Francia: dopo l’omicidio di Deranque, LFI e l’antifascismo nel mirino

Popoff Quotidiano - Wednesday, February 18, 2026

Nove arresti nell’inchiesta sulla morte del neofascista. L’aria che tira a Lione. Destra ed estrema destra scatenate

Secondo quanto riferito da Marie Turcan su Mediapart, nell’inchiesta sulla morte del militante neofascista ventitreenne Quentin Deranque sono state arrestate nove persone, tra cui Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault. A questo stadio delle indagini, ha precisato il procuratore di Lione Thierry Dran, non è possibile stabilire «il grado esatto di coinvolgimento» di ciascun fermato nei fatti avvenuti la sera del 12 febbraio.

Poche ore dopo gli arresti, Arnault ha annunciato su X di aver già risolto il contratto del collaboratore: «Spetta ora all’inchiesta determinare le responsabilità». L’indagine aperta dalla procura riguarda diversi capi d’accusa, tra cui omicidio volontario, violenze aggravate e associazione a delinquere, con livelli di gravità differenti. Mediapart aveva rivelato in precedenza la presenza di Favrot sul luogo degli scontri, senza poter stabilire se avesse partecipato direttamente alle violenze; il suo avvocato ha «smentito formalmente» qualsiasi coinvolgimento nella morte di Deranque.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quel pomeriggio a Lione si sono verificati due episodi paralleli. Il primo riguardava un’azione del collettivo identitario femminista Némésis davanti alla sede di Sciences Po contro la visita dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan. Il secondo, a circa quattrocento metri di distanza, ha visto un gruppo di militanti di estrema destra, giunti per garantire la sicurezza dell’iniziativa, scontrarsi con una quindicina di individui ritenuti vicini all’area antifascista.

I video diffusi da alcuni media confermerebbero «scambi reciproci di pugni e calci»: dalle immagini emergerebbe l’uso, da parte degli attivisti di estrema destra, di una stampella metallica, un ombrello e un casco da moto come armi improvvisate, oltre al lancio di un fumogeno e allo spray al gas lacrimogeno. Dopo gli scontri, la maggior parte dei militanti di estrema destra è riuscita a fuggire, ma tre di loro sono stati picchiati; tra questi, Deranque sarebbe stato «gettato a terra e poi picchiato ripetutamente» da almeno «sei individui», riportando ferite alla testa risultate fatali.

Secondo informazioni pubblicate da Le Progrès, sei sospetti — cinque uomini e una donna — sarebbero stati identificati e apparterrebbero alla Jeune Garde, gruppo antifascista cofondato da Raphaël Arnault e sciolto nel giugno 2025 dal Ministero dell’Interno per presunte attività violente o di incitamento alla violenza. Il ricorso presentato contro lo scioglimento è ancora pendente davanti al Consiglio di Stato, ma senza effetto sospensivo.

Ciò significa che, se fosse accertata la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante le violenze che hanno portato alla morte di Quentin Deranque, anche questi potrebbero essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di lega sciolta. Questo reato, previsto dall’articolo L431-15 del Codice penale, punisce con tre anni di reclusione e 45.000 euro di multa il fatto di «partecipare al mantenimento o alla ricostituzione, aperta o dissimulata, di un’associazione o di un gruppo sciolto».

Dopo la morte a Lione del militante neofascista Quentin Deranque, La France insoumise (LFI) e l’area antifascista sono oggetto di una forte campagna politica e mediatica. Nonostante la condanna della violenza da parte del partito, si è diffusa una narrazione di «complicità morale» che ha alimentato intimidazioni e atti vandalici. Lo scrivono Sarah Benhaïda e Mathieu Dejean, su Mediapart che sta trattando senza alcuna reticenza il caso. Popoff ha già tradotto un primo articolo all’indomani del linciaggio del militante di estrema destra in cui si ricostruiva il contesto, l’ambiguità del ruolo della polizia – una delle più violente e abnusanti d’Europa – senza tuttavia fare alcuno sconto nella definizione dei fatti che hanno portato alla morte di Deranque.

A Les Lilas, vicino Parigi, la casa di un candidato LFI è stata imbrattata con la scritta «LFI tue». Il candidato denuncia che la polemica nazionale sta colpendo anche le campagne locali: «Ciò che mi rattrista è che questo evento disastroso distolga l’attenzione dalla campagna locale, progetto contro progetto».

Secondo LFI, dal 13 febbraio almeno dieci sedi o locali del movimento sono stati presi di mira. Nel frattempo, esponenti della destra e dell’estrema destra hanno diffuso messaggi violenti. Il polemista Jean Messiha ha scritto: «Bisogna sterminare gli antifascisti», mentre due candidati LFI hanno ricevuto minacce di morte. Uno di loro denuncia: «Ci stanno mettendo un bersaglio sulla schiena».

