
Medio Oriente senza tregua
Popoff Quotidiano - Monday, April 13, 2026Chi vince e chi perde nel conflitto in Iran e in Libano. E cosa aspettarsi dai negoziati aperti in Pakistan
Se non fosse l’ignobile filmaccio che è stato, Senza tregua potrebbe essere preso a paradigma dello stop alla guerra che infiamma il Medio Oriente e con esso il mondo. Se non fosse la tragedia che è, la tregua sancita tra Usa e Iran con la mediazione del Pakistan, subito spezzata da Israele, potrebbe derubricarsi a ennesimo bluff di un conflitto senza capo e molte code. Invece non c’è pace tra i cedri, e neppure nel Golfo Persico, a dispetto di tregue reali o presunte tali, parafrasando un altro film, tra i maggiori del neorealismo, di Giuseppe De Santis. Alla vigilia della cancellazione della civiltà persiana, del ritorno dell’Iran all’età della pietra promesso da Trump, con il ricorso all’atomica come estrema ratio, sua maestà Donaldone I accetta il pacchetto (paccotto?) offertogli dagli iraniani per far cessare i bombardamenti. Tutti gli obiettivi militari sono stati raggiunti e superati, assicura adesso Big Don, e si può tranquillamente trattare coi “fottuti bastardi” che fino a poche ore prima si volevano cancellare dalla faccia della terra e dai libri di storia.
Chi dà le carte nel gioco a perdere
Bibi non ci sta e scatena sul Libano i bombardamenti forse più massicci della sua storia, tanto per far vedere chi dà le carte nel gioco a perdere scatenato dai due compari. E mentre il fu paese dei cedri piange altre migliaia tra morti e feriti, triste pedaggio all’ennesima spinta espansionista sionista spacciata per sicurezza nazionale contro quel che resta degli hezbollah filoiraniani, a Islamabad s’aprono i negoziati sui dieci punti proposti (imposti?) dagli iraniani per il cessate il fuoco. Una base trattabile, assicura il presidente Usa. L’ennesimo spariglio del mazzo da parte di un imperatore ormai fuor di senno, come il macellajo di tel Aviv a cui tiene bordone? Non a caso a Washington c’è – persino tra i fedelissimi – chi rispolvera la “teoria del pazzo” di Nixon per dire che è ora di farla finita con simili boutade. Ma dopo 38 giorni di una guerra dove nulla tornerà come prima, cosa resta sul campo? Chi sono i vinti, chi i vincitori, per ora? E soprattutto, che accadrà in Pakistan e nel mondo?
I dieci punti della discordia
Già le medaglie in petto sulla grisaglia verdenazi e la faccia d’Asim Munir, bel ceffo di feldmaresciallo a capo delle forze armate e già prima dei servizi segreti pakistani, la dice lunga sui mediatori e sulle finalità della tregua dietro cui si muovono ombre cinesi. Due settimane di sospensione dei bombardamenti in cambio di dieci punti. In sintesi: stop all’aggressione, revoca delle sanzioni economiche e abrogazione di quelle sancite dal Consiglio di sicurezza Onu, accettazione del programma di arricchimento dell’uranio a fini civili, controllo iraniano sullo stretto di Hormuz, pagamento dei danni di guerra, ritiro delle forze Usa dalle basi del golfo, cessazione delle ostilità su tutti i fronti, inclusi quello yemenita e libanese su cui Netanyahu fa orecchie da mercante. Se su quest’ultimo punto, già violato, s’annuncia il braccio di ferro tra i due compari, oltre che tra i contendenti, il resto non è così facile da digerire e soprattutto da spacciare per successo per gli Usa, ammesso che il negoziato vada in porto. Più che di vittoria, come strombazza Trump, parrebbe un pari e patta che ha il sapore della sconfitta per Donaldone e i suoi scherani.
