Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario

EuroNomade - Wednesday, March 18, 2026

di GISO AMENDOLA.

Il referendum sulla giustizia viene raccontato come un intervento tecnico, quasi neutro, sulla separazione delle carriere dei magistrati. È una rappresentazione completamente fuorviante: in gioco non c’è un dettaglio dell’ordinamento giudiziario, ma un passaggio decisivo nell’evoluzione del nostro sistema costituzionale.

Per comprenderlo, bisogna collocare questa riforma dentro un quadro più ampio: quello di una trasformazione dei sistemi democratici in senso sempre più autoritario, in cui l’esecutivo tende ad accumulare potere a scapito degli altri poteri dello Stato. Non è evidentemente un fenomeno esclusivamente italiano. Ma in Italia, con questa proposta di controriforma, si manifesta in modo particolarmente esplicito, sistematico e – direi – costituzionalmente organizzato.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno slittamento continuo: il rapporto tra sicurezza e libertà è stato progressivamente riequilibrato a favore della prima. La logica securitaria è diventata la grammatica ordinaria del potere. Dal decreto “rave” fino al cosiddetto decreto Caivano, sino alla lunga sequela di decreti sicurezza, questo processo ha assunto un ritmo incalzante. La controriforma costituzionale si colloca esattamente in questa traiettoria: ne è il punto di consolidamento. Non introduce qualcosa di radicalmente nuovo, ma iscrive nella Costituzione formale ciò che abbiamo già visto operare nella prassi.

Per questo la battaglia contro questa riforma è la stessa battaglia che è stata condotta – e che continua, con la partecipazione determinate di reti sociali e di “convergenze” dal basso – contro i decreti sicurezza. Non sono piani distinti: sono espressioni diverse di un unico disegno neoautoritario.

La separazione che indebolisce

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante viene presentata come una misura di chiarezza. In realtà, spezza l’unità della giurisdizione.

Il pubblico ministero, nel nostro ordinamento, non è semplicemente un accusatore: è – o dovrebbe essere – una figura che partecipa alla funzione di garanzia. Separarlo significa trasformarlo progressivamente in altro: in un soggetto sempre più vicino alla polizia giudiziaria che alla cultura del giudicare.

Nella prima fase l’assetto del nuovo “autogoverno” delle Procure si presenterà come completamente autoreferenziale, sganciato come sarà dalla necessità del confronto con la funzione giudicante. Ma questo assetto è instabile. Ed è proprio qui che si comprende il senso politico della riforma: un pubblico ministero isolato è più facilmente ricondotto, nel passaggio successivo, sotto l’orbita dell’esecutivo. Non serve che questo sia scritto esplicitamente. Basta predisporre le condizioni perché accada. Del resto, l’appiattimento della pubblica accusa su una logica securitaria e poliziesca, e l’attrazione nell’orbita dell’orientamento politico

Frammentare per governare

La riforma non si limita a dividere il Consiglio Superiore della Magistratura. Separa anche l’esercizio del potere disciplinare, moltiplica i centri decisionali, ridefinisce i meccanismi di selezione.

Il risultato è una magistratura più frammentata e quindi più governabile. Un autogoverno più debole, più esposto. Magistrati sorteggiati e quindi meno strutturati sul piano istituzionale; membri laici legati alla maggioranza parlamentare. Non è un dettaglio tecnico: è un dispositivo politico.

Quando si rompe l’unità della magistratura e si indeboliscono le sue forme di autogoverno, ciò che si riduce non è un privilegio corporativo, ma la capacità di esercitare una funzione di limite rispetto al potere.

L’incubo della destra: il circuito virtuoso tra certa magistratura e lotte sociali

Questo disegno si chiarisce se si guarda a quale magistratura risulta particolarmente sotto il tiro delle destre. La destra ha presentato il sorteggio come un’arma contro le correnti, e, dietro le correnti, contro la magistratura “politicizzata”.  In realtà, siamo ben lontani, oggi, dal quadro “post-Tangentopoli”, in cui poteva essere messo all’ordine del giorno, non senza qualche ragione, il problema di una magistratura “supplente” rispetto alla crisi della politica. Oggi, una “politicizzazione” generale della magistratura è tema che sussiste praticamente solo nella propaganda della destra, come del resto dimostrato anche da tutte le più recenti elezioni del CSM, che vedono costantemente il prevalere delle correnti conservatrici. Emerge però un altro fronte: la presenza di una magistratura, spesso “nuova” non solo culturalmente ma anche generazionalmente, che propone una lettura “attivistica” della costituzione, delle carte internazionali e della giurisprudenza sovranazionale, in nome di una rinnovata lotta per il diritto e i diritti, in settori cruciali, nei quali l’attività parlamentare è da tempo paralizzata e ridotta ad un ruolo ancillare rispetto al volere dei governi e delle maggioranze politiche. Gli esempi sono molteplici: la difesa dei diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e, in generale, del sistema di protezione internazionale, che gli interventi governativi tentano continuamente di destrutturare (non a caso, Meloni ha cominciato la campagna referendaria evocando la questione del fallimento dei campi per richiedenti in Albania come esempio paradigmatico dell’impossibilità di agire per la sicurezza per “colpa” della magistratura); i rapporti di lavoro, come stanno mostrando le inchieste sullo sfruttamento lavorativo che hanno oggetto il nuovo caporalato delle piattaforme; la violenza di genere, come mostra la centralità del consenso nella fattispecie di stupro, affermata dalla giurisprudenza ben prima della controriforma reazionaria del ddl Bongiorno.

