
Netanyahu appare per dirci che è vivo e che comanda ancora, ma cita la propria condanna
InfoPal - Saturday, March 21, 2026
Di Tahar Lamri. Netanyahu appare. Appare per dirci che è vivo, che ha ancora cinque dita, che comanda ancora. E per dimostrarlo cita Will Durant uno dei più grandi storici del Novecento. Nel suo libretto Le lezioni della storia (Ed. Settecolori), Durant scrive che la natura e la storia non concordano con le nostre concezioni di bene e male: definiscono buono ciò che sopravvive, cattivo ciò che soccombe. L’universo non ha alcun pregiudizio a favore di Cristo rispetto a Gengis Khan.
Netanyahu usa questa citazione come una lama: non basta essere morali, non basta essere giusti perché se il male è abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, prevarrà comunque sul bene. Quindi armatevi. Quindi non fermatevi. Quindi seguitemi.
Il problema è che sta usando Durant contro Durant.
Perché Durant non scriveva di battaglie scriveva di secoli. E sulla lunga durata il quadro si capovolge con una precisione quasi crudele.
Kublai Khan conquista la Cina con una devastazione immensa, decine di milioni di morti. Fonda la dinastia Yuan come signore della guerra delle steppe. Eppure governa come imperatore cinese, adotta il sistema burocratico confuciano, commissiona arte cinese, parla cinese. Marco Polo lo incontra e lo descrive come un sovrano orientale, non come un capo tribù.
In Persia il processo è ancora più eloquente. Hulegu, nipote di Gengis Khan, devasta il paese con una brutalità sistematica. Nel giro di due generazioni gli Ilkhan si convertono all’Islam, adottano il persiano come lingua di corte, diventano mecenati della miniatura persiana e della poesia. Alcuni dei più bei manoscritti illustrati della tradizione islamica medievale vengono prodotti proprio sotto committenza mongola. Il distruttore si trasforma in custode. La spada non aveva trasmesso nulla: la cultura si era trasmessa attraverso la sconfitta, attraverso il contatto, attraverso la sopravvivenza silenziosa di ciò che sembrava perduto.
E poi c’è Roma. Roma crocifigge un predicatore ebreo marginale in una provincia periferica. Esecuzione pubblica, umiliante, progettata per cancellare il messaggio insieme al corpo. Tre secoli dopo l’imperatore romano si fa battezzare. La struttura imperiale più potente del mondo antico viene lentamente riconfigurata attorno al simbolo della sua stessa violenza. La croce – un patibolo – diventa il centro di gravità di una civiltà. È la più radicale operazione di rovesciamento del senso nella storia umana. E non è avvenuta attraverso eserciti.
Dunque sul terreno storico che Netanyahu stesso ha scelto, la tesi non regge. Regge solo se si accorcia drasticamente la scala temporale. E qui sta il punto che Netanyahu non voleva rivelare ma ha rivelato lo stesso.
La scala temporale di un politico sotto processo è cortissima.
Non ragiona in secoli, non ragiona in decenni. Ragiona in udienze, in sessioni parlamentari, in coalizioni che si tengono insieme solo finché la guerra continua. Ogni giorno di guerra è un giorno in meno di resa dei conti. Ogni bombardamento è un rinvio. La CPI esiste. I mandati di arresto esistono. La coalizione interna esiste solo in stato di emergenza permanente. Fermare la guerra significa affrontare il dopoguerra e il dopoguerra per Netanyahu si chiama processo.
Quindi la guerra non può finire. Non per ragioni strategiche, non per ragioni di sicurezza, non per ragioni che abbiano a che fare con il futuro di Israele. La distruzione non è un effetto collaterale della strategia. In questo momento, per quest’uomo, la distruzione è la strategia.
E allora la figura che Netanyahu ha inconsapevolmente evocato su se stesso non è Gengis Khan. È Sansone, cieco, incatenato, umiliato. Che raduna le ultime forze non per costruire, non per trasmettere, non per lasciare qualcosa che sopravviva alla sua morte. Ma per afferrare le colonne del tempio e far crollare tutto. “Muoia la mia anima con i Filistei.” Il problema, come sempre con Sansone, è che sotto quel tetto non ci sono solo i Filistei.
Netanyahu voleva citare Durant per giustificare la forza. Ha citato, senza saperlo, la propria condanna. E la condanna non viene da un tribunale, non viene dai suoi nemici, non viene dalla storia futura che ancora non si scrive. Viene dalle pagine dello stesso libro che ha aperto davanti alle telecamere per dirci che è ancora vivo.