
Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour
Popoff Quotidiano - Saturday, February 28, 2026Il Green Party scalza il Labour da un collegio del “red wall”. E Corbyn vince la battaglia per la leadership del nuovo Your Party
La candidata dei Verdi ha vinto l’elezione suppletiva destinata a rinnovare un seggio di deputato nel collegio di Gorton and Denton, tradizionale bastione del cosiddetto “muro rosso” dell’Inghilterra del nord. Il risultato viene definito da Dave Kellaway, su Anticapitalist Resistance, come storico: si trattava del 38° collegio più sicuro per il Labour e il settimo maggiore swing contro un governo laburista. Non era nemmeno un obiettivo prioritario per i Verdi. L’affluenza, simile a quella delle elezioni generali, dimostra che non si è trattato di un voto “anomalo”: molti elettori laburisti non sono rimasti a casa, ma sono passati direttamente ai Verdi, permettendo loro di eleggere il primo deputato nel Nord dell’Inghilterra e di vincere la prima suppletiva della loro storia.
Questa sconfitta segna il fallimento della strategia della leadership laburista guidata da Keir Starmer, accusata di inseguire gli elettori di destra di Reform UK nei collegi ex “red wall”, trascurando l’elettorato progressista. Kellaway paragona questa linea alla “strategia Macron”, puntare sul voto utile contro l’estrema destra invece che su un programma capace di mobilitare. Figure della sinistra laburista come John McDonnell avevano già avvertito che inseguire Reform su temi come l’immigrazione avrebbe solo rafforzato la destra. Il risultato ha visto non solo Reform superare il Labour, ma lo hanno fatto anche i Verdi.
Un tema centrale della campagna è stato il sostegno del Labour a Israele nella guerra a Gaza, che ha alienato molti elettori, soprattutto tra chi ha partecipato alle mobilitazioni per la Palestina. La nuova deputata verde, Hannah Spencer, ha collegato esplicitamente la crisi del costo della vita a Manchester con le sofferenze dei palestinesi a Gaza. Reform ha reagito accusando i Verdi di “settarismo” e insinuando brogli elettorali nelle comunità musulmane, accuse smentite pubblicamente da commentatori come Dan Hodges.
Kellaway sostiene che la vittoria verde non sia stata solo un voto tattico anti-Reform, ma il frutto di un programma progressista rafforzato dalla nuova leadership di Zack Polanski, che ha affiancato a quello ambientalista un profilo socialdemocratico di sinistra. I Verdi hanno difeso politiche radicali su droghe, diritti LGBT+ e immigrazione, resistendo alla campagna di attacco del Labour. Una lezione per i socialisti: è possibile vincere con un programma coerentemente progressista, senza piegarsi al “consenso del centro estremo”.
Il testo invita anche la sinistra marxista a non liquidare i Verdi come forza piccolo-borghese o destinata al tradimento, riconoscendo che oggi comprendono decine di migliaia di lavoratori e giovani. Pur sostenendo la necessità di un nuovo partito di sinistra, Kellaway propone un rapporto di alleanza e collaborazione con i Verdi, citando positivamente l’appello al voto verde di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana.
Per il Labour si apre ora una crisi interna: la sconfitta potrebbe favorire una sfida alla leadership, con figure come Andy Burnham o Angela Rayner viste come possibili alternative “soft left”, anche se giudicate insufficienti su temi come Palestina e diritti dei migranti. Intanto Reform, pur forte nei sondaggi, mostrerebbe limiti strutturali nell’andare oltre una solida base del 30%, e la vittoria verde dimostrerebbe che anche settori della classe operaia bianca nel Nord possono essere sottratti alla destra.
Tutto ciò in un momento in cui è sempre più evidente la compromissione di pezzi del suo cerchio magico nell’affaire Epstein a partire dal potente e chiacchierato capo di gabinetto del premier, Morgan McSweeney, indicato da più parti come una sorta di figlioccio politico del 72enne Peter Mandelson, considerato compromesso fino al collo con Epstein, e come promotore della sua nomina ad ambasciatore. Proprio da questi ambienti nostalgici del blairismo è partita la feroce campagna contro la sinistra del Labour che ha portato al disarcionamento di Corbyn e alle calunnie su un suo presunto antisemitismo.

E proprio nella sinistra a sinistra del Labour, questi giorni registrano la vittoria di Jeremy Corbin nelle elezioni per il comitato centrale del nuovo soggetto politico di cui Popoff ha spesso dato conto del lungo processo di gestazione.
“Jeremy Corbyn ora controlla Your Party. È una cosa positiva?”, si chiede Novara Media titolando il pezzo di Rivkah Brown che analizza l’esito delle votazioni. In sintesi, le elezioni del Comitato Esecutivo Centrale (CEC) di Your Party hanno prodotto un risultato netto: la lista “The Many”, legata a Jeremy Corbyn, ha conquistato 14 dei 24 seggi, contro i 7 della corrente “Grassroots Left” vicina a Zarah Sultana. I restanti 3 sono andati a indipendenti. In termini di voti, The Many ha ottenuto circa 8.000 prime preferenze (37%), Grassroots Left circa 6.000 (28%), mentre il 35% si è distribuito su candidati indipendenti. Un dato importante: Corbyn ha la maggioranza relativa dei voti ma una quasi maggioranza assoluta nell’organo dirigente. Questo gli consente, di fatto, di orientare linea politica e scelte organizzative.
