
García Márquez: l’America Latina fuori dal vicolo cieco dei sogni
Popoff Quotidiano - Saturday, April 11, 2026Nove premesse sull’identità e il futuro dell’America Latina a partire dalle idee di Gabriel García Márquez
Orlando Oliveros Acosta per Centro GaboNell’ottobre del 1997, un giornalista venezuelano intercettò Gabriel García Márquez nella hall di un hotel di Manhattan. Lo scrittore colombiano era di fretta e non era dell’umore giusto per concedere interviste, ma promise una conversazione di quindici minuti.
—A due anni dall’inizio del XXI secolo —gli disse l’intervistatore—, come vede la situazione dell’America Latina? Povertà, droga, violenza, corruzione… continueremo a essere un vicolo cieco dei sogni?
—Sì —rispose García Márquez—. Continueremo a essere un vicolo cieco dei sogni. Sarà così.
—Lo dice sul serio?
—Cosa vuole che le dica? Per rispondere a quella domanda ci vorrebbero così tante ore che il risultato della conversazione basterebbe a riempire un’enciclopedia in quattro volumi.
Fu una frase così scontrosa che al giornalista non restò altra scelta che passare a un’altra domanda. Ma Gabo aveva ragione: venendo da lui, una riflessione completa sull’America Latina avrebbe superato di gran lunga il quarto d’ora; poiché questo continente, lo stesso in cui si trova il suo paese natale e di cui proclamò la solitudine nel discorso del Premio Nobel, era una delle sue grandi ossessioni.
Lo scrittore in lingua spagnola più tradotto in questo XXI secolo era nato ad Aracataca e viaggiava con un passaporto rilasciato in Colombia, ma quando lo interpellavano sul luogo di provenienza, rispondeva che era originario della “patria latinoamericana”. «Sono giunto a un punto in cui, pur essendo colombiano e senza rinunciare a esserlo, mi sarebbe indifferente provenire da qualsiasi paese, purché fosse latinoamericano», disse al direttore del quotidiano di Antioquia *El Mundo* nel febbraio 1982. Sette anni dopo, nel dicembre 1989, dichiarò alla rivista *Semana*: «Che altro possiamo fare se non vivere e lottare insieme, anche se come cane e gatto? È il sogno di Bolívar, più attuale che mai: l’integrazione del continente. Per continuare a lottare insieme contro la morte nelle trincee della felicità, lottando per essere noi stessi, per più pace per sempre, per più tempo e migliore salute, più cibo caldo, più feste gustose, più di tutto ciò che è buono per tutti. In una parola: più amore».
L’idea di una vasta nazione continentale alla ricerca di un futuro promettente è stata ricorrente in molte interviste e interventi pubblici che García Márquez ha rilasciato alla fine del XX secolo. Ad esempio, l’8 marzo 1999 tenne a Parigi un discorso in cui invitava «i sognatori sotto i quarant’anni» ad assumersi il compito storico di risolvere i problemi dell’America Latina di fronte all’imminente arrivo del nuovo millennio. «Non aspettatevi nulla dal XXI secolo, perché è il XXI secolo che si aspetta tutto da voi», disse. «Un secolo che non viene già pronto, ma pronto per essere forgiato da voi a nostra immagine e somiglianza, e che sarà pacifico e nostro solo nella misura in cui voi sarete capaci di immaginarlo».
L’America Latina non era, quindi, un vicolo cieco dei sogni. Tutto il contrario: la sua ardua battaglia per definirsi e plasmare se stessa l’ha trasformata in una regione di sogni da realizzare e in un percorso che conduce verso il mondo, come la strada che unisce Macondo alle grandi invenzioni e che Úrsula Iguarán ha scoperto cercando di ritrovare suo figlio.
Nel marzo del 2026, data in cui ricorre il 99° anniversario della nascita di Gabriel García Márquez, la Fondazione Gabo ha elaborato nove premesse sul futuro e sull’identità dell’America Latina a partire dal pensiero dello scrittore colombiano. Non abbiamo scritto i quattro volumi enciclopedici che Gabo aveva immaginato, ma ne abbiamo fatto una sintesi.

