
Mille giorni di genocidio: la storia di Gaza al di là dei numeri
Assopace Palestina - Saturday, July 18, 2026di Shaimaa Eid,
The Palestine Chronicle, 18 luglio 2026.
Da mille giorni, Gaza vive in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una dolorosa questione che il mondo deve affrontare.

In qualità di giornalista della Striscia di Gaza, ho vissuto in prima persona il genocidio sin dal suo primo giorno. Sto ancora cercando di rimanere forte, non per me stessa, ma per la missione che credo di essere nata per compiere a Gaza. È una missione che va oltre il dolore personale, diventando la testimonianza di un’intera epoca in cui esseri umani vengono cancellati sotto gli occhi del mondo.
Ciò che è accaduto a Gaza dal 7 ottobre non può essere ridotto a statistiche, titoli di giornale o persino a migliaia di resoconti giornalistici. È un intero capitolo della storia dell’umanità che si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo. È una storia che deve essere documentata, preservata e insegnata alle generazioni future, non solo come resoconto di distruzione, ma come testimonianza di ciò che gli esseri umani possono sopportare quando vengono privati di ogni mezzo essenziale per la sopravvivenza.
Per mille giorni, Gaza ha vissuto in bilico tra la vita e la morte. La nostra resistenza non è più una notizia dell’ultima ora; è diventata una domanda dolorosa che il mondo deve affrontare: quanta sofferenza può sopportare un essere umano? E a quante tragedie può assistere il mondo prima di decidere che ciò che è accaduto ha superato ogni limite possibile?
Questa guerra ha colpito ogni famiglia di Gaza. Non c’è una sola casa che sia stata risparmiata dal dolore, dalla paura, dallo sfollamento o dalla perdita. Famiglie che un tempo credevano che le loro case fossero i luoghi più sicuri al mondo si sono ritrovate a dormire in tende, scuole, ospedali o per strada. I genitori hanno portato i propri figli tra le macerie, mentre i bambini hanno imparato a riconoscere il suono delle bombe prima ancora di sapere cosa significasse sentirsi al sicuro.
Ci siamo spostati da un luogo all’altro, non perché volessimo andarcene, ma perché la sopravvivenza lo esigeva. Ogni volta che ci veniva detto che c’era un «luogo più sicuro», raccoglievamo quel poco che ci era rimasto e ci dirigevamo lì, sperando di trovare un rifugio temporaneo. Ma la paura ci seguiva ovunque andassimo. Le aree descritte come zone umanitarie sono diventate luoghi di morte, e «sicurezza» è diventata una parola che compariva più spesso nelle dichiarazioni ufficiali che nella realtà.
Per molte persone in tutto il mondo, la casa è sinonimo di conforto, ricordi e senso di appartenenza. Per i palestinesi di Gaza, la casa è diventata il ricordo di ciò che è andato perduto. Interi quartieri sono scomparsi e strade un tempo piene di famiglie sono state ridotte a campi di macerie. I luoghi che un tempo custodivano i nostri ricordi d’infanzia ora ci ricordano solo coloro che non ci sono più.
Eppure, nonostante tutto, la gente di Gaza si sveglia ogni mattina alla ricerca di un motivo per andare avanti.
Cercano l’acqua, lottano per trovare il pane e cercano di procurarsi le medicine. Stringono a sé i propri figli per tutta la notte quando torna il rumore delle esplosioni, e ricostruiscono piccoli pezzi delle loro vite ancora e ancora, sapendo che potrebbero perderli ancora una volta.
Questo è ciò che il mondo deve capire: la resilienza di Gaza non è una storia romantica, né una scelta facile. È il risultato di persone costrette a lottare per il più elementare dei diritti umani: il diritto all’esistenza.
Ciò che Israele ha fatto a Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale, ci ha costretti a mettere in discussione il significato stesso dei principi che il mondo sostiene di difendere. Che senso ha la giustizia se chi soffre viene lasciato senza protezione? E che valore hanno le leggi internazionali se i civili, gli ospedali, i giornalisti e i bambini rimangono in pericolo nonostante le tutele che quelle leggi dovrebbero garantire?
A Gaza, queste non sono più astratte questioni politiche o giuridiche. Sono domande che ci si pone ogni giorno sotto i bombardamenti, mentre si fa la fila per il pane, si cerca acqua potabile e si vive all’interno di fragili tende che non offrono protezione né dalle intemperie né dalla guerra.
Non stiamo solo cercando una spiegazione per ciò che ci sta accadendo. Stiamo cercando una spiegazione per il mondo stesso.
La popolazione di Gaza ha imparato che nessuno è al riparo dal pericolo. Giornalisti, medici, paramedici, squadre della protezione civile, bambini, donne, anziani e persone con disabilità si sono trovati tutti faccia a faccia con la stessa realtà: una vita che può essere messa in pericolo ovunque, in qualsiasi momento.
