
Cisgiordania: tutti questi bambini uccisi dall’esercito israeliano.
Assopace Palestina - Thursday, July 2, 2026di Luc Bronner,
Le Monde, 1° luglio 2026.
L’ONG israeliana B’Tselem ha documentato la morte di 54 minori dal gennaio 2025 e l’impunità dei soldati.
Il corpo di Sam Abou Haikal, 7 mesi, riposa per l’ultima volta in una moschea. A Hebron, il 6 giugno. LAURENCE GEAI/MYOP PER «LE MONDE»Mirare con la propria arma da guerra e il dito sul grilletto. Mirare a un bambino o a un adolescente al torace, alla schiena o alla testa, e non alle gambe. Quindi constatare che è crollato a terra e che sta perdendo sangue sull’asfalto o sul terreno. Non prestare alcuna assistenza. Impedire ai testimoni o ai familiari di prestare aiuto. Rallentare o bloccare le ambulanze e i soccorritori. In un rapporto sui minori uccisi dall’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, l’ONG B’Tselem identifica 12 casi di bambini e adolescenti gravemente feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dai soldati nel 2025 e poi lasciati senza cure, a volte per diverse decine di minuti, senza che ai soccorritori fosse permesso di intervenire: alla fine sono morti tutti.
Una pratica confermata dall’ONU e da numerose fonti palestinesi: dal 7 ottobre 2023, in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha impedito o rallentato i soccorsi in 240 occasioni, dopo aver colpito con colpi d’arma da fuoco minori e adulti, tutti deceduti a causa delle ferite riportate, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).
L’impatto che ha la disumanizzazione dei palestinesi si misura in questi momenti, in questi gesti e nelle successive decisioni prese dai soldati israeliani. Si misura anche nelle statistiche pubblicate dalle ONG o dalle organizzazioni internazionali, in particolare dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari umanitari (OCHA): tra gli oltre 1.100 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre figurano 225 minori. Una cifra paragonabile, per quanto riguarda bambini e adolescenti, al bilancio della seconda Intifada tra il 2000 e il 2005, nella Cisgiordania occupata (251 minori uccisi). Con una differenza fondamentale: negli ultimi anni in Cisgiordania occupata, territorio in parte amministrato dall’Autorità Palestinese – nemica accanita di Hamas, responsabile dell’attacco del 7 ottobre – non si è verificato alcun movimento di rivolta simile all’Intifada.
I morti in Cisgiordania non sono quindi vittime di una guerra dichiarata, come quella che ha avuto luogo in Libano, ma sono le conseguenze quotidiane della dittatura militare, denominata «occupazione», difesa da tutti i governi che si sono succeduti nello stato ebraico dal 1967. L’aumento dei morti palestinesi riflette quindi l’evoluzione delle pratiche di mantenimento dell’ordine. Il numero di bambini uccisi si attestava in media intorno ai 13 all’anno tra il 2005 e il 2021. Dal 2023 è salito a 87 all’anno.
«Una questione di routine»
«Da ottobre 2023, Israele sta conducendo un attacco su vasta scala contro ogni aspetto dell’esistenza palestinese in Cisgiordania. Ciò include una violazione ampia e sistematica dei diritti umani, in primo luogo il diritto più fondamentale: il diritto alla vita. La violenza letale e incontrollata, impiegata dalle forze armate israeliane e dalle milizie dei coloni, ha provocato un’escalation senza precedenti di omicidi di palestinesi», sottolinea B’Tselem.
L’ONG stabilisce un nesso tra le pratiche militari a Gaza e l’attacco terroristico che ha causato la morte di oltre 1.200 persone e il rapimento di 251 ostaggi. «Il forte aumento del numero di bambini uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane non può essere separato dai più di 21.000 bambini palestinesi che Israele ha ucciso nel corso del suo assalto genocida sulla Striscia di Gaza dall’ottobre 2023. Il fatto stesso che questo numero inconcepibile non abbia suscitato proteste o portato a un cambiamento di politica dimostra quanto la disumanizzazione dei palestinesi sia radicata nella mentalità degli israeliani. «Sono questi processi a rendere possibile una realtà in cui uccidere bambini è diventato una routine», scrive B’Tselem.
L’esercito respinge categoricamente queste accuse. Interpellato da Le Monde, si è limitato a rimandare alla propria smentita alle accuse mosse di recente da una commissione dell’ONU sulla sorte dei bambini a Gaza e in Cisgiordania. Sul campo, il discorso è meno chiaro: «Uccidiamo come non abbiamo ucciso dal 1967», ha recentemente spiegato il comandante dell’esercito israeliano nella Cisgiordania occupata, Avi Bluth, secondo quanto riportato dal quotidiano Haaretz – un riferimento alla Guerra dei Sei Giorni, durante la quale la conquista dei territori palestinesi fu accompagnata da violenze di massa contro i civili.
L’indagine di B’Tselem, una ONG israeliana indipendente, si basa sulle testimonianze e sulle informazioni raccolte da un team di otto investigatori in tutta la Cisgiordania occupata. Essa fa luce sulle circostanze in cui vengono utilizzate le armi da guerra, smentendo, con numerosi esempi, le affermazioni israeliane sull’esercito più morale del mondo. A cominciare dalla proporzionalità delle risposte. Sulla base delle proprie constatazioni, B’Tselem dimostra che, dei 54 bambini o adolescenti uccisi nel 2025, solo due minorenni sono stati uccisi mentre erano in possesso di un’arma da fuoco. Altri quattro avevano lanciato ordigni esplosivi improvvisati prima di essere abbattuti. Un altro aveva aggredito un ufficiale di polizia con un coltello.
«Ha sparato a sangue freddo».