Dove casca l’asino occidentale
Gli Usa, e obtorto collo Israele, sono stati costretti al tavolo della tregua – non certo della pace – forse perché hanno colpito i 13mila obiettivi stabiliti dalla deficienza artificiale o piuttosto perché bombe e missili sono prossimi a esaurirsi mentre gli arsenali iraniani sono ancora mezzi pieni e di questo passo c’è il rischio di non avere più nulla da opporre ai loro razzi e droni? Per Big Don sono stati un tale successo, questi 38 giorni di guerra, da vedere le basi Usa del Golfo operativamente distrutte, le infrastrutture energetiche degli alleati del golfo a pezzi e il traffico marittimo al collasso, con pesantissime ripercussioni a livello globale. E qui casca l’asino e il fardello dell’Occidente alla canna del gas: lo stretto si riaprirà, ai pasdaran piacendo, previo pedaggio da spartirsi con l’Oman, a rimborso dei danni di guerra. Non certo un vantaggio per le petroliere e le gasiere che attraverseranno lo stretto e per le tasche di tutti. Ma se nei paeselli in India e in Cina hanno sostituito i combustibili fossili con l’atavica merda di vacca, le cose vanno e andranno sempre più maluccio per noialtri occidentali, indipendentemente dall’esito dei negoziati.
Povera Italia, serva sciocca alla catena
Soprattutto per le tasche dei poveri italiani, anello debole e servi sciocchi alla catena, preoccupati più di un eventuale ripescaggio ai mondiali ai danni dell’Iran che di toglierci dai guasti d’una servitù senza fine. Tantomeno dei missili piovuti sulla base di Erbil o sui mezzi Unifil nell’inferno libanese. Quanto al paese degli ayatollah, semidistrutto dai bombardamenti, chiunque non sia asservito o in malafede vede come abbia tenuto botta sotto le bombe. Si può decapitare la testa, ma il regime affonda le sue radici in profondità sociali e culturali che gazzettieri e guerrafondai da salotto neppure sognano. E qui arriva a soccorrerci la storia, la sua totale inutilità. Se la conoscessero generaloni e teste calde, per non dir altro, e chi espone in bellavista bandiere dello scià, avrebbero saputo che la resilienza militare e la difesa modulare dei persiani non ha pari, dai tempi delle aquile imperiali romane che tentarono di soggiogarli. Crasso pensava che la conquista della Persia fosse uno scherzo per le sue legioni, finché a Carre prese la sveglia e perse la testa. Ma una testa l’aveva, il console che s’era fatto straricco facendo abbruciare le insule dei poveracci. Che l’abbiano certi novelli imperatori che incendiano il mondo è lecito dubitarne, fuor di pazzia.
Chi governa davvero l’America e il mondo?
Dopo la presidenza d’un povero demente, Rimbambiden, al paese che s’ostina a non recedere dalla sua volontà egemonica tocca d’essere guidato da uno scellerato ancora più furioso, e questo dovrebbe dirla lunga su chi governa davvero l’America, e il mondo che più non è né sarà, dopo questa guerra. E mostrare infine il vero volto di chi l’ha scatenata manu militari, Netanyahu, per brama di potere e salvaguardia delle proprie terga. Spiace dirlo ma le sue responsabilità non sono scindibili da quelle del paese che ha portato all’apice della potenza globale. Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, e soprattutto con il suo strapotere finanziario, mediatico e tecnologico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero. Parole forti che rievocano altri drammi e tragedie epocali? Certo. Ma davanti al lenzuolo funebre srotolato al Verano di Roma, coi nomi dei 18mila bambini palestinesi massacrati dai sionisti dal 2023 a oggi si deve, una volta per tutte, smetterla di pagare dazio alla vulgata dei massacratori e alla fola dei liberatori. Sarà piuttosto il caso di liberare la terra che ha dato i natali a Cristo da chi la tiene in ostaggio e noi con essa, o soccombere ai macellaj di turno. In nome della libertà, s’intende.
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