Non c’è orgoglio nel genocidio: il Rome Pride respinge il pinkwashing mentre il massacro di Israele continua

Assopace Palestina - Saturday, June 13, 2026

di Michael Leonardi

Counterpunch, 12 giugno 2026.  

Fotografia di Matteo Nardone

Alla fine di maggio 2026, gli organizzatori del Rome Pride hanno lanciato un messaggio chiaro e coraggioso: non ci sarà spazio per la complicità con il genocidio. All’unica organizzazione ebraica LGBTQ+ italiana, Keshet Italia, è stato impedito di sfilare con un proprio carro alla parata del 20 giugno. La ragione era chiara e di principio: Keshet si è rifiutata di avallare il manifesto politico del Rome Pride, che condanna esplicitamente il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele e chiede una netta rottura con le politiche di occupazione, apartheid e sterminio dello stato sionista.

Questa decisione ha scatenato la prevedibile indignazione degli ambienti sionisti, che hanno immediatamente gridato all’antisemitismo. Ma la vera questione qui non è il pregiudizio: è la responsabilità. Il Pride è nato come un atto radicale di resistenza contro l’oppressione, non come una parata aziendale di “lavaggio arcobaleno” in cui i criminali di guerra possono sventolare bandiere arcobaleno mentre bombardano i bambini.

L’abominio del pinkwashing

Israele ha trascorso decenni a perfezionare l’arte del pinkwashing: sbandierando cinicamente la vivace (e pesantemente sovvenzionata) scena del Pride di Tel Aviv come prova della sua “democrazia liberale”, pur mantenendo il regime coloniale di insediamento più brutale sulla terra. Gli israeliani queer possono prestare servizio apertamente nelle forze di occupazione, ma i queer palestinesi vivono un doppio incubo: la violenza quotidiana dell’occupazione militare e le pressioni sociali conservatrici esacerbate da decenni di espropriazione e assedio.

A Gaza e in Cisgiordania, la sopravvivenza stessa è precaria. Le autorità israeliane hanno una storia documentata di ricatti ai danni di palestinesi queer vulnerabili per costringerli alla collaborazione, usando la loro sessualità come arma di controllo e tradimento. La distruzione del sistema sanitario di Gaza, gli attacchi mirati contro i civili e la campagna di fame hanno reso impossibile qualsiasi parvenza di esistenza queer sicura. In interi quartieri intere famiglie vengono spazzate via, gli ospedali ridotti in macerie e i bambini mutilati o resi orfani senza accesso alle cure di base.

Oltre 70.000 palestinesi sono stati massacrati dall’ottobre 2023, con altre migliaia mutilati, resi orfani e affamati. La campagna genocida di Israele si sta ora estendendo al Libano, con incessanti bombardamenti e incursioni terrestri che fanno salire il numero delle vittime e spingono la regione verso una guerra più ampia e catastrofica. Quando intere famiglie vengono cancellate e intere comunità sono distrutte, sventolare una bandiera arcobaleno sopra la carneficina non è un progresso: è un’oscenità morale.

Una presa di posizione necessaria

Gli organizzatori del Rome Pride hanno compreso questa realtà. Hanno subordinato la partecipazione all’opposizione al “genocidio in corso a Gaza da parte dello stato di Israele”. Non si tratta di discriminazione contro gli ebrei, ma di un rifiuto di qualsiasi normalizzazione dei crimini di stato israeliani. Gli individui ebrei sono i benvenuti a sfilare come parte della comunità più ampia, ma non come rappresentanti di un regime che perpetra omicidi di massa in diretta streaming mentre rivendica la superiorità morale attraverso una visibilità LGBT selettiva.

L’esclusione di Keshet Italia mette a nudo la linea di frattura che attraversa i movimenti queer globali: la solidarietà sarà coerente e basata sui principi, o si piegherà alle pressioni delle lobby sioniste e alla propaganda del pinkwashing? Una vera politica di liberazione non può ignorare selettivamente l’oppressione dei palestinesi — queer o meno — mentre celebra l’immaginario arcobaleno a Tel Aviv. Questa decisione impone un confronto, atteso da tempo, con i limiti delle politiche identitarie slegate dalla lotta anti-imperialista.

Il costo umano rende l’ipocrisia insopportabile. Il pinkwashing non salva vite; ricicla il sangue e distrae dalla violenza sistematica che rende la vita quotidiana un inferno per i palestinesi sotto occupazione.

Fotografia di Matteo Nardone

Le radici del Pride e la prova del nostro tempo

Il Pride è emerso dai moti di Stonewall e da decenni di lotta militante contro la violenza della polizia, l’esclusione sociale e la repressione statale. Non è mai stato pensato per essere neutralizzato in un consumismo consolatorio o in un marchio geopolitico al servizio di potenti interessi. La prova di oggi è se il movimento si opporrà alla più grande atrocità morale della nostra generazione o se si lascerà cooptare da coloro che traggono profitto dalla guerra senza fine e dalla pulizia etnica.

La decisione di Roma, per quanto controversa, ribadisce che il vero Pride deve essere anti-imperialista e anticolonialista nel suo nucleo. Non può fare pace con uno stato coloniale che pratica l’apartheid e il genocidio. Mentre la Generazione Gaza continua a mobilitarsi in tutta Italia e oltre – facendo pressione sui governi, bloccando i porti, interrompendo le spedizioni di armi e costruendo una vera solidarietà dal basso – questa presa di posizione a Roma invia un segnale potente: i giorni del pinkwashing incontrastato stanno volgendo al termine.

Non può esserci orgoglio senza giustizia. Niente bandiere arcobaleno sulle fosse comuni. Nessuna celebrazione dei “diritti LGBTQ” mentre i bambini palestinesi vengono bombardati e affamati – e mentre l’aggressione israeliana si espande in Libano con totale impunità.

Dal fiume al mare, la liberazione deve essere per tutti – o non è per nessuno. Il Rome Pride ha tracciato una linea necessaria nella sabbia. Il resto del movimento queer globale dovrebbe prenderne atto e seguire l’esempio.

Non c’è orgoglio nel genocidio.

Questo articolo è stato ispirato dal suggerimento e dall’interesse della mia figlia LGBTQ+ Val (Gaia) Leonardi, che ha ritenuto necessario uno sguardo più approfondito sul Pride e sul pinkwashing del genocidio dopo la controversia e il clamore sionista che hanno circondato il Roma Pride e la sua posizione di principio.

Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com

https://www.counterpunch.org/2026/06/12/there-is-no-pride-in-genocide-rome-pride-rejects-pinkwashing-as-israels-slaughter-continues/