La situazione è decisamente meno chiara per quanto riguarda gli altri casi. Il lancio di pietre contro carri armati o contro soldati ha comportato una pena di morte immediata in 13 casi. «Le nuove normative hanno consentito l’uso della forza letale anche contro individui in fuga dopo essere stati sospettati di aver lanciato pietre, pur non rappresentando più alcun pericolo – in violazione del diritto internazionale», osserva B’Tselem. I militari mirano spesso alla parte superiore del corpo. Anche in questo caso, i dati raccolti dall’ONU sono eloquenti: dal 7 giugno, più della metà dei palestinesi uccisi è stata colpita nella parte superiore del corpo, di cui oltre 120 alla testa.
L’esercito spara anche contro le auto, alimentando l’angoscia di tutti coloro che circolano sulle strade palestinesi. Il 7 giugno, un neonato di 7 mesi è stato ucciso da un militare a Hebron mentre si trovava nell’auto di famiglia. L’esercito israeliano ha inizialmente affermato che il veicolo aveva accelerato, ma poi ha ammesso che non era vero. «Il soldato era a 10 metri di distanza. Ci ha visti, ha visto l’interno dell’auto e ha sparato a sangue freddo», testimonia il padre, Fahd Abou Haikal, docente all’Università di Betlemme. A Lamoun, nel mese di marzo, alcuni membri della stessa famiglia, tra cui due bambini di 5 e 7 anni, erano stati uccisi in circostanze simili.
Ventuno minori sono stati uccisi pur non essendo coinvolti, secondo l’ONG. Come Ayman Taysir Al-Haymuni, 12 anni, ucciso da un proiettile alla schiena a Hebron, il 21 febbraio 2025, probabilmente sparato da oltre 50 metri, secondo le telecamere di videosorveglianza e gli elementi raccolti da B’Tselem. «Quando abbiamo visto i soldati, abbiamo cominciato a correre», racconta suo fratello, di 11 anni, ancora sotto shock. Sono stati sparati due colpi. Uno è entrato nella schiena e ha attraversato il corpo del ragazzo. «Uccidono bambini continuamente. Vogliono ucciderci tutti», si rammarica il padre, Nassar Al-Haymuni, impiegato nei servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese. «Il sistema non si limita a sostenere chi spara: di fatto, concede loro un permesso di uccidere», accusa Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Iselem.
La madre di Ayman Taysir Al-Haymuni, 12 anni, ucciso con un colpo di pistola alla schiena nel 2025. A Hebron, il 18 giugno. LAURENCE GEAI/MYOP PER «LE MONDE»Nonostante le dichiarazioni pubbliche, l’esercito israeliano non sanziona quasi mai i militari responsabili di questi atti. L’esercito utilizza il termine «terrorista» in modo molto estensivo, indipendentemente, o quasi, dalle circostanze. «Ogni palestinese è un terrorista fino a prova contraria: questo è il paradigma di Tsahal [l’esercito israeliano]», sottolinea Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking the Silence, un’altra ONG israeliana. Vengono annunciate indagini, ma molto raramente portano a risultati concreti. «La probabilità che una denuncia relativa a un danno causato a palestinesi da un soldato israeliano sfoci in un’incriminazione del soldato è solo dell’1,5%», afferma l’ONG Yes Din.
Minacce esplicite.
Alcuni familiari raccontano di essere stati vittime di minacce esplicite da parte dell’esercito o dei servizi segreti mentre cercavano di manifestare la loro rabbia. Una parte dei palestinesi preferisce non adire le vie legali per paura di misure di ritorsione. «Se sporgessi denuncia, questo cambierebbe qualcosa? No. Ma so già cosa succederebbe: sarei minacciato», spiega Kaen Nasa, padre di Mohammed, 17 anni, ucciso il 27 gennaio da una pattuglia ad Al-Dhahiriya. L’esercito ha riferito del lancio di una molotov, cosa che l’indagine di B’Tselem ha smentito.
La paura attanaglia interi villaggi. Alia Al-Hallaq, madre di Mohammed, 10 anni, ucciso il 16 ottobre 2025 ad Ar-Rihiya da un soldato che gli ha sparato da una distanza di diverse decine di metri, ha ritirato la denuncia. «Gli abitanti del villaggio ci hanno detto di farlo perché temevano che l’intero villaggio venisse punito», racconta questa donna indicando, in fondo alla valle, la tomba dove è stato sepolto suo figlio. Un video recuperato da B’Tselem è tuttavia esplicito: il soldato ha sparato in direzione del ragazzo senza che questi rappresentasse una minaccia.
L’esercito conserva i corpi di alcuni dei palestinesi che ha ucciso, una pratica autorizzata dalla Corte Suprema per poterli riutilizzare come merce di scambio con Hamas. Alla fine di aprile, 18 dei corpi dei minori uccisi nel 2025 erano ancora trattenuti dall’esercito. Altri continuano ad aggiungersi, mentre l’organizzazione islamista ha restituito tutte le salme degli ostaggi del 7 ottobre.
Un’ulteriore punizione per le famiglie. Dalla sua casa, Immar Lani Alarpe può vedere il luogo in cui suo figlio, Reda, di 15 anni, è stato ucciso il 21 giugno, a poche decine di metri in mezzo ai terreni di famiglia. A una certa distanza dall’insediamento vicino, contrariamente a quanto affermato dall’esercito. La madre ha sentito una «raffica». Poi più nulla. Il corpo, come quello di un secondo palestinese di 19 anni, è stato portato via dall’esercito, che vieta qualsiasi cerimonia funebre. Una tristezza infinita le invade il volto: «È un dolore indicibile non poter seppellire nostro figlio».
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.