Il governo resuscita il carbone, le forti critiche di ReCommon e Beyond Fossil Fuels

ReCommon - Tuesday, March 31, 2026

La politica energetica del governo continua a favorire l’impiego dei combustibili fossili, anche quelli che sembravano ormai “archiviati” per sempre, come l’altamente inquinante carbone. È notizia delle ultime ore che un emendamento del cosiddetto “decreto Bollette”, proposto dalla Lega, e approvato nel corso dell’esame alla Camera, estende fino al 2038 la vita delle centrali a carbone italiane.Il provvedimento sarà convertito in legge nei prossimi giorni, rendendo quindi definitiva la proroga In teoria il limite fissato doveva essere addirittura il 2025, quindi parliamo di ben 13 anni in più. La scadenza del 2025 era prevista dal Piano nazionale per l’energia e il clima (PNIEC), approvato nel 2020 per rispettare gli obiettivi europei di decabonizzazione e poi confermato nella nuova versione del Piano nel 2024 con la sola eccezione per la Sardegna, con uscita per questa al 2028.
 
 La decisione del Parlamento è coerente con le dichiarazioni rese negli ultimi mesi da vari esponenti dell’esecutivo, a partire dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in cui si riteneva indispensabile posticipare lo stop al carbone in nome di una presunta sicurezza energetica del paese. Ricordiamo che gli impianti attivi nel nostro Paese sono quattro: Civitavecchia, Brindisi e Portovesme, tutte di proprietà di Enel, e Fiume Santo, della filiale italiana EP Produzione, della società ceca EPH, controllata dal controverso miliardario ceco Daniel Křetínský. Negli ultimi anni, tuttavia, il contributo del carbone al mix energetico italiano è crollato in maniera significativa e oggi rappresenta meno del 2% della produzione elettrica.

Insieme alla rete europea Beyond Fossil Fuels, ReCommon ha scritto proprio ai vertici del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE) per stigmatizzare quanto sta accadendo al momento in Italia in merito alle politiche sul carbone. Le due organizzazioni hanno evidenziato un paradosso: come si legge nella lettera, “è significativo che Enel, azienda con uno dei più ampi portafogli di combustibili fossili in Europa, stia cercando di riconvertire questi siti (quelli delle centrali, ndr) e ridurre la produzione termoelettrica, trovandosi però ostacolata dal governo. La proposta di Enel di sostituire le unità a carbone di Brindisi con sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS) riconosce la realtà del mercato: sebbene per lungo tempo molte economie abbiano utilizzato i combustibili fossili per la produzione di energia di base, la flessibilità pulita, in particolare i BESS e la flessibilità dal lato della domanda, si stanno dimostrando alternative agili, economicamente vantaggiose e pulite”.  Come se non bastasse, visto che di fatto il governo userebbe il carbone come “combustibile di emergenza” in caso di deficit di altre fonti (leggi gas), riattivare le centrali comporterebbe tempi lunghi, un impiego consistente di personale, controlli di sicurezza complessi e onerose operazioni logistiche legate all’approvvigionamento e alla gestione del combustibile. Inoltre, mantenere gli impianti in stato di standby operativo comporta comunque costi elevati e rischia di rallentare gli investimenti nelle alternative pulite.

Insomma, il governo va addirittura contro gli interessi e la linea delle stesse multinazionali energetiche e non tiene conto della complessità dell’operazione. Il tutto con un costo di 70 milioni di euro, che potrebbero andare a operazioni ben più virtuose. Il governo, inoltre, utilizza la cristi nello stretto di Hormuz e la guerra in Iran per giustificare il ritorno al carbone. Questa è una narrazione debole e una scelta ingiustificabile, proprio perché l’attualità ci mostra la fragilità strutturale di un sistema energetico ancora dipendente dai combustibili fossili. Il carbone infatti, come gas e petrolio, è parte dello stesso modello energetico instabile e geo-politicamente esposto.

ReCommon e Beyond Fossil Fuels hanno chiesto al governo di “pubblicare una valutazione trasparente e realistica del contributo effettivo  alla sicurezza energetica nazionale delle centrali a carbone mantenute in riserva fredda, basata su tempi di attivazione realistici e sulle reali esigenze del sistema; rimuovere gli ostacoli normativi e amministrativi che impediscono la diffusione dei sistemi di accumulo a batteria a Brindisi e presso altre centrali fossili di base in Italia; dare priorità a progetti di riconversione senza combustibili fossili che offrano benefici immediati al sistema, occupazione locale e resilienza nel lungo periodo. Si attendono risposte, sebbene quanto accaduto negli ultimi giorni con l’emendamento leghista lasci ben poco spazio all’ottimismo.