
Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede
Popoff Quotidiano - Wednesday, April 15, 2026Le scorte reggono, i mercati si adattano. Ma il vero punto critico non sarà solo energetico: sarà politico. E arriverà prima
Lo shock petrolifero più grande della storia è in corso da sei settimane. Gli ammortizzatori reggono. Ma hanno una scadenza. E il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato.
Quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz è la crisi energetica più grande della storia moderna. Il fatto che non lo sembri è esattamente il problema.
Il sistema di protezione costruito dopo il 1973 funziona abbastanza bene da attenuare lo shock mentre si produce. Ma così facendo ne attenua anche la percezione. E questo ci espone di più.
Partiamo dai numeri.
Open Italy – Per capire meglio l’Italia e il mondo.
Cosa ci insegnò il ‘73
Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, i Paesi arabi produttori tolsero dal mercato 4,5 milioni di barili al giorno. Il 7% dell’offerta mondiale. Bastò per produrre anni di stagflazione in tutto l’Occidente. In Italia le strade si svuotarono per sette domeniche consecutive per decisione del governo. La parola “stagflazione”, cioè inflazione e recessione insieme, entrò nel linguaggio comune.
Quella crisi ebbe anche un antecedente: la chiusura del Canale di Suez nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni. Per otto anni le navi furono costrette a circumnavigare l’Africa. Il mondo si adattò. Quando arrivò lo shock del 1973, però, non era pronto.
Oggi dallo Stretto di Hormuz sono bloccati 20 milioni di barili al giorno. Quasi tre volte l’embargo del ‘73. E non si tratta solo di petrolio: attraverso Hormuz passa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale e una quota enorme dei fertilizzanti globali. Quando si chiude lo Stretto, si inceppa insieme all’energia anche una parte decisiva della catena agricola e industriale mondiale.
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Iea, l’agenzia nata nel 1974 proprio in risposta al ‘73, lo ha detto senza attenuanti davanti ai giornalisti a Washington: “Il mondo sta affrontando la più grande sfida alla sicurezza energetica della storia. Riguarda il petrolio, il gas naturale, ma anche fertilizzanti, petrolchimici, elio e altre materie prime vitali. Nessun Paese, nessun Paese, è immune da questo problema”.
Eppure le strade sono ancora piene. Le stazioni di servizio non sono prese d’assalto. Il panico non si vede. È qui che la crisi cambia faccia.

Il sistema che ci protegge e ci acceca
Dopo il ‘73, il mondo costruì tre strumenti per evitare di trovarsi di nuovo senza difese.
Il primo sono le scorte strategiche. I Paesi Iea detengono oggi oltre 1,2 miliardi di barili di riserve. Ne stanno immettendo sul mercato 400 milioni: la più grande operazione della storia. Questo spiega perché i prezzi non abbiano quadruplicato come allora.
Il secondo sono le rotte e le infrastrutture alternative. L’Arabia Saudita sta dirottando una parte del suo greggio verso il Mar Rosso. Copre solo una quota del traffico ordinario, ma basta ad attutire l’impatto iniziale.
Il terzo è più difficile da vedere: i mercati finanziari. Nel 1973 i prezzi salivano quando mancavano i barili fisici. Oggi i mercati reagiscono soprattutto alle aspettative. Basta un annuncio di tregua per far crollare il Brent del 15% in una seduta, anche se Hormuz resta chiuso. I segnali di prezzo, cioè il principale termometro con cui le società percepiscono una crisi energetica, si muovono ormai con tempi e logiche che possono allontanarsi dalla realtà materiale.
Questo sistema regge. Ma proprio perché regge, ritarda la percezione del danno.
Il limite vero non è tecnico. È politico
Le riserve coprono 73-83 giorni di deficit netto. Con le scorte industriali si arriva a 109-124 giorni. Ma una crisi del genere non esplode quando i serbatoi arrivano a zero. Esplode prima, quando si esaurisce la tolleranza politica.
Bollette che raddoppiano. Industrie che fermano la produzione. Prezzi alimentari che salgono perché i fertilizzanti mancano o costano troppo. Il punto non è aspettare che le scorte si svuotino. Il punto è capire quando i governi smettono di reggere il costo economico e sociale della crisi. E quel momento arriva prima.