I giornalisti non si sono limitati a documentare la distruzione; l’hanno vissuta in prima persona. Molti hanno perso le loro case, le loro famiglie e i loro colleghi, eppure hanno continuato a portare con sé le loro telecamere e a documentare ciò che accadeva intorno a loro. Hanno pagato un prezzo immenso semplicemente per preservare la memoria di un luogo che il mondo, altrimenti, avrebbe potuto scegliere di dimenticare.
A livello personale, ho perso 54 membri della mia famiglia durante il genocidio. Sono stati tutti uccisi e interi rami della mia famiglia sono stati cancellati dall’anagrafe. Abbiamo pianto, abbiamo sofferto e abbiamo gridato sotto il peso di una perdita così immensa, ma non abbiamo mai abbandonato la nostra missione. Ho continuato a scrivere, a documentare e a raccontare al mondo la verità perché so che ogni storia che non viene raccontata è un’altra perdita, e che testimoniare ciò che è accaduto è diventato un dovere non meno importante della sopravvivenza stessa.
I medici e gli operatori sanitari hanno affrontato una realtà simile. Gli ospedali, che dovrebbero essere i luoghi più sicuri durante la guerra, sono diventati luoghi di paura e distruzione. Il personale medico ha continuato a lavorare in condizioni impossibili, curando i feriti con risorse estremamente limitate e affrontando lo stesso pericolo che minacciava proprio i pazienti che cercavano di salvare.
Che tipo di mondo trasforma gli ospedali in campi di battaglia? Che tipo di mondo arresta o prende di mira i medici mentre svolgono il loro dovere umanitario? E che tipo di mondo uccide i giornalisti nelle loro case, insieme alle loro famiglie, semplicemente perché portavano con sé una macchina fotografica invece di un’arma?
Non si tratta di episodi isolati. Fanno parte di una realtà molto più ampia in cui ogni limite che avrebbe dovuto proteggere i civili è stato superato.
Tra i capitoli più dolorosi di questa guerra c’è stata la fame.
Prima di questa guerra, era raro sentire parlare di bambini che morivano di fame nel mondo moderno. A Gaza, invece, la fame è diventata una realtà quotidiana. Non era più semplicemente l’assenza di cibo; è diventata una condizione che ha plasmato ogni aspetto della vita. È apparsa per prima sui volti dei bambini prima ancora che comparisse nei rapporti ufficiali. Era visibile nei loro corpi fragili, nell’esaurimento dei genitori e nella disperazione delle famiglie alla ricerca di qualcosa di semplice come il pane.
Camminavamo per strade dove le persone erano troppo deboli per riuscire a stare in piedi. I bambini piangevano per tutta la notte perché i loro corpi non riuscivano più a capire perché il cibo fosse scomparso dalla loro vita. Le famiglie condividevano le poche briciole che avevano, dividendo minuscole porzioni tra molte persone e cercando di convincersi che il domani poteva essere diverso.
Ma il domani portava sempre la stessa realtà.
Abbiamo seguito gli ordini di evacuazione e ci siamo recati in aree definite «zone umanitarie». Credevamo che potessero offrirci una certa protezione dalla violenza. Eppure, anche lì, le persone venivano uccise, le tende bruciate e le famiglie distrutte.
L’idea stessa di rifugio si è fatta fragile, e «sicurezza» è diventata una parola ripetuta nelle dichiarazioni ufficiali ma raramente vissuta da chi era in mezzo alla guerra.
Molti ricordano l’immagine della bambina Warda Jalal al-Sheikh, in piedi tra le fiamme, il fumo e la devastazione dopo che la tenda della sua famiglia era stata colpita e aveva preso fuoco. Diversi membri della sua famiglia sono stati uccisi mentre lei lottava per sopravvivere. La sua immagine è diventata un simbolo straziante di cosa significhi nascere in una realtà in cui il fuoco ti circonda prima ancora di aver avuto la possibilità di comprendere il mondo.
Molti ricordano anche il nostro collega, il giornalista Ayman al-Jadi, che stava aspettando sua moglie che dava alla luce il loro bambino. Avrebbe dovuto essere un momento di nuovi inizi, un momento per dare il benvenuto a una nuova vita. Invece, Ayman è stato ucciso mentre aspettava di conoscere suo figlio.
Come può il mondo comprendere una realtà in cui la morte raggiunge persino i momenti destinati a incarnare la speranza?
Queste storie non sono eccezioni. Sono scene che si ripetono all’infinito in un luogo dove il semplice fatto di restare in vita è diventato straordinario.
Anche dopo l’annuncio del cessate il fuoco, le sofferenze non sono certo scomparse.
In tutta Gaza, una nuova realtà ha cominciato a prendere forma con la continua espansione di quella che è ormai nota come la «Linea Gialla». Contrassegnate da blocchi di cemento gialli e da barriere militari, queste zone hanno ridisegnato la mappa della Striscia di Gaza, tagliando fuori l’accesso a vaste aree di territorio.
