
Se Orbán perdesse sarebbe un colpo contro l’estrema destra europea
Popoff Quotidiano - Saturday, April 11, 2026Ma l’uscita di scena del primo ministro, amico di Washington, Mosca e Pechino, non basterà a risolvere le contraddizioni del progetto europeo
Fabien Escalona su MediapartIl migliore amico degli oppositori dell’Unione europea (UE) sarà riconfermato alla guida dell’Ungheria? È questa una delle poste in gioco nelle elezioni legislative di domenica 12 aprile in Ungheria, con le quali Viktor Orbán cerca di ottenere un quinto mandato consecutivo come primo ministro. La sua sconfitta, che sembra non essere mai stata così vicina, avrebbe una risonanza ben oltre i confini del paese dell’Europa centrale, che conta 9,5 milioni di abitanti.
Lo dimostra l’elenco delle personalità venute a sostenerlo: Marine Le Pen per l’estrema destra francese, ma soprattutto il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J. D. Vance per l’amministrazione Trump. Martedì 7 aprile a Budapest, il numero due dell’esecutivo statunitense ha così lodato i meriti di Orbán nel servire la «difesa della civiltà occidentale», e ha messo in linea al telefono lo stesso Trump, che ha dichiarato in diretta: «Mi piace questo Viktor, mi piace l’Ungheria».
Si capisce l’entusiasmo dell’inquilino della Casa Bianca. L’Ungheria rappresenta un punto nevralgico per la creazione di una rete tra i movimenti nazional-conservatori attraverso l’Atlantico. In questo senso, il governo di Orban è divenuto una testa di ponte della nuova strategia di sicurezza nazionale degli USA, dichiaratamente ostile ai diritti universali e determinata a contrastare la presunta decadenza europea, allineando il Vecchio Continente ai propri interessi e alle proprie preferenze ideologiche.
«Dal punto di vista ideologico, non è solo un tramite, ma un vero e proprio ispiratore», sottolinea Arthur Kenigsberg, presidente del think tank Euro Créative e autore di *L’Europa dell’Est non esiste* (Eyrolles, 2025). È stato uno dei primi a mettere in atto questo tipo di regime che è stato definito “democrazia illiberale”, e che consiste nello smantellare lo Stato di diritto, l’indipendenza del sistema giudiziario, il pluralismo dei media… in nome dell’efficienza e della sovranità».
Un pioniere dell’«autocratizzazione» delle democrazie
Altrove nell’Europa centrale, come in Polonia, e ormai anche nel cuore della prima potenza mondiale, altri leader si sono infatti ingegnati a far saltare ogni ostacolo al potere dell’esecutivo, ritenendo di avere piena legittimità grazie alla sola consacrazione del suffragio universale. Il termine stesso di «democrazia illiberale» è del resto insidioso, in quanto eufemizza un fenomeno di autocratizzazione, la cui inquietante portata globale è ormai ben documentata.
«Sul piano simbolico, la caduta di Orbán sarebbe un’immensa vittoria sull’autoritarismo», ritiene l’eurodeputata socialista Chloé Ridel. «È stato all’avanguardia dell’ascesa delle destre identitarie e ha teorizzato la loro unificazione attorno al triplice rifiuto dell’immigrazione, della causa LGBT e dell’ecologia. Allo stesso modo in cui la sua vittoria fu annunciata nel 2010, possiamo sperare che la sua sconfitta sia l’annunciazione di una nuova stagione, nella quale gli elettorati si rivoltino contro le disillusioni materiali causate da questo tipo di potere».
«Se viene sconfitto e accetta la sconfitta, il che rappresenta già due condizioni incerte, queste elezioni in Ungheria avranno un impatto estremamente forte», concorda l’eurodeputata di Renew Nathalie Loiseau. Segnerebbero il fallimento non solo di Orbán, ma di tutti coloro che sono accorsi in suo aiuto negli ultimi tempi. Anche se i governi di altri paesi rimanessero problematici, ad esempio in Slovacchia e forse domani in Bulgaria [dove si terranno le elezioni il 19 aprile – ndr], ciò sarebbe la prova che l’inesorabile avanzata dell’estrema destra non è una fatalità».