C’è poi un elemento che distingue questa crisi da tutte le precedenti: stavolta non c’è nessuna Arabia Saudita pronta ad aprire i rubinetti e compensare il buco. In ogni grande shock passato, dal ‘73 al Kuwait nel 1990 fino all’Iraq nel 2003, Riyadh aumentava la produzione e tamponava. Oggi anche l’Arabia Saudita ha margini molto più stretti: una parte del greggio può uscire dal Mar Rosso, ma non abbastanza da compensare un blocco prolungato di Hormuz. La principale rete di sicurezza del sistema energetico globale, questa volta, è dentro il problema.
Vale la pena aggiungere un dato tecnico che pesa più di quanto sembri. L’Iran non può semplicemente fermare l’estrazione e aspettare. I vecchi pozzi iraniani, se chiusi, rischiano danni permanenti per le infiltrazioni d’acqua. Teheran deve continuare a estrarre e deve continuare a esportare, in qualche forma. Questa non è solo una fragilità economica. È un vincolo strutturale che i negoziatori americani dicono di voler sfruttare nelle prossime settimane.
Lo storico Nicolas Mulder, della Cornell University, ha scritto che questa crisi rischia di fare agli Stati Uniti quello che Suez fece a Gran Bretagna e Francia nel 1956: mostrare che la superiorità militare non basta a garantire il controllo strategico. Si può vincere sul piano militare e perdere sul terreno decisivo.
La variabile che cambia il quadro
Mentre questo pezzo viene scritto, la situazione si è ulteriormente complicata. Trump ha annunciato un blocco navale: la Marina americana fermerà tutte le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani. L’Iran, in risposta, continua a bloccare il traffico commerciale che interessa l’Occidente. Il risultato concreto è che il flusso si restringe ancora. Gli americani lasciano passare solo cibo e medicinali, per evitare di colpire direttamente la popolazione civile iraniana.
La tregua scade il 22 aprile. I negoziati potrebbero riprendere: da parte iraniana c’è disponibilità, da parte americana arrivano segnali contraddittori. Trump ha detto pubblicamente che non gli importa se l’Iran tornerà al tavolo. Fonti americane sostengono che i contatti continuano sottotraccia.
Qui il punto non è prevedere l’esito. È capire che ogni giorno consuma riserve, accorcia il tempo politico disponibile e riduce il margine di manovra di chi vuole negoziare da una posizione di forza.
Perché riguarda anche noi
L’Italia non è il bersaglio diretto. Nel 1973 l’embargo era politicamente mirato contro l’Occidente. Oggi le economie più esposte sono quelle asiatiche: l’80% delle loro importazioni petrolifere passa da Hormuz. Il Vietnam ha meno di 20 giorni di riserve. Le Filippine hanno già introdotto una settimana lavorativa di quattro giorni.
Essere meno esposti non significa essere al sicuro. Significa che lo shock ci arriva in modo meno spettacolare e più lento: attraverso i prezzi dell’energia che si trasmettono all’industria, attraverso i fertilizzanti che si scaricano sui prezzi alimentari, attraverso le catene di fornitura che si inceppano. Un conflitto prolungato può spingere anche l’Italia verso la recessione tecnica entro la fine del 2026.
Le domeniche a piedi non torneranno. Ma il costo di questa crisi sì, e arriverà per altre strade.
Quello che i numeri ci dicono
Il paradosso di questa crisi è preciso: abbiamo imparato abbastanza dal ‘73 da costruire un sistema che attenua il colpo iniziale. Ma quel sistema funziona anche da anestetico: riduce la percezione della gravità dello shock mentre è in corso.
Lo shock più grande della storia petrolifera moderna è in corso. Gli ammortizzatori reggono.
Il cedimento, quando arriverà, non sarà annunciato. Non perché nessuno lo vedrà. Ma perché nel momento in cui diventerà visibile, sarà già tardi per prepararsi.
Popoff Quotidiano ringrazia Marco D'Auria. Open Italy, la newsletter che cura su Substack, racconta la politica, l’economia e la società italiana e internazionale con un’idea semplice: spiegare bene quello che conta, senza rumore. Se questo pezzo ti è stato utile, puoi iscriverti e condividerlo.The post Hormuz, peggio del ’73. Ma ancora non si vede first appeared on Popoff Quotidiano.
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