Tassiamo gli speculatori! Tanto le loro tasse le pagano gli italiani

ReCommon - Monday, March 23, 2026

“Faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili”. Così parlò la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel suo tanto atteso intervento alle Camere lo scorso 11 marzo, dopo lo scoppio della nuova guerra in Medio Oriente.

Se però andrà a finire come l’ultima volta, quando si dovevano tassare gli extra-profitti delle grandi società energetiche in seguito alla crisi dovuta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e non si fece quasi nulla, allora è ben lecito dubitare che alle parole roboanti della premier seguiranno I fatti. Quattro anni fa, la questione finì a carte bollate in tribunali e tranne qualche anticipo versato da alcune società, il gettito fu magro. Ci si perse in grandi dissertazioni filosofiche su cos’è un extra-profitto (come se ci fosse un profitto lecito e uno illecito) mentre il deficit pubblico aumentò.

Oggi, quello che preoccupa ancora di più è che tale postura del governo segue all’approvazione del decreto bollette, incensato sempre dalla Meloni come “di grande rilevanza per ridurre in modo strutturale il prezzo dell’energia per famiglie e imprese, una iniziativa che nessuno prima di noi aveva avuto il coraggio di adottare, che ha scontentato le grandi aziende energetiche ma in compenso è stato accolto con grande favore da tutto il mondo produttivo”.

Ci permettiamo di dissentire, partendo dall’assunto che con la situazione di instabilità attuale questo provvedimento di Palazzo Chigi è ancor meno efficace.

Andiamo con ordine. Sulla carta il decreto cerca di dare una risposta agli elevati prezzi dell’energia elettrica in Italia, tra i più alti in Europa.

Il decreto prevede l’introduzione di un meccanismo che neutralizzerebbe il costo dell’Emissions Trading System (ETS) per i produttori di energia elettrica da gas naturale tramite un rimborso diretto di tali costi alle utilities. Queste alleggerite di questo costo, dovrebbero spalmare il risparmio sulle bollette elettriche dei consumatori. L’ETS, che possiamo definire una forma di tassazione, ha dimostrato la sua efficacia nel forzare la decarbonizzazione nel mercato, dal momento che copre circa il 40% delle emissioni totali di gas serra dell’Ue, visto che copre il settore energetico, dell’aviazione e marittimo. Va ricordato che il meccanismo dell’ETS ha avuto un inizio alquanto discusso – a seguito della regalia di permessi di inquinamento gratis elargiti in abbondanza a molte grandi utilities,  che con I prezzi attuali sta iniziando a funzionare da disincentivo per le aziende più inquinanti . Questo perché applica una leva molto semplice: le centrali elettriche e le fabbriche sono tenute ad acquistare permessi per emettere CO2 – lo scorso gennaio eravamo sui 90 euro a tonnellata. Di fatto questo vuol dire “pagare per inquinare”. Il decreto vuole ribaltare questo principio con l’obiettivo di contenere il costo della generazione elettrica a gas e generare un impatto positivo sulla formazione dei prezzi nel mercato elettrico.

Che cosa c’è, allora, che non va con questa disposizione del Decreto Bollette? Prima di tutto sarebbe in contraddizione con le norme europee sugli aiuti di stato, dal momento che costituirebbe un’agevolazione per alcune imprese (colpendo indirettamente quelle che avevano bel tempo investito per decarbonizzare realmente il proprio business). Secondo, si tratta di un intervento contrario alla finalità dello stesso ETS. Sebbene si calcoli che con la disposizione del Decreto Bollette circa 4 miliardi di costi delle quote dovute dai produttori di gas saranno trasferiti nelle bollette dei consumatori, non è però affatto certo che le utilities che operano gli impianti a gas riducano le proprie offerte di mercato per un valore pari a tutto il rimborso ricevuto. In altre parole, non è scontato che la misura si traduca in un beneficio per le famiglie o per le fasce più vulnerabili.

Paradossalmente il decreto del governo rischia anche di alimentare l’esposizione nazionale alla volatilità dei mercati internazionali del gas con il rischio di causare gravi danni economici ai consumatori e alle imprese italiane, invece di aiutarli, inclusi pesanti fenomeni inflattivi, come successo in seguito alle ultime crisi internazionali. Il rischio di interruzione delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il gas naturale liquefatto globale, in seguito alla nuova guerra scoppiata in Medio Oriente, evidenzia quanto i mercati energetici europei rimangano esposti agli shock esterni.

Allo stesso tempo ci permettiamo di dire, come dimostra l’ennesima drammatica crisi in corso in Medio Oriente in questi giorni, che il governo dovrebbe da subito concentrarsi su come affrontare la radice del problema dei prezzi dell’energia in Italia, cioè l’elevata dipendenza dalla materia prima del gas naturale. Una politica che compensi la produzione di gas anziché accelerare la riduzione strutturale del gas nella formazione dei prezzi rischia di rafforzare la vulnerabilità economica dell’Italia.

Esistono altre misure fiscali alternative che, per raggiungere lo stesso fine e per altro in  maniera più certa e incisiva, potrebbero essere messe in campo in tempi brevi dal governo italiano; ad esempio, al fine di eliminare gli oneri generali di sistema presenti nella tariffa elettrica, il governo potrebbe considerare di impiegare le risorse che provengono proprio dal gettito ETS (4 miliardi di euro l’anno), che invece oggi finisce nella fiscalità generale. E ancora, si potrebbe; utilizzare il maggiore gettito IVA dato dall’incremento del costo del gas naturale, (4,3 miliardi di euro rispetto a valori precrisi) e impiegare le risorse riconducibili all’incasso dei dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato (2,4 miliardi).

Insomma, in questa situazione di crisi ed emergenza sempre più profonda è venuto il momento di tassare non fantomatici speculatori, per altro mai chiamati per nome, ma il profitto di quegli attori economici che scientemente ci hanno reso dipendenti e ci continuano a rendere sempre più dipendenti, crisi dopo crisi, dall’energia fossile solo a loro vantaggio. Ma la premier avrebbe il coraggio di dirlo agli amministratori delegati delle grandi aziende energetiche partecipate dallo Stato – a partire dall’Eni – che, tra qualche settimana, lei si appresta a confermare convintamente per altri tre anni?