1 Il futuro dell’America Latina richiede che tutti i latinoamericani possano capirsi nonostante la loro diversità
Lo sviluppo di un territorio così variegato come l’America Latina, in cui coesistono numerose culture, richiede che i suoi abitanti possano capirsi nei punti fondamentali. García Márquez ha fatto tutto il possibile affinché ciò avvenisse. In ambito giornalistico, per contribuire alla formazione di una società critica e meglio informata, nel 1994 ha creato la Fondazione del Nuovo Giornalismo Iberoamericano (l’attuale Fondazione Gabo). D’altra parte, ha cercato l’integrazione culturale del continente attraverso il cinema con la Fondazione del Nuovo Cinema Latinoamericano e la Scuola Internazionale di Cinema e Televisione di San Antonio de los Baños, due istituzioni che ha creato rispettivamente nel 1985 e nel 1986. Ha persino promosso la redazione di un dizionario che raccogliesse tutta la terminologia cinematografica in uso nell’America Latina col proposito di facilitare la comunicazione tra cineasti di varie nazionalità e stimolare le co-produzioni internazionali.
Nel maggio del 1988, convinto che i latinoamericani avrebbero finito per considerare il proprio territorio come una nazione continentale, García Márquez rivelò alla rivista Cambio 16 la seguente profezia: «Tra cento anni, l’America Latina sarà l’America Latina di Bolívar: un’unità regionale fondata sui valori di ciascun paese. Anche il Brasile si sarà consegnato completamente a quell’America Latina e il suo portoghese sarà una delle lingue sorelle della regione. Nonostante le differenze (…) ci capiremo tutti».
2 La ricerca della felicità dell’America Latina è una questione che guarda avanti, non al passato
«L’unica cosa che mi interessa è che l’America Latina vada avanti e non indietro. Siamo alla ricerca della felicità», disse García Márquez al giornalista venezuelano che lo intervistò a Manhattan nell’ottobre 1997. Con ciò, l’autore colombiano riassumeva un’idea che stava sviluppando sin da quando pronunciò il suo discorso per il Premio Nobel: l’interpretazione della realtà latinoamericana con schemi obsoleti e estranei ad essa ha impedito il vero sviluppo economico e sociale del continente. Di fronte a ciò, i latinoamericani devono proporre forme di governo nate all’interno dei propri contesti sociopolitici. Conoscere la storia è importante per non ripetere gli errori del passato, ma occorre un modo di pensare autentico e innovativo per attuare vere trasformazioni sociali.
«Tutta l’America Latina deve essere analizzata di nuovo e a fondo per non continuare ad agire su realtà che non hanno più nulla a che vedere con quelle di un secolo fa», affermò Gabo in un’intervista concessa a *Proceso* nell’aprile del 1989.
3 L’identità latinoamericana si apprende anche fuori dall’America Latina
È possibile scoprire la latinoamericanità lontano dall’America Latina. È quanto accadde a García Márquez quando visse a Parigi a metà degli anni Cinquanta. La via dell’hotel in cui alloggiava, situata nel Quartiere Latino, era piena di latinoamericani in esilio a causa dei regimi dittatoriali dei loro paesi. Era un’epoca di dittatori: Gustavo Rojas Pinilla governava la Colombia; Manuel Odría, il Perù; Alfredo Stroessner, il Paraguay; Rafael Leónidas Trujillo, la Repubblica Dominicana; Fulgencio Batista, Cuba; Anastasio Somoza, il Nicaragua, e Marcos Pérez Jímenez, il Venezuela. Intriso da quelle circostanze storiche simili, la convivenza con altri latinoamericani suscitò in García Márquez un sentimento di fratellanza che non aveva mai provato in Colombia.
«Quando si pensa a come il mondo sia pieno di cileni, argentini, uruguaiani, brasiliani, colombiani, ecc., che sono esiliati forzati, volontari o semplicemente andati via, bisogna riconoscere che quel fenomeno, invece di essere un fattore di dispersione, è un elemento di integrazione. I latinoamericani all’estero hanno imparato a conoscersi e hanno scoperto il continente», affermò lo scrittore diversi decenni dopo, in un’intervista concessa nel 1982.
