
Il gorgo che ha avvolto Peppino Impastato
Jacobin Italia - Saturday, May 9, 2026
La morte di Peppino Impastato, militante della sinistra extraparlamentare siciliana ucciso il 9 maggio 1978, è andata incontro al singolare destino di essere stata dapprima trascurata, o addirittura denigrata come la conseguenza di un gesto terroristico; quindi, dopo il film di Marco Tullio Giordana, I Cento Passi (2000), sottoposta a tardiva riabilitazione oppure, addirittura, esaltazione. In particolare, nella seconda fase, è stata operata una ricostruzione arbitraria della figura di Peppino Impastato. Presentato come un campione di civismo e legalità (in senso borghese), leader carismatico che, grazie alle sue qualità taumaturgiche, riusciva a crearsi un seguito di coetanei rassegnati, ma in fondo destinati a perdere in una Sicilia ostaggio della piovra mafiosa.
Anche nel caso di Impastato, è invalso lo schema di eroicizzarne la figura, portandola fuori dall’ordinario, sulla falsariga delle narrazioni costruite intorno alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ridotti a icone dell’antimafia da cerimoniale che prevale oggi. Beato il paese che non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Mai fu più vero come nel caso dell’Italia contemporanea, dove il processo di eroicizzazione è direttamente proporzionale al vuoto progettuale e di classe politica che ci affligge.
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Redazione Jacobin Italia
Per questo motivo si rende necessario laicizzare la figura di Peppino Impastato, allo scopo di restituirgli il ruolo e lo spessore umano che la contraddistingueva. Per farlo, è necessario muoversi tra le due polarità menzionate, operando una ri-contestualizzazione della sua vicenda. La sua tragica morte, com’è noto, coincise col ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani. Un evento cruciale, che ancora oggi non è stato sufficientemente elaborato a livello politico. La cui portata fu enorme a livello internazionale, e che quindi, inevitabilmente, non poteva che adombrare la morte di un giovane militante siciliano della sinistra radicale.
Sono proprio l’orientamento politico di Impastato, il contesto locale di cui era originario, a costituire un elemento portante dell’insabbiatura del caso. Bisogna assumere consapevolezza del fatto che, in quegli anni, dell’esistenza, o quantomeno, della natura della mafia, dubitavano tutti. Ci volle l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel settembre 1982, affinché il parlamento approvasse l’introduzione, nel codice penale, dell’articolo 416-bis, che contempla il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Di conseguenza, che qualcuno promuovesse la lotta antimafia, che lo facesse organizzando una radio indipendente e che lanciasse iniziative di protesta partecipate, suonava alquanto dissonante per le narrazioni ufficiali dell’epoca.
Soprattutto, non coincideva con le rappresentazioni della Sicilia, dipinta come terra di emigrazione, rassegnata, subalterna al potere clientelare Democrazia cristiana, abbarbicata a costumi arcaici che venivano messi in relazione con la mafia. Letta più spesso come un’articolazione folkloristica dell’arretratezza dell’Isola che come il sistema di potere criminale complementare a quello ufficiale quale effettivamente era. Si fa presto a trarre le conclusioni: in Sicilia poteva solo esserci un terrorista, disadattato, che agiva da solo, e saltava in aria mentre piazzava un ordigno esplosivo. Insomma, si credeva più alla rappresentazione della realtà piuttosto che tentare di appurare la verità.
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A questo punto, entra in gioco la seconda polarità. Peppino Impastato come eroe solitario, campione della legalità. Come i giudici palermitani. Come Placido Rizzotto. Ma tutti questi eroi dovrebbero far sospettare: e se per caso, in Sicilia, c’è sempre stato un movimento antimafia diffuso, con cui vanno messi in relazione tutti questi sindacalisti, attivisti, magistrati, giornalisti che tentavano di opporsi alla borghesia mafiosa?
La figura di Peppino Impastato non rappresenta un fiore nel deserto. La Sicilia di quegli anni, dove lui comincia a fare politica, disponeva di un Pci che ancora teneva viva la memoria delle lotte contadine degli anni Quaranta, che denunciava, attraverso la figura di Pio La Torre, il sacco di Palermo. Il quotidiano L’Ora, controllato da Botteghe Oscure, da anni faceva nomi e cognomi, guadagnandosi una bomba piazzata sotto la sede dai Corleonesi e la lupara bianca di Mauro De Mauro. Nel 1972, Giovanni Spampinato, un altro giovane cronista de L’Ora, che era riuscito a denunciare le connessioni tra estrema destra e criminalità organizzata, era rimasto ucciso a Ragusa. A Catania, nel frattempo, Pippo Fava cominciava le sue inchieste sulla mafia che lo avrebbero portato alla morte nel 1984.
Peppino Impastato, tuttavia, si forma nella sinistra extraparlamentare palermitana di quegli anni, all’interno della quale si distinguono le femministe, e le numerose attività come le occupazione delle case popolari e l’organizzazione di reti di supporto alle famiglia sottoproletarie del centro storico e delle nuove borgate. Sarà proprio uno dei frutti di quella esperienza, il Centro Siciliano di Documentazione che porta il suo nome, fondato da Umberto Santino e da Anna Puglisi, a lottare, con successo, per riaprire l’inchiesta sulla sua morte. Anche il mondo cattolico cominciava a muoversi, col Centro Pedro Arrupe e la rivista Segno a dare vita a una think tank di pensatori eretici, che trovavano sponda nel cardinale Salvatore Pappalardo, schieratosi da subito contro la mafia.
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Da questo quadro, emerge che la Sicilia di Peppino Impastato, tutt’altro che rassegnata, possedeva quei fermenti in grado di produrre mobilitazioni civili e politiche che potevano mettere in discussione gli assetti di potere dell’epoca. Di conseguenza, la figura di Impastato è tutt’altro che un episodio isolato. Cosa mancò a quella Sicilia? Sicuramente una sponda politica robusta. Il Pci siciliano, anticipando gli scenari nazionali, si impelagò nel compromesso storico, disperdendo in breve un patrimonio politico che lo portava ad avere in Sicilia, fino ai primi anni Settanta, una quota di consensi elettorali superiori a quelli della media nazionale. Tra Roma e Milano, invece, si continuò a perpetuare la lettura coloniale della Sicilia e del fenomeno mafioso. Tanto che fu solo in seguito all’omicidio di un funzionario dello Stato originario del Nord che venne riconosciuta l’esistenza della mafia. Eppure, i delitti eccellenti, erano stati commessi anche prima di Dalla Chiesa. Ma non avevano suscitato lo stesso clamore politico-mediatico.
Naturalmente, il blocco di potere che predominava nella Sicilia di quegli anni aveva tutto l’interesse a perpetuare queste narrazioni dominanti, per difendere la loro rete di potere. Con la morte di Peppino Impastato e, in seguito, con quella di Pio La Torre, si perse l’occasione per lanciare un’antimafia sociale. Lasciando il terreno libero a quella istituzionale-celebrativa. Risucchiando Peppino in un gorgo dentro il quale, ne siamo sicuri, si sarebbe sentito a disagio.
*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).
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