Lo storico Sylvain Kahn, autore di un recente saggio intitolato L’Europe : un État qui s’ignore (CNRS éditions), sottolinea tuttavia che, finora, «il calcolo di Orbán ha funzionato». Questo consisteva nell’agire all’interno del sistema europeo, contestandolo ma rimanendovi, come agente di collegamento tra l’ala destra del Partito Popolare Europeo (PPE, conservatori) e i partiti della destra radicale ed estrema. Di fatto, questi ultimi formano talvolta maggioranze alternative, con grande disappunto del centro-destra e del centro-sinistra europei, abituati a co-gestire l’UE senza i loro «radicali» alleati.
«In sedici anni, l’“orbanizzazione” si è sviluppata», osserva Sylvain Kahn. «Questo leader ha fatto scuola, facendo uscire l’eurofobia dalla sua marginalità. Per la maggior parte dei partiti della grande famiglia dell’estrema destra, l’esistenza dell’UE in quanto tale non è più davvero oggetto di dibattito». Secondo lo storico, quelle stesse forze son ormai capaci di utilizzare l’UE come una “risorsa” – certamente di natura monetaria, come dimostrano le pratiche nepotistiche del regime di Orbán ben descritte dal Financial Times, ma anche politica, in quanto spazio di difesa di un’identità occidentale esclusiva e intollerante.
La migliore «risorsa» russa in Europa
Ma se tante capitali europee sperano in una sconfitta di Orbán, è anche perché egli intrattiene stretti legami con le altre due potenze neo-imperiali: la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. I leader dell’UE erano del resto rimasti sconcertati dal fatto che il primo ministro ungherese si fosse recato immediatamente in visita diplomatica a Pechino e Mosca, nel luglio 2024, quattro giorni dopo aver assunto la presidenza di turno del Consiglio.
«È il cavallo di Troia di Mosca più efficace in Europa», afferma Arthur Kenigsberg. «Ma aggiungerei anche che è un cavallo di Troia di Pechino. È in Ungheria, il cui regime opaco si adatta perfettamente alle autorità cinesi, che queste ultime realizzano alcuni dei loro maggiori investimenti diretti all’estero, in particolare nella costruzione di una ferrovia tra Budapest e Belgrado. Eppure le infrastrutture sono una questione di sovranità. In definitiva, Orbán si trova all’incrocio dei tre principali regimi che vogliono destrutturare l’Europa».
È sul dossier ucraino che il potere di blocco di Orbán, che beneficia del diritto di veto degli esecutivi in alcune materie sensibili in seno al Consiglio, è il più spettacolare dall’invasione su larga scala del febbraio 2022. «Tutto è iniziato nel 2023 con il Fondo europeo per la pace, che l’Ungheria ci ha impedito di utilizzare per sostenere Kiev», racconta Nathalie Loiseau. «Da lì sono scaturite le discussioni sul congelamento dei beni russi e, ora, sul prestito di 90 miliardi all’Ucraina, che Orbán ha deciso di bloccare».
Il pretesto di questo veto è stato l’impossibilità di riparare l’oleodotto Druzhba che rifornisce l’Ungheria di petrolio russo – una delle esenzioni che il primo ministro ungherese si era riservato, mantenendo volontariamente una dipendenza mentre si sarebbero potute esplorare alternative grazie alla Croazia. Viktor Orbán ne ha fatto un argomento di campagna elettorale per presentarsi come un sostenitore della pace di fronte a un’Ucraina destabilizzante e a un’UE in preda alle passioni belliche.
A queste gesta e alla propaganda si aggiungono un blocco sul ventesimo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia e, soprattutto, le rivelazioni sensazionali secondo cui il ministro degli Esteri ungherese si coordinava direttamente con il suo omologo russo durante i Consigli europei relativi a tali sanzioni. «Un tradimento dell’esigenza di solidarietà che si impone tra i paesi dell’Unione europea», ha recentemente dichiarato Jean-Noël Barrot, ministro degli Esteri francese.
Un’eredità avvelenata
Se Orbán dovesse rimanere al potere, la maggior parte dei Venti-Sei ne sarebbe certamente esasperata, e la ricerca di mezzi per aggirare Budapest potrebbe accelerare Se invece dovesse rinunciarvi e cederlo al suo principale avversario, Peter Magyar, un conservatore che intende normalizzare i rapporti con Bruxelles, tutte le difficoltà che ha creato ai democratici e ai filoeuropei non verrebbero risolte come per magia.