La polemica nasce dal presunto legame tra LFI e il gruppo antifascista Jeune Garde: un ex membro dell’organizzazione era presente sul luogo della morte, ma ha negato ogni coinvolgimento e la procura non ha incriminato il gruppo. Nonostante ciò, politici e commentatori parlano di responsabilità morale del partito.

Il capo della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, ha dichiarato che «la radicalità nel discorso può talvolta tradursi in violenza nelle strade», evocando un legame «molto forte» tra LFI e la Jeune Garde. Sui social e nei comizi, lo slogan «LFI uccide» si è diffuso nell’area della destra e dell’estrema destra.

Jean-Luc Mélenchon ha espresso «sconcerto», «empatia» e «compassione per la famiglia», ribadendo: «La morte non ha nulla a che vedere con le nostre pratiche… siamo ostili e contrari alla violenza». Anche il coordinatore Manuel Bompard ha preso le distanze dalle immagini degli scontri: «non ha nulla a che vedere con l’autodifesa popolare e l’ho condannato fin dal primo momento».

Secondo diversi militanti e osservatori, però, l’offensiva politica colpisce l’intero campo antifascista. Simon Duteil parla di «Overton ++», denunciando la capacità dell’estrema destra di imporre la propria lettura dei fatti. Un sindacalista di Solidaires descrive «un clima molto pesante» dopo attacchi alla sede e minacce online.

Attivisti e organizzazioni di sinistra denunciano una strategia di stigmatizzazione simile a quella adottata negli Stati Uniti. Youlie Yamamoto di Attac parla di «sfruttare le fake news… per stigmatizzare un movimento».

Per l’attivista Sarah Durieux, «la sfida più grande è disinnescare l’inquadramento imposto», ricordando che «nessuno dovrebbe morire in questo modo» e che negli ultimi anni diversi attacchi mortali dell’estrema destra non hanno suscitato la stessa reazione politica.

Il sociologo Kevin Vacher descrive «una terribile offensiva e un’ingiunzione a giustificarsi», avvertendo che la sinistra deve «resistere a questo bulldozer… continuando a diffondere un messaggio di pace».

Mediapart ha anche cercato di ricostruire il percorso politico del ragazzo ucciso: secondo l’inchiesta di Alexandre Berteau e Donatien Huet, il ventitreenne Quentin Deranque, presentato dai familiari come «uno studente di matematica… che ha sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», si era in realtà avvicinato negli ultimi mesi a diversi ambienti dell’estrema destra radicale (fonte: Mediapart).

Il giovane, residente a Saint-Cyr-sur-le-Rhône, partecipava come servizio d’ordine all’azione del collettivo identitario Némésis davanti a Sciences Po Lione quando è stato aggredito. In precedenza aveva militato nell’Action française, che ha ricordato come uno che aveva «militato nelle [sue] file», prima di cancellare il riferimento.

Secondo le informazioni raccolte dal giornale, Deranque faceva parte del gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin e nel maggio 2025 aveva partecipato alla parata neonazista del Comité du 9-Mai a Parigi, «inondata di riferimenti al Terzo Reich». Le immagini analizzate da Mediapart mostrerebbero il giovane presente alla manifestazione con il foulard ufficiale, anche se l’avvocato della famiglia ha parlato di «montature che non corrispondono all’identità della vittima».

Il suo percorso politico includeva inoltre la partecipazione ad attività dell’Academia Christiana, ambiente cattolico tradizionalista di estrema destra, e la frequentazione del gruppo nazional-rivoluzionario lionese Audace, erede del Bastion social, organizzazione violenta sciolta nel 2019. Proprio Audace lo ha salutato come «[loro] camerata Quentin, ben noto ai [suoi] militanti».

Alla messa in sua memoria erano presenti diversi esponenti dell’estrema destra locale, mentre uno dei coinquilini che lo ha descritto come «serio e equilibrato» era stato in passato rinviato a giudizio per il coinvolgimento in una spedizione punitiva di militanti del Bastion social.

Nel comunicato diffuso dopo la morte del militante neofascista Quentin Deranque, il NPA (Nouveau Parti anticapitaliste) propone una lettura politica dell’episodio, inserendolo nel contesto della crescita dell’estrema destra e degli scontri con il movimento antifascista a Lione.

Il partito ricorda innanzitutto il percorso del giovane ucciso, passato dall’Action française al gruppuscolo neofascista Allobroges Bourgoin, sottolineando che da anni nella città si assiste all’insediamento di gruppi neonazisti violenti. La sua morte, avvenuta dopo un’aggressione, riporta dunque «alla ribalta la situazione del movimento sociale che si oppone all’estrema destra a Lione».