L’efficienza come parola d’ordine

Si dice che questa riforma renderà la giustizia più efficiente. Ma non c’è nulla che incida sui tempi dei processi o sulle disfunzioni degli uffici.

L’unica efficienza che viene perseguita è un’altra: quella di ridurre gli ostacoli all’azione dell’esecutivo.

Quegli “ostacoli”, quei “rallentamenti” – che il potere vive come un problema – sono in realtà il cuore della democrazia. Sono i contropoteri: sono quei contrappesi sociali, tra i quali oggi, nell’impasse della politica tradizionale “democratica” e del potere legislativo, emergono in particolare i circuiti tra certa giurisprudenza avanzata e le lotte dell’attivismo, che impediscono al neoautoritarismo di stabilizzare definitivamente un nuovo equilibrio reazionario.

Eliminare questi contropoteri, per ristabilire una finora impossibile unità del comando, è l’unica efficienza cui mira questa controriforma.

Autoritarismo e regime di guerra

C’è infine l’elemento di sfondo e determinante, che rende questi processi ancora più intelligibili: il contesto di guerra.

La trasformazione neoautoritaria, l’“esecutivizzazione” del sistema, è strettamente connessa a un regime di guerra. La guerra – tragicamente – ci aiuta a capire ciò che altrimenti apparirebbe tecnico: i governi non tollerano ostacoli, non tollerano rallentamenti, non tollerano contropoteri. Devono decidere rapidamente, concentrare comando, neutralizzare dissenso.

Ma proprio ciò che per il potere appare intollerabile – i limiti, i conflitti, i ritardi – è ciò che per la democrazia è essenziale.

Per questo la mobilitazione per il No al referendum non è isolata. È intrecciata con quella contro i pacchetti sicurezza ed è, allo stesso tempo, intrecciata con l’opposizione alla guerra. Si tratta di un unico terreno di conflitto: contro l’autoritarismo, contro la guerra, contro la riduzione degli spazi democratici.

Non difendere, ma riattivare

Non si tratta, semplicemente, di “difendere la Costituzione”. Certo, in un tempo in cui viene violata e piegata, essa va rispettata e onorata più che mai. Ma non possiamo nasconderci che il suo disegno è stato già eroso da decenni di neoliberismo, dalla distruzione del welfare, dall’indebolimento del principio di eguaglianza.

Anche l’equilibrio tra i poteri è saltato da tempo: l’esecutivo ha già divorato ampie porzioni della funzione legislativa e della centralità del Parlamento.

Per questo la posta in gioco non è conservativa. Non si tratta di difendere equilibri che non esistono più. Si tratta di riattivarli. Di contrattaccare.

Riattivare elementi costituenti dentro e oltre la “difesa” della Costituzione significa ricostruire contropoteri democratici, riappropriarsi del welfare, reinventare forme di partecipazione e di conflitto. Significa dare forza a quelle reti e a quelle esperienze che già oggi stanno producendo nuove soggettività politiche: dai movimenti femministi a quelli ecologisti, dalle lotte sociali ai percorsi di mutualismo, fino alle reti che mettono in connessione queste esperienze.

È lì che la Costituzione può tornare a vivere: non come testo da difendere, ma come processo da riaprire.

Una scelta politica

Il referendum sulla giustizia non è una questione tecnica. È una scelta politica fondamentale.

Non riguarda la difesa della magistratura in quanto tale. Riguarda la possibilità stessa di mantenere – e reinventare – uno spazio democratico in cui il potere incontri limiti, resistenze, conflitti.

Nessuno ha stabilito che autoritarismo e guerra siano un destino. Ma per impedirlo, bisogna riconoscerne la connessione e organizzare l’opposizione.

È esattamente questo il senso del voto

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