4 Per un latinoamericano, tutte le ingiustizie che avvengono in ciascun paese latino americano sono sono una questione che lo riguarda da vicino
In «Cent’anni di solitudine», dopo lo scoppio della guerra civile e l’assunzione del comando delle truppe liberali da parte del colonnello Aureliano Buendía, c’è un momento in cui Aureliano e il suo esercito lasciano il proprio paese per unirsi al federalismo trionfante in altre repubbliche dei Caraibi. Il primo essere umano nato a Macondo accresce la sua leggenda all’insegna dell’unificazione delle forze liberali d’America e combatte battaglie per spazzare via i regimi autoritari dall’Alaska alla Patagonia.
Questo episodio rappresenta, in chiave letteraria, l’utopia della solidarietà che García Márquez desiderava per l’America Latina. Secondo lo scrittore, la forma più elevata di coscienza politica di un latinoamericano è quella che non solo dimostra interesse per i problemi di ordine nazionale, ma agisce anche contro le ingiustizie e i conflitti sociali che affliggono gli altri paesi del continente, non più attraverso la lotta armata del colonnello Aureliano Buendía, ma attraverso l’esercizio democratico e il pensiero critico.
«Una vera solidarietà con i nostri sogni e le nostre speranze dovrà concretizzarsi in atti di sostegno ai popoli che aspirano a una vita propria nella ripartizione del mondo e all’esistenza di un autentico legame universale», ha dichiarato Gabo al Correo de la Unesco nell’ottobre 1991.
5 Per gli artisti e i narratori del continente, i riconoscimenti internazionali sono un’opportunità per promuovere discorsi a favore dell’America Latina
Nel 1971, poco dopo che Gregory Rabassa avesse tradotto “Il paese dei sogni” in inglese, la Columbia University assegnò a Gabriel García Márquez un dottorato honoris causa per i suoi contributi alla letteratura. All’inizio, lo scrittore colombiano si rifiutò di ricevere l’omaggio, ma diversi amici lo convinsero ad accettarlo. Così riuscì a ottenere un visto speciale che gli permise di entrare a New York per una settimana.
Durante la cerimonia, accadde qualcosa che commosse profondamente Gabo: davanti a lui c’era un’importante comunità di latinoamericani che aveva invaso il campus e gli gridava, con orgoglio, slogan politici a favore dell’America Latina. Fu in quel momento che concluse che la fama che stava iniziando a guadagnarsi come romanziere doveva essere utile alle sue idee sull’America Latina.
Guidare attraverso la fama, questa era la sua nuova scommessa. «Cosa devo fare per dare una funzione utile al fatto che mi riconoscono per strada, che le cose che dico hanno una certa importanza, che alle persone che conosco piace conversare con me?», si chiese in un’intervista radiofonica del 1976. «Credo di aver trovato la soluzione giusta: metterò questa fama al servizio della liberazione dei paesi dell’America Latina. Credo che sia il dovere di ogni latinoamericano, tanto più di un latinoamericano famoso».
Quando l’Accademia Svedese gli assegnò il Nobel, García Márquez approfittò di quel riconoscimento per trasformare la cerimonia di consegna del premio in un atto politico in cui pronunciò un discorso intitolato “La solitudine dell’America Latina”, nel quale esigeva dalle potenze straniere il rispetto dell’autodeterminazione dei paesi latinoamericani.
6 La realtà non è costituita solo da tutto ciò che possiamo spiegare razionalmente, ma anche dai miti, dalle credenze e dalle superstizioni della gente
García Márquez era solito insistere sul fatto che la componente magica delle sue storie non fosse frutto della sua immaginazione privilegiata (né del surrealismo), ma derivasse dalla realtà stessa. «Dicono che io abbia inventato il realismo magico, ma io sono solo il notaio della realtà. Non ci sono cose reali che devo scartare perché so che non si possono credere», affermò in un’intervista a El País nel dicembre 1995. «Il mio non è realismo magico, ma semplice realismo. Realismo puro e semplice. È copiato dalla strada», disse in un’altra intervista, questa volta a La Nación nel maggio 1984.
