È disposta ad affittare loro un appartamento senza chiedere spiegazioni superflue, a non attraversare la strada quando li vede, a difendere il loro diritto a un tetto con la stessa passione con cui canta il proprio inno quando vincono?

Se la risposta continua a essere no, abbiamo ancora molta strada da fare se vogliamo vantarci di qualcosa di più di una coppa. Forse sarebbe meglio costruire un Paese che difenda i diritti con la stessa passione con cui solleva i trofei, invece di continuare a vantarsi davanti al mondo di valori sempre più compromessi.

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