Senza una maggioranza dei due terzi nel Parlamento ungherese, Peter Magyar non potrà abrogare le leggi costituzionali grazie alle quali il campo di Orbán ha politicizzato lo Stato a proprio vantaggio. «È proprio questo il paradosso dello smantellamento di un regime semi-autoritario: un esecutivo deve essere forte per portare a termine questo compito», osserva il politologo Jacques Rupnik. Lo stesso fa notare che in sedici anni al potere, Orbán ha bloccato il sistema istituzionale in modo ancora più forte rispetto ai nazional-conservatori in Polonia, dove il campo liberale è in difficoltà.
Nell’Europa centrale, un’eventuale sconfitta di Orbán lascerebbe inoltre al potere Robert Fico in Slovacchia, ex membro della famiglia socialdemocratica che ha seguito il suo modello di governance, mentre nella Repubblica Ceca è il demagogo Babiš ad aver vinto le ultime elezioni e a governare in coalizione con un partito di estrema destra. Nessuno dei due leader ha tuttavia la statura del primo ministro ungherese, ed entrambi devono affrontare sfide interne che frenano il loro potenziale potere di disturbo nell’UE.
«Se Orbán perdesse, sarebbe uno degli ultimi attori della transizione democratica del 1989 a scomparire dalla scena regionale, osserva Jacques Rupnik. Da allora, ha contraddetto i principi di questa transizione e ciò che aveva unito il Gruppo di Visegrád [una piattaforma di cooperazione tra Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia – ndr]. All’epoca si trattava di smantellare il dominio russo, evitare le derive nazionaliste del periodo tra le due guerre e garantire l’ancoraggio all’UE. Orbán ha cercato di ribaltare i fondamenti di questo raggruppamento, conferendogli una base nazional-conservatrice ed euroscettica. »
A questo punto, le divergenze di opinione sull’imperialismo russo hanno fatto fallire questo tentativo. Un cambio di governo a Budapest lo ostacolerebbe definitivamente. Al di là del gioco centro-europeo, è nell’insieme dell’UE che una vittoria di Magyar potrebbe avere conseguenze. Non spettacolari, nella misura in cui l’avversario di Orbán rimane un candidato piuttosto ostile all’immigrazione e poco desideroso di impegnarsi in un aiuto militare diretto all’Ucraina. Ma almeno non sarà sleale in seno al Consiglio e non coltiverà un atteggiamento conflittuale.
«Orbán è l’artefice di un fronte unito dell’estrema destra», insiste Chloé Ridel. «È il vero leader, e la sua caduta creerebbe una frattura in questo fronte, oltre che nelle ingerenze di Trump e Putin all’interno delle istituzioni europee. Anche se i deputati del Fidesz [il partito di Orbán – ndr] e quelli del Rassemblement National siedono nello stesso gruppo al Parlamento europeo, non sarà Jordan Bardella a riprendere questo ruolo».
«Dato che Bardella è spesso assente», osserva da parte sua Nathalie Loiseau, «il gruppo dei Patrioti è gestito quotidianamente dalla sua prima vicepresidente, che è ungherese. Pur essendo pochi, i deputati del Fidesz spesso impongono al gruppo le loro linee di voto, in un’ottica fortemente filo-russa e anti-ucraina. Inoltre, si fanno volentieri portavoce dei desiderata statunitensi in materia di deregolamentazione digitale, inveendo contro la presunta censura europea in materia, con uno stile retorico molto “Maga”.»
Oltre alla sconfitta simbolica e alla fine di una strategia di blocco in seno al Consiglio, un cambio di governo a Budapest potrebbe quindi avere un effetto di disorganizzazione nel campo dell’estrema destra europea.
Tuttavia, la china su cui si è incamminato il PPE non dovrebbe impedirgli di perseguire le sue alleanze di ripiego per imporre meglio le sue scelte, che minano l’interesse generale europeo in materia ecologica e sociale, ai liberali e ai socialdemocratici. E sappiamo bene quanto sia duratura la forza propulsiva dell’estrema destra, che si nutre delle frustrazioni di un capitalismo malato e di un declino geopolitico.
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