La Linea Gialla ha continuato a divorare altro territorio, arrivando a coprire quasi il 70 per cento della superficie totale di Gaza e separando le comunità dalle loro case, dai terreni agricoli e dai quartieri. Per molti palestinesi, queste barriere di cemento giallo non sono solo ostacoli fisici; rappresentano il proseguimento dello sfollamento con altri mezzi.
Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, le violazioni sono proseguite sotto gli occhi dei mediatori internazionali e del mondo intero. La natura della guerra potrà anche essere cambiata, ma il senso di insicurezza della popolazione è rimasto immutato. Il rumore dei bombardamenti potrà anche essersi affievolito in alcune zone, ma la paura di perdere ciò che resta non ha mai abbandonato i cuori delle persone.
L’espansione di questi confini solleva una domanda dolorosa: può davvero esserci un cessate il fuoco mentre la mappa di Gaza continua a rimpicciolirsi?
Per i palestinesi, le barriere gialle sono diventate il simbolo di una paura ancora più profonda: che le misure temporanee imposte durante la guerra diventino una realtà permanente, ridisegnando il futuro di un intero popolo.
Dopo mille giorni di genocidio, Gaza non può essere compresa solo attraverso il numero dei morti, dei feriti, degli sfollati o di chi è rimasto senza casa. Le statistiche contano perché rivelano la portata della devastazione, ma dietro ogni numero c’è una storia umana, una famiglia, un sogno, un ricordo e una vita stroncata.
La vera storia di Gaza non è solo una storia di distruzione. È anche la storia di persone che si sono rifiutate di scomparire.
È la storia di madri che hanno continuato a prendersi cura dei propri figli nonostante il dolore; di padri che hanno cercato cibo in circostanze impossibili; di medici che hanno continuato a lavorare nonostante la stanchezza; di giornalisti che hanno continuato a scrivere nonostante il pericolo; e di persone comuni che hanno ricostruito piccoli frammenti della loro vita anche quando tutto intorno a loro era crollato.
Questa resilienza non deve essere scambiata per un’accettazione della sofferenza. La capacità dei palestinesi di Gaza di sopravvivere non rende accettabile la loro sofferenza, né assolve da ogni responsabilità coloro che hanno permesso che questa realtà continuasse. La sopravvivenza non è la prova che le persone stiano bene. È la prova dell’immenso fardello che sono state costrette a sopportare.
Il mondo non dovrebbe vedere la resilienza di Gaza come un motivo per andare avanti e dimenticare ciò che è accaduto. Dovrebbe vederla come un motivo per porsi domande più difficili sulla giustizia, sulla responsabilità e sul valore che il mondo attribuisce alla vita umana.
Mille giorni di genocidio non sono solo il passare del tempo. Sono la memoria viva di un’intera generazione. Sono bambini che crescono con immagini di distruzione al posto dei normali ricordi d’infanzia, e famiglie che imparano a piangere i propri cari mentre continuano a lottare per sopravvivere.
Ciò che è accaduto a Gaza non deve diventare un altro capitolo che il mondo legge e poi chiude. Deve rimanere una testimonianza aperta, un monito su ciò che accade quando i principi internazionali vengono ignorati e la sofferenza umana diventa qualcosa che le persone osservano da lontano.
La resilienza di Gaza dopo mille giorni non può essere racchiusa in un servizio giornalistico o in un titolo. Merita di essere scritta nei libri di storia, non solo come testimonianza del dolore, ma come prova di un popolo che ha continuato a vivere nonostante ogni tentativo di spezzarlo.
Perché la storia di Gaza non riguarda solo ciò che le è stato fatto. Riguarda anche ciò che rimane dopo che tutto il resto è stato portato via.
Le case saranno anche state distrutte, le strade trasformate e i punti di riferimento familiari cancellati, ma la gente rimane, portando con sé i propri ricordi, i propri nomi, le proprie storie e la propria determinazione a essere vista e ascoltata.
Come giornalista di Gaza, so che ci sono innumerevoli storie che devono ancora essere raccontate. Dietro ogni edificio distrutto si nasconde la storia di una famiglia. Dietro ogni sedia vuota c’è qualcuno per cui piangiamo ancora. Dietro ogni sopravvissuto c’è una storia di resilienza che merita di essere ascoltata.
Alla fine, siamo ancora qui.
Stiamo ancora scrivendo.
Stiamo ancora documentando.
Stiamo ancora rendendo testimonianza.
Perché ciò che non è stato ancora raccontato su Gaza è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa il mondo abbia sentito finora.
Shaimaa Eid è una scrittrice che vive a Gaza. Ha contribuito con questo articolo al Palestine Chronicle.
https://palestinechronicle.substack.com/p/one-thousand-days-of-genocide-gazas
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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