
Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza
Popoff Quotidiano - Sunday, March 8, 2026Lo scoop di un sito americano rivela l’esistenza di un rapporto interno dei democratici che quel partito non vuole rendere pubblico
Lo scoop pubblicato dal sito di informazione statunitense Axios ha riaperto una frattura che attraversa da mesi la politica americana: il sostegno dell’amministrazione di Joe Biden e della candidata democratica Kamala Harris al genocidio a Gaza da parte di Israele potrebbe essere costato ai democratici una parte decisiva dell’elettorato nelle presidenziali del 2024, vinte da Donald Trump.
Secondo Axios, un’“autopsia” interna del Democratic National Committee (DNC) – il vertice esecutivo del partito – avrebbe rilevato che la linea seguita dalla campagna Harris, cioè il rifiuto di rompere con la politica di Biden di armare e sostenere militarmente Israele durante la devastazione di Gaza, ha avuto un impatto elettorale negativo. Il rapporto non è stato reso pubblico, ma Axios afferma di aver verificato in modo indipendente che gli analisti incaricati dal partito hanno riconosciuto come la questione di Gaza abbia danneggiato la posizione dei democratici tra diversi segmenti dell’elettorato.
La notizia è emersa anche grazie a un incontro tra funzionari del DNC e rappresentanti dell’Institute for Middle East Understanding Policy Project, un gruppo di advocacy impegnato sul tema dei diritti dei palestinesi. Durante il confronto, secondo quanto riportato, i dirigenti democratici avrebbero ammesso che i dati interni indicavano come la politica su Gaza fosse stata – nelle loro parole – una “net negative”, un fattore nettamente sfavorevole per il partito alle urne.
Per molti attivisti pro-Palestina si tratta di una conferma tardiva di ciò che denunciano da oltre un anno: il sostegno quasi incondizionato di Washington alla guerra israeliana ha alienato una parte significativa della base progressista, in particolare giovani, elettori arabo-americani e indipendenti.

Un segreto imbarazzante per il Partito Democratico
La rivelazione ha alimentato accuse di insabbiamento nei confronti della leadership democratica. Diverse organizzazioni chiedono che il rapporto venga pubblicato integralmente, sostenendo che la sua segretezza serva proprio a evitare un dibattito sulla responsabilità politica del partito nella guerra di Gaza.
Il sito britannico Novara Media, attraverso un articolo del giornalista Joshua Carroll, ha interpretato la vicenda come un possibile momento di resa dei conti interno al campo progressista statunitense. Se le conclusioni dell’autopsia fossero confermate, scrive Carroll, rappresenterebbero una rivincita per quei settori della sinistra che hanno sostenuto per mesi che la posizione della candidata democratica su Gaza fosse una delle cause centrali della sconfitta.
Ma l’aspetto più significativo non è tanto il contenuto del rapporto quanto il fatto che il partito sembri riluttante a discuterne apertamente. Il nodo politico è evidente: riconoscere che la linea filo-israeliana abbia contribuito alla sconfitta significherebbe mettere in discussione decenni di consenso bipartisan sulla politica mediorientale degli Stati Uniti.
Ed è qui che il dibattito si allarga oltre lo scoop di Axios.
James Zogby: “Non serve un’autopsia”
Secondo James Zogby, fondatore e presidente dell’Arab American Institute e per anni membro del DNC, l’intera discussione sull’autopsia rischia di essere fuorviante. In un lungo intervento pubblicato da The Nation, James Zogby sostiene che il rapporto non potrà dire nulla che già non sia evidente da tempo.
Zogby parla con una lunga esperienza interna al partito: ha fatto parte del comitato esecutivo democratico per sedici anni e per oltre un decennio ha presieduto il comitato per le risoluzioni. La sua conclusione è netta: la leadership democratica ha sistematicamente evitato di affrontare la questione dei diritti dei palestinesi, temendo il costo politico di una rottura con il consenso pro-israeliano.
L’episodio più emblematico, ricorda, risale alla convention democratica del 1988 ad Atlanta, quando intervenne per sostenere la piattaforma di Jesse Jackson, che chiedeva riconoscimento reciproco e autodeterminazione sia per israeliani sia per palestinesi. Per quella presa di posizione, racconta Zogby, gli fu chiesto di lasciare il DNC: i dirigenti temevano che i repubblicani avrebbero sfruttato la sua difesa dei diritti palestinesi come arma elettorale.
La paura dell’establishment democratico di affrontare la questione palestinese, sostiene Zogby, non è dunque una novità ma una costante della politica americana.
Un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense
Il punto centrale dell’analisi di Zogby è che la politica statunitense verso Israele sta cambiando molto più rapidamente di quanto l’establishment voglia ammettere.
Sondaggi recenti mostrano un’erosione significativa del sostegno pubblico a Israele. Un’indagine citata da Zogby, condotta da The Economist nell’agosto 2025, indica che il 43% degli elettori statunitensi è favorevole a ridurre gli aiuti militari a Israele, mentre solo il 13% vorrebbe aumentarli. Tra gli elettori democratici il divario è ancora più netto: il 58% sostiene una riduzione e appena il 4% un aumento.
Ancora più significativo è il dato sulla percezione della guerra di Gaza: il 44% degli elettori ritiene che Israele stia commettendo un genocidio, contro il 28% che non lo pensa. Tra i democratici la percentuale sale al 68%.
Anche altri istituti demoscopici registrano la stessa tendenza. Un sondaggio di Gallup ha mostrato per la prima volta che negli Stati Uniti più persone dichiarano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani.
Secondo Zogby, questi dati spiegano molto più della presunta autopsia del DNC: indicano una trasformazione strutturale dell’opinione pubblica americana, accelerata dalla distruzione di Gaza e dal numero enorme di vittime civili palestinesi.

Il “terzo binario” della politica americana
Per decenni criticare Israele è stato considerato il “terzo binario” della politica statunitense: un tema talmente pericoloso che qualsiasi candidato rischiava di bruciarsi politicamente solo toccandolo.
Zogby sostiene che questo paradigma si stia rovesciando.
Sempre più candidati democratici stanno prendendo le distanze dalle lobby pro-israeliane e rifiutando i finanziamenti dei loro comitati d’azione politica. Più di tre dozzine di aspiranti membri del Congresso hanno già dichiarato che non accetteranno contributi dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) o di altri gruppi analoghi.
Tra questi figurano anche parlamentari in carica che in passato avevano ricevuto milioni di dollari da organizzazioni filo-israeliane.
Se questa tendenza continuerà, sostiene Zogby, il vero tema controverso nelle elezioni di metà mandato del 2026 potrebbe non essere più la critica a Israele, ma il suo contrario: il sostegno incondizionato alle politiche israeliane.
Il futuro della sinistra americana
La battaglia per la pubblicazione dell’autopsia del DNC può avere un valore simbolico, ma secondo Zogby non è la priorità.
La questione centrale è un’altra: costruire un nuovo equilibrio politico che rifletta il cambiamento dell’elettorato democratico. Ciò significa sostenere candidati che rifiutano i finanziamenti delle lobby pro-israeliane e che mettono apertamente in discussione la politica mediorientale degli Stati Uniti.
Se il Partito Democratico non saprà adattarsi a questo cambiamento, la frattura tra leadership e base rischia di allargarsi ulteriormente.
E la lezione delle elezioni del 2024 – qualunque cosa dica o non dica il rapporto segreto del DNC – potrebbe essere solo la prima avvisaglia di una trasformazione più profonda della politica americana.
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