Il paradosso è evidente. Il partito era nato con l’ambizione di superare personalismi e verticalismi, ma il risultato rafforza proprio la centralità del suo fondatore. L’ala di Corbyn ha già preannunciato la sua leadership parlamentare, contando sul voto compatto del proprio blocco nel CEC. L’idea di una direzione realmente collettiva esce notevolmente ridimensionata.
Zarah Sultana aveva puntato su una maggiore democratizzazione interna, su proposte programmatiche radicali (abolizione della monarchia, trasparenza finanziaria, ecosocialismo esplicito) e su un modello di co-leadership.
Secondo Rivkah Brown, però, avrebbe sottovalutato il peso simbolico di Corbyn nella base. Pur considerata da molti la sua erede naturale, non ha sfondato. Il tentativo di mobilitare la base contro un “establishment interno” – incarnato, ironicamente, da Corbyn stesso – non ha avuto successo.
Per ora, la linea sembra chiara: collaborare con la maggioranza corbyniana sarà più produttivo che sfidarla frontalmente. Ma il rischio è che una centralizzazione eccessiva soffochi proprio quell’energia militante di cui il partito avrebbe bisogno per crescere.
Secondo l’analisi di Simon Hannah su Anticapitalist Resistance, ciò che accade dentro Your Party riflette un problema più ampio: la debolezza strutturale della sinistra in Gran Bretagna.
Quarant’anni di neoliberismo, austerità e campagne mediatiche razziste hanno spostato l’asse politico a destra. Dalla stagione thatcheriana in poi, sindacati combattivi sono stati sconfitti o ridimensionati; oggi il movimento sindacale opera sotto alcune delle leggi anti-lavoratori più restrittive dell’Europa occidentale.
Questo contesto non può essere aggirato con ottimismo volontarista. È vero che la sinistra britannica ha saputo costruire grandi mobilitazioni – dalle proteste anticapitaliste dei primi anni 2000 al movimento contro la guerra in Iraq, fino alle campagne contro l’austerità e alla solidarietà con la Palestina – ma i movimenti, da soli, non sostituiscono un partito.
Qui sta il punto centrale di Hannah: senza un partito che lotti per il potere, la sinistra resta confinata alla protesta o alla propaganda. La leadership di Corbyn nel Labour aveva rappresentato un ritorno alla strategia: la possibilità concreta di contendere il governo. Ma quell’esperienza ha anche mostrato quanto il Labour Party fosse strutturalmente radicato nell’ordine capitalistico britannico.
La sconfitta del 2019 – e l’ascesa dell’ala blairiana oggi guidata da Keir Starmer – hanno chiuso quella finestra. Figure come Morgan McSweeney e gran parte del gruppo parlamentare laburista rappresentano, secondo questa lettura, la funzione storica del Labour: riformare senza mettere in discussione il capitalismo.
Per anni si è chiesta la costruzione di una nuova forza a sinistra del Labour, capace di raccogliere l’eredità di Momentum. Corbyn, però, aveva esitato, limitandosi alla Peace and Justice Coalition. Questo vuoto ha permesso ai Verdi di occupare parte dello spazio elettorale a sinistra.
Ma, avverte Hannah, lo “spazio” non è un oggetto astratto: è fatto di persone con bisogni, paure e contraddizioni. Un partito non cresce semplicemente presentandosi alle elezioni e proclamando il socialismo. Cresce se si radica nelle comunità operaie, nei sindacati, nelle campagne, nelle lotte contro austerità, razzismo e guerra.
I Verdi, pur in crescita, restano un partito elettorale senza una strategia di trasformazione radicale dal basso. Your Party potrebbe colmare questo vuoto – ma solo se diventa un “partito utile nella lotta di classe”, per usare la formula della Quarta Internazionale: uno strumento capace di coordinare azioni efficaci e di far avanzare la coscienza collettiva contro il capitalismo.
Salvo elezioni anticipate, c’è tempo fino al 2029. Questo periodo potrebbe servire a costruire una forza radicata e capace di capitalizzare la polarizzazione crescente in una società segnata da crisi economica, collasso climatico e ascesa dell’estrema destra (con figure come Nigel Farage pronte a intercettare il malcontento).

Ma se Your Party resta chiuso nelle proprie faide interne – dogmatismo, settarismo, personalismi – rifletterà semplicemente le debolezze storiche della sinistra britannica.
La vittoria di Corbyn nel CEC non risolve la crisi strategica: la rende più urgente. Può rappresentare una stabilizzazione necessaria oppure l’inizio di una nuova stagnazione, se non si traduce in organizzazione reale, formazione politica e intervento sistematico nelle lotte sociali.
Per un osservatore italiano, la dinamica è familiare: un leader carismatico che tenta di trasformare un movimento in partito, una generazione più giovane e gli ambiti della sinistra radicale non stalinista che chiedono maggiore radicalità e democrazia interna, un contesto strutturale segnato da sconfitte storiche della sinistra.
La vera domanda non è chi controlla il CEC oggi, ma se Your Party saprà diventare qualcosa di più di una proiezione del nome di Corbyn. Senza radicamento sociale e strategia di lungo periodo, anche una maggioranza interna può rivelarsi fragile. Con una strategia chiara, invece, potrebbe diventare l’inizio di una ricomposizione della sinistra britannica dopo decenni di arretramento.
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