Grazie alle molteplici culture che la compongono, l’America Latina possiede una realtà che supera i limiti imposti dalla scienza e dal pensiero cartesiano. A ciò che va oltre la ragione, Gabo lo chiamò “pararrealidad”, ed è costituita dai miti, dalle leggende, dai presagi, dai segni e dalle premonizioni che esercitano un’influenza decisiva sulla vita dei latinoamericani. È l’accesso privilegiato alla realtà teorizzato da Alejo Carpentier nella prefazione del suo romanzo Il regno di questo mondo. «La realtà in America Latina, la realtà in cui viviamo, in cui siamo cresciuti, quella che ci ha formato, si confonde quotidianamente con la fantasia», affermò García Márquez nel 1967 durante una conversazione con un giornalista di Enfoque Internacional, in riferimento agli eventi straordinari e quotidiani che si verificavano a Macondo.

7 L’America Latina ha bisogno di una cittadinanza che difenda la democrazia, l’uguaglianza e l’autonomia politica
Sebbene la sua storia politica sia costellata di dittatori e governi totalitari, l’America Latina è fatta per la democrazia. Così la pensava García Márquez. «Sono assolutamente convinto che in America Latina esista una vocazione democratica che finirà per imporsi», disse in un’intervista concessa nel 1982. Tuttavia, chiarì che, affinché ciò accadesse, doveva esistere una cittadinanza che vegliasse sui principi che consentono l’esercizio democratico.
Nel 1989, in un lungo reportage realizzato dal giornalista spagnolo Juan Luis Cebrián, lo scrittore colombiano ha offerto la sua definizione di rivoluzione democratica nel continente. Disse: «Se in America Latina si raggiungerà una maggiore indipendenza nazionale dei paesi non solo rispetto agli Stati Uniti, ma rispetto a qualsiasi altro centro di potere internazionale; se si raggiungerà una maggiore democratizzazione interna, non solo per quanto riguarda le possibilità di espressione democratica, ma anche nel controllo e nella distribuzione della ricchezza, nello smantellamento delle oligarchie e delle loro alleanze con i poteri stranieri, se si raggiungerà tutto questo, sarà una rivoluzione».
8 Di fronte alle avversità, i latinoamericani rispondono con il potere della loro immaginazione
Di fronte alla discriminazione, alla violenza, alla corruzione, alle catastrofi naturali o alle crisi umanitarie, i latinoamericani resistono con il muscolo della loro immaginazione. «La creatività in America Latina sta vivendo, senza ombra di dubbio, uno dei suoi momenti migliori», affermava García Márquez. «Si crea al di là della censura, senza soldi e persino in esilio».
Prima o poi, questa resilienza creativa, che abbraccia le espressioni musicali, lo sport, la letteratura e la gastronomia, porterà a una rivoluzione senza precedenti. Senza immaginazione, nessun atto politico potrà essere veramente rivoluzionario. «Una rivoluzione deve essere creativa, altrimenti smette di essere una rivoluzione», ribadì Gabo in una conversazione con Ángela Saballos nel giugno del 1981. «Una rivoluzione creativa deve mobilitare tutte le facoltà vitali, le più nascoste, le più represse, le più ignorate dall’uomo».
9 La questione dell’identità latinoamericana richiede sempre risposte etiche
C’è un attributo che distingue i latinoamericani dagli altri abitanti del mondo: il crescente bisogno di sapere chi sono. I latinoamericani esistono nella misura in cui sono sempre alla ricerca del modo migliore per definirsi. Per questo, di fronte all’eterna e inesorabile domanda sull’identità, García Márquez suggerì una condizione molto semplice: che ogni risposta in tal senso, qualunque sia il suo contenuto, sia regolata dall’etica. «Una delle cose che bisogna sottolineare ancora una volta sono i principi etici», disse lo scrittore in un’intervista del 1991 concessa a Caracol Radio. «Vale a dire, l’esercizio dell’etica in ogni momento, in ogni momento della professione».
Con i giornalisti latinoamericani fu più specifico. Nel discorso intitolato «Il miglior mestiere del mondo», pronunciato nel 1996 dinanzi alla cinquantaduesima Assemblea della Società Interamericana della Stampa, egli avvertì: «Tutta la formazione deve poggiare su tre pilastri fondamentali: la priorità delle attitudini e delle vocazioni, la certezza che l’inchiesta non è una specialità del mestiere, ma che tutto il giornalismo deve essere investigativo per definizione, e la consapevolezza che l’etica non è una condizione occasionale, ma deve accompagnare sempre il giornalismo come il ronzio accompagna il moscerino».
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