
Tra giustizia, prove contestate e criminalizzazione della solidarietà: il caso Hannoun e degli altri attivisti umanitari “colpevoli di Palestina”
InfoPal - Thursday, April 9, 2026
Di Angela Lano. Il caso politico-giudiziario di Mohammad Hannoun, architetto e attivista palestinese residente in Italia da 40 anni, si è trasformato in uno dei procedimenti giudiziari più controversi degli ultimi anni, che, se dovessero venire confermati tra qualche settimana, rappresenterebbero l’apertura definitiva di un portale di deriva totalitaria, tra torsione del diritto penale, allineamento politico e istituzionale a Israele, repressione della solidarietà, dell’attivismo e del giornalismo umanitario, e intrusione di entità terze e sovranazionali nella gestione italiana.
La decisione di giovedì 8 aprile della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio le misure cautelari nei confronti di Hannoun e di altri prigionieri politici palestinesi, coinvolti nell’Operazione Domino del 27 dicembre scorso, è cruciale, e impone una rivalutazione dell’intero impianto accusatorio da parte del Tribunale del Riesame, la cui decisione è attesa tra dieci giorni.
Le accuse e il quadro dell’inchiesta.
Hannoun e gli altri – prigionieri e indagati sono accusati di “terrorismo internazionale di matrice islamica” per il presunto “finanziamento di Hamas” attraverso l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp) con sette milioni di euro in oltre dieci anni – capirete, qui, che tale cifra, diluita in anni, avrebbe permesso al movimento di resistenza islamica di comprare dei petardi, più che delle armi… Indagati e difesa rispondono che si tratta di fondi destinati agli aiuti umanitari, di cui la martoriata Striscia di Gaza ha più che mai bisogno.
Le prove contestate perché made in Israel.
Uno degli elementi controversi, emersi nel procedimento, riguarda la natura delle prove utilizzate dall’accusa: una parte significativa del materiale probatorio deriva, infatti, da documenti forniti da autorità israeliane, le cosiddette “battlefield evidence”, le “prove sul campo”, raccolte nel contesto di guerra, di genocidio, di torture e stupri sistematici, perpetrati da Israele, come è noto a tutte le organizzazioni di diritto umanitario e internazionale, contro i nativi palestinesi, in un contesto di colonialismo di insediamento.
Secondo quanto evidenziato anche in sede giudiziaria, tali prove risultano inutilizzabili, perché: 1) provenienti da fonti anonime; 2) prive di catena di custodia verificabile; 3) non sottoponibili a contraddittorio tra le parti.
Si tratta di un punto centrale e fondamentale, poiché questo materiale rappresentava uno dei pilastri dell’accusa, la cui esclusione indebolisce, o smonta, l’impianto investigativo.
Un’inchiesta già contestata in passato.
Hannoun e l’Abspp sono nel mirino di indagini, inchieste, e procedimenti di archiviazione, da molti anni: già nel 2006 e nel 2010, accuse simili si erano concluse senza esiti giudiziari, proprio per la mancanza di prove concrete di finanziamento ad attività di resistenza armata. Anche nell’attuale procedimento, viene sottolineata l’assenza di elementi diretti come: 1) ordini operativi; 2) collegamenti documentati con azioni militari; 3) prove di utilizzo dei fondi per “attività terroristiche”.
La solidarietà a Gaza e il nuovo reato: “Colpevoli di Palestina” e la deriva securitaria.
Uno degli aspetti più controversi emersi nel dibattito riguarda un cambiamento interpretativo: dopo il 7 ottobre 2023, il rapporto con Gaza sotto genocidio viene sempre più spesso letto in chiave “securitaria”, e questo, seguendo il modello israeliano accolto in Europa, in pieno genocidio di donne e bambini gazawi in diretta streaming. Ciò, ovviamente, la dice lunga sul declino o crisi etico-morale delle istituzioni occidentali e il quasi totale loro asservimento a politiche neo-coloniali, etno-centriche e suprematiste.
Sta prendendo piede, infatti, il teorema che assimila qualsiasi trasferimento di fondi, e relativa attività umanitaria verso la Striscia al sostegno a Hamas, al potere a Gaza dal 2006, indipendentemente dalla destinazione concreta: abbiamo visto Israele mettere al bando, a gennaio, decine di organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui l’Unrwa, la Caritas International, ecc., accusandole di fiancheggiare il “terrorismo”. La stessa accusa era stata rivolta alla Sumud Global Flotilla.
Ciò comporta una pericolosa torsione del diritto penale: il problema non sarebbe più l’uso effettivo del denaro, ma il contesto in cui esso viene inviato, strumentalizzando la giurisprudenza per trasformarla in arma politico-ideologica a favore dell’oppressore e contro l’oppresso e la solidarietà dovuta a quest’ultimo.
Solidarietà a Gaza come questione politica.
Oltre agli aspetti giuridici, questo emblematico caso è interpretato e descritto da diversi osservatori (giuristi, studiosi di scienze politiche e internazionali, ecc.) come un esempio di criminalizzazione della solidarietà verso il popolo palestinese, attraverso la quale 1) le attività di raccolta fondi e aiuto umanitario vengono assimilate a condotte criminali; 2) le organizzazioni solidali diventano oggetto di indagini e repressione; 3) si afferma un uso del diritto penale in chiave politica.
Spiega l’Osservatorio Repressione:
Dopo il 7 ottobre, Hamas è stata ridefinita come organizzazione terroristica nella sua totalità. Questo ha una conseguenza precisa: Gaza diventa giuridicamente contaminata. Non esiste più distinzione tra civile e militare. Tra assistenza e supporto. Tra aiuto e complicità.
È qui che si sposta il baricentro del processo.
Non si tratta più di dimostrare che il denaro finanzi la lotta armata. Basta dimostrare che arriva a Gaza. Il reato non è nell’uso, ma nel contesto. È una torsione radicale del diritto: la colpa non è ciò che fai, ma dove lo fai e chi sei.
Non è un’interpretazione astratta. È una linea politica già esplicitata: aiutare le associazioni che operano nella Striscia equivale a sostenere Hamas. Un paradigma costruito a partire dalle blacklist israeliane e progressivamente recepito anche nei sistemi giudiziari occidentali. Il caso Hannoun si inserisce esattamente qui. Non come eccezione, ma come applicazione. Per questo non è un processo come gli altri. È un passaggio dentro una strategia più ampia: trasformare la solidarietà in reato.
In questo contesto, il procedimento viene descritto non solo come un processo penale, ma come un “test” più ampio: stabilire se la solidarietà internazionale possa essere trattata come reato.
Sviluppi ulteriori nelle prossime settimane.
Nonostante l’annullamento delle misure cautelari, Hannoun resta detenuto in attesa di una nuova decisione del Riesame. La Cassazione non ha infatti chiuso il caso, ma ha richiesto una revisione alla luce delle criticità emerse, lasciando aperti diversi scenari. E’ importante mantenere il focus sulla situazione, monitorando le potenziali derive totalitarie e del diritto, e diffondendo un’ampia coscienza collettiva sui pericoli che ciò comporta per tutta la società, e non solo per gli attivisti umanitari.