
Come il Corsera tirò la volata alla repubblica
Popoff Quotidiano - Monday, April 20, 2026Un saggio di Dino Messina analizza il ruolo del quotidiano milanese nella questione istituzionale che seguì alla fine della II guerra mondiale
Dino Messina è giornalista e scrittore noto soprattutto per la sua lunga collaborazione con il Corriere della Sera, dove si è occupato in particolare di cultura, di storia del Novecento italiano, di memoria pubblica e del ruolo degli intellettuali e dei media nei processi politici e culturali.
All’interno di tali interessi si colloca La Repubblica nasce in via Solferino (Solferino, 2026, 223 pagine, 17,5 euro), in cui analizza il ruolo del Corriere della Sera nel passaggio dalla monarchia alla Repubblica, come si evince dal sottotitolo “2 giugno 1946. Quando il Corriere della sera ha fatto la storia”.
A 80 anni dal referendum che ha cambiato l’assetto politico e costituzionale del nostro Paese e in occasione del 150° anniversario del Corriere della Sera, il volume si inserisce nel solco della saggistica storico-giornalistica italiana con un obiettivo preciso: ricostruire il ruolo di questo quotidiano nella fase cruciale che condusse alla nascita della Repubblica nel 1946. Il libro si concentra in particolare sui quattordici mesi della direzione di Mario Borsa, figura chiave nel processo di orientamento del giornale verso una posizione apertamente repubblicana.
Il “demiurgo della Repubblica”, come lo definisce Marzio Breda nella prefazione, riprendendo forse le parole di Ugo La Malfa sulla soglia dei settantacinque anni, alla vigilia del 25 aprile 1945 viene scelto dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, e in particolare da Ferruccio Parri, per guidare il Corriere della Sera, che aveva dovuto lasciare alla fine del 1925 perché cancellato dagli organi professionali dalla dittatura fascista e arrestato due volte. L’energico giornalista si prepara a schierare il maggior quotidiano di informazione italiana, che egli dirigerà dal 25 aprile 1945 al 6 agosto 1946, a favore della causa repubblicana: rammaricato per la caduta del governo a guida azionista, mobilita la redazione, ignorando le pressanti richieste dei proprietari del Corriere, i fratelli Crespi, che vorrebbero un giornale schierato per la sopravvivenza della corona (p. 10), e si concentra sul grande obiettivo di far vincere la Repubblica.

Dopo un primo capitolo dedicato al Corriere nella transizione del fascismo alla democrazia, il saggio traccia il percorso politico e lavorativo di Borsa, definito “un radicale alla francese, un liberale all’inglese, un azionista, repubblicano, socialista, federalista” (p. 51), forte della pluriennale esperienza nelle testate anglosassoni, convinto assertore della libertà di espressione come il pamphlet del ’25 Libertà di stampa dimostra.
Per Borsa, la libertà di stampa rappresentava non soltanto un diritto formale, ma una condizione essenziale per il funzionamento di una società democratica, fondata sul pluralismo delle opinioni e sulla possibilità di un dibattito pubblico informato. In questa prospettiva, non era concepita come arbitrio o licenza, ma come responsabilità: il giornalista doveva operare nel rispetto della verità dei fatti, secondo pratiche di impegno etico e pedagogico, contribuendo alla formazione di un’opinione pubblica consapevole e autonoma. Nel contesto del 1945–1946, la sua direzione del Corriere della Sera si tradusse concretamente in una linea editoriale che promuoveva il dibattito politico e sosteneva la costruzione di un ordine democratico, anche attraverso una posizione esplicita a favore della Repubblica.
Con il terzo capitolo, “La lunga strada verso il referendum istituzionale”, il saggio di Messina entra nel vivo, intrecciando la macrostoria di Italia (ruolo del Vaticano incluso) in quei 15 mesi con la microstoria della testata giornalistica, restituendo un quadro vivido dell’Italia del dopoguerra, segnata da profonde divisioni territoriali e politiche. Particolarmente efficace è la descrizione del contesto sociale e psicologico dell’epoca, dominato da paure, speranze e incertezze, che contribuiscono a spiegare la complessità del passaggio dalla monarchia alla Repubblica.
L’autore mostra come gli editoriali di Borsa, da un lato abbiano fugato la paura del salto nel buio e incusso fiducia in un futuro repubblicano, dall’altro abbiano denunciato le malefatte del fascismo e le responsabilità della monarchia; fa emergere così come “dato inequivocabile” con un piglio quasi apologetico (p. 187) che le pagine del Corriere abbiano contribuito a quel 54,3% di voti a favore della Repubblica, la cui vittoria è annunciata proprio sul Corriere il 6 giugno con un titolo a nove colonne “È nata la Repubblica italiana” (p. 182).

Il capitolo finale, dal titolo “Un amaro commiato”, accompagna la fine della carriera giornalistica dell’anziano Borsa, rammaricato dall’ambiguità della nuova politica (p. 194) e osteggiato dalla proprietà del giornale, fino alla nota di addio al suo giornale e alla morte dei giusti, nel sonno, il 5 ottobre 1952, all’età di ottantadue anni.
La tesi centrale dell’opera è chiara e ben argomentata: la nascita della Repubblica italiana non fu soltanto il risultato di dinamiche politiche e militari, ma anche di un decisivo intervento culturale e mediatico. Messina dimostra come il Corriere della Sera, quotidiano di riferimento per la borghesia moderata, abbia contribuito in modo significativo a orientare l’opinione pubblica in favore della Repubblica, rompendo con la tradizionale prudenza liberale e assumendo una posizione esplicitamente politica.
Dal punto di vista metodologico, il volume si segnala per un approccio rigoroso ma accessibile. Messina si distingue per uno stile che, rifiutando la prosa difficile e il belletto inutile, combina rigore documentario e attenzione narrativa, spesso fondato sull’uso di fonti archivistiche, testimonianze e materiali giornalistici d’epoca, che non riporta in nota per non appesantire la lettura ma in una apposita sezione di Fonti e Bibliografia alla fine del saggio.
Uno dei punti di forza del libro è proprio la capacità di intrecciare microstoria e macrostoria: la vicenda interna del giornale si fonde con quella nazionale, mostrando come istituzioni mediatiche e trasformazioni politiche siano profondamente interdipendenti. Tuttavia, questa impostazione comporta anche un possibile limite: l’attenzione quasi esclusiva al Corriere rischia talvolta di ridurre la pluralità del panorama mediatico dell’epoca, lasciando in secondo piano il ruolo di altri attori e giornali. Ma d’altro canto l’autore, sin dal titolo, dichiara di concentrarsi su una unica testata.
Nel complesso, La Repubblica nasce in via Solferino è un saggio solido e ben documentato, che contribuisce a illuminare una dimensione spesso trascurata della storia italiana: quella del giornalismo come agente attivo nei processi di transizione politica. Più che una semplice ricostruzione storica, il libro si propone come una riflessione sul ruolo pubblico della stampa e sulla sua responsabilità nei momenti di crisi, offrendo spunti di grande attualità anche per il presente.
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