Troppo lunghi i tempi di laurea

ROARS - Thursday, February 19, 2026

L’introduzione di un ampio principio di autonomia degli atenei e una nuova struttura dell’ordinamento didattico hanno aperto la strada circa tre decenni fa a profonde modifiche degli assetti universitari, coinvolgenti in ultima analisi le due funzioni cardine dell’università, la ricerca e l’alta formazione. Il processo di innovazioni e correzioni, assieme al dibattito che lo accompagna, rimane ben attivo e rilevanti questioni sono oggi oggetto di normative in itinere. C’è tuttavia un aspetto della nostra alta formazione sulla cui problematicità vi è una assoluta consapevolezza, che non appare però aver sollecitato analisi e dibattiti per affrontare il problema: una particolare, anomala lunghezza dei tempi di laurea. Nonostante la consapevolezza, è opportuno sottolineare ancora la dimensione del problema.

Vale assumere come riferimento i completi dati MUR sui laureati e le relative serie storiche 2010-2024, dati che includono i «Laureati per anno di nascita», e dunque informano sull’età di laurea. L’arco degli anni di età al momento della laurea è esteso per ciascun livello di laurea da 22 anni (e meno) a 40 anni (e più). Guardando alla laurea triennale, solo il 30% dei laureati nel 2024 ha 22 anni (o meno), un’età esattamente corrispondente alla durata formale del corso di laurea, data l’età «canonica» di iscrizione di 19 anni. Entro 24 anni di età acquisisce la laurea triennale il 64,9% dei laureati, entro 27 anni l’80%, ed entro 30 anni l’86%. Una limitatissima regolarità dei tempi di laurea e l’estensione temporale dei ritardi caratterizzano le lauree triennali 2024.

Passando alla laurea magistrale, solo il 19% di queste lauree si colloca entro i 24 anni, dunque entro la durata formale del 3+2. I ritardi del triennio hanno ovviamente un peso, ed entro i 27 anni vi è il 66% dei laureati magistrali ed entro 30 anni l’80,2%. Dati analoghi si registrano per i laureati magistrali a ciclo unico. Qualche diversità si osserva poi tra gli anni. I dati 2024 mostrano un lieve peggioramento rispetto al 2020 per più lunghi ritardi di laurea sia nelle lauree triennali che in quelle magistrali. Guardando ad anni precedenti, si osserva ad esempio nel 2015-2013 una più bassa quota di lauree nei tempi formali e un più largo recupero negli anni successivi, dunque un impatto iniziale più faticoso e un recupero meno fragile. Le piccole diversità tra gli anni, pur interessanti, lasciano intatta la gravità del problema. È utile infine ricordare che l’età di laurea dipende anche da ritardi di iscrizione e riconoscere però che questi non possono che avere una incidenza minima sulla ampiezza del problema tempi di laurea.

Quali fattori possono sottendere i lunghi tempi di laurea? Giungere al livello universitario metodologicamente poco attrezzati certo rallenta un proficuo inserimento. Un primo quesito, molto aperto e rilevante, è appunto la incidenza di un tale fattore. Un secondo riferimento è proprio la struttura dell’ordinamento didattico universitario, il 3+2. Il 3+2 è stato il prodotto italiano del processo di Bologna, un ampio accordo europeo siglato nel 1999 per armonizzare i sistemi di istruzione superiore su tre livelli: Bachelor, Master, Dottorato. L’applicazione italiana è stata piuttosto particolare. Si è infatti focalizzata su due livelli di laurea, i quali a loro volta sono seguiti da master di primo e secondo livello. Nel corso degli anni molti sono stati gli appunti critici e le perplessità su questa applicazione, e suggerimenti di correzioni in un’ottica più generale sono assolutamente attuali.

La relazione tra il nostro ordinamento didattico e i nostri tempi di laurea si caratterizza meglio attraverso i dati su status lavorativo e livello di istruzione e la relativa comparazione internazionale. Nella fascia di età 20-24 anni, il 67,4% dei giovani italiani con un già acquisito livello di istruzione universitaria è ancora in education contro una media dei Paesi OECD del 45,8%. Ciò che colpisce di più è la composizione di questa percentuale. Prescindendo dai limitati livelli di disoccupazione, il 58,2% dei nostri giovani laureati in education è fuori la forza lavoro e solo l’8,5% ha un’occupazione contro livelli medi OECD rispettivamente pari a 22.5% e 21%. Molto significativo è poi il confronto con Paesi in cui si mantiene alta la permanenza in education. In Germania, ad esempio, il 52% dei laureati 20-24enni è ancora in education, ma il 34,4% ha un’occupazione e solo il 15,5% è fuori la forza lavoro. Una grande lontananza dalle medie OECD si registra anche nella fascia di età 25-29 anni. Il 30,8% dei nostri laureati 25-29enni è ancora in education contro la media OECD del 18%. Non sorprendentemente, particolare
rimane ancora la composizione della nostra percentuale, con un 9,5% di occupati e addirittura un 20,5% dei laureati 25-29enni fuori dal mercato del lavoro. Nella media OECD il 12,1% dei 25-29enni in education ha un’occupazione e il 5,5% è fuori la forza lavoro. Complessivamente, la nostra lunga permanenza in education e l’ampia assenza dal mercato del lavoro indicano una connessione, certamente da approfondire, con la struttura dei due livelli di laurea dell’ordinamento didattico.

Un terzo fattore è un ulteriore riferimento per il tema tempi di laurea. Un quesito può chiarirlo meglio: il concreto disegno delle facoltà dei singoli corsi di laurea potrebbe alleviare il problema dei tempi di laurea? Il quesito in termini generali è ovviamente aperto, e dovrebbe esserlo in particolare per gli organi di governo dei corsi di studio. La crescita dei corsi di studio con la istituzione delle due lauree si associa necessariamente a differenti specificità di aree e obiettivi. Una particolare e collegiale attenzione in ciascun corso di laurea a calibrare gli insegnamenti in relazione ad obiettivi diversi delle tipologie di laurea può e dovrebbe dar luogo a preziose costanti verifiche all’interno di ciascun corso di laurea. L’azione dei tanti attori impegnati in modalità diversissime nell’area università è cruciale in un problema le cui conseguenze sono gravissime.
Un particolare ritardo d’ingresso nel mercato del lavoro, una maggiore costosità degli studi universitari, la possibile incidenza sugli abbandoni, e infine la indiretta incidenza sulla numerosità delle lauree sono le gravissime conseguenze dei lunghi tempi di laurea. Ai tanti possibili diversi livelli, azioni e interventi per contenerli aiuteranno a contrastare la comparativa limitatezza delle nostre lauree, oggi un vincolo cruciale per la crescita della nostra economia.

Pubblicato su Il Corriere della Sera