Il contesto lionese

Secondo il comunicato, i fatti si inseriscono negli scontri avvenuti a margine di un incontro pubblico con l’eurodeputata LFI Rima Hassan, provocato dalla presenza del collettivo identitario Némésis. Il gruppo, afferma il NPA, agisce da anni con azioni provocatorie in diversi contesti.

A Lione, si sostiene, collettivi di sinistra, realtà antirazziste, librerie, iniziative di solidarietà con la Palestina e singole persone vittime di discriminazioni subiscono da tempo aggressioni da parte di gruppi «violenti, razzisti e virilisti». In questo scenario, il movimento sociale avrebbe sviluppato forme di autodifesa, anche perché questi gruppi di estrema destra colpiscono «senza alcuna reazione da parte dello Stato».

«L’estrema destra e il razzismo uccidono»

Il comunicato insiste su una lettura generale del fenomeno: «l’estrema destra e le sue idee uccidono». Viene citato un dato secondo cui, tra il 1986 e il 2021, il 90% dei 53 omicidi di matrice ideologica sarebbe stato commesso da ambienti di estrema destra.

Il testo richiama diversi casi:

  • l’uccisione nel 2022 dell’ex rugbista argentino Federico Martín Aramburú da parte di membri del GUD;
  • quella del militante antifascista Clément Méric nel 2013;
  • e una serie di omicidi a sfondo razzista, tra cui quelli di Ismaël Aali, Djamel Bendjaballah, Rochdi Lakhsassi, Mustafa e Ahmid, Hichem Miraoui e Aboubakar Cissé.

La «demonizzazione» della sinistra

Secondo il NPA, la copertura mediatica della morte di Deranque sarebbe «sproporzionata» e funzionale alla demonizzazione di una sinistra che si oppone all’avanzata dell’estrema destra.

Il comunicato ricorda che, pochi giorni prima, il Ministero dell’Interno aveva classificato LFI come forza di «estrema sinistra», mentre il ministro Gérald Darmanin ha parlato della «milizia di Mélenchon». Per il partito anticapitalista, negli ultimi due anni si è assistito a una «normalizzazione e banalizzazione» delle idee razziste, maschiliste e LGBTQIAfobiche dell’estrema destra, favorita da politiche securitarie e antisociali e dalla repressione dei movimenti sociali sotto i governi Macron.

Appello a un fronte unitario

Il comunicato denuncia inoltre le reazioni successive alla morte del militante: piccoli gruppi fascisti avrebbero invocato vendetta e attaccato sedi politiche, locali sindacali e spazi culturali come la libreria La Plume Noire. Militanti antifascisti, in particolare dell’ex Jeune Garde, sarebbero stati accusati pubblicamente di omicidio, minacciati e colpiti da campagne di doxxing.

Secondo il NPA, i gruppi fascisti «idealizzano e romanticizzano la violenza e la morte», mentre l’antifascismo rappresenterebbe il campo «degli sfruttati e degli oppressi» e lotterebbe per «uguaglianza e giustizia».

Il partito conclude sostenendo che non esistono scorciatoie nella lotta al fascismo e che serve l’unità delle forze politiche e sindacali impegnate nella trasformazione sociale. L’obiettivo indicato è costruire «un fronte unitario di massa» capace di respingere l’estrema destra non solo alle urne, ma anche «nelle strade, nei quartieri, nelle aziende», mantenendo «una linea antifascista unitaria, popolare e di massa» di fronte alla crescita della destra radicale.

Ma la situazione è davvero complicata: se la presenza di ex militanti del gruppo antifascista durante gli scontri che hanno portato alla morte di Quentin Deranque fosse provata, potrebbe influire sul loro ricorso contro il decreto che ne ha decretato lo scioglimento. Questi ultimi potrebbero anche essere oggetto di un procedimento per ricostituzione di un’associazione sciolta. Senza nemmeno attendere gli esiti dell’inchiesta, l’Assemblea Nazionale è teatro di un vero e proprio linciaggio del gruppo di LFI (anche da parte del PS e per scopi molto meno nobili di concorrenza elettorale) e l’antifascismo rischia seriamente di essere criminalizzato.

La vicenda ha delle ricadute italiane sotto forma di sciacallaggio mediatico. In un commento pubblicato su Il Giornale di Francesco Giubilei insinua un collegamento tra la morte del militante neofascista di Lione a una presunta “internazionale dell’odio” dell’antifascismo, arrivando a tirare in ballo Ilaria Salis e Mimmo Lucano, eletti a Bruxelles con AVS, e un’esponente della CGIL colpevoli di aver sottoscritto, assieme ad alcuni nomi di LFI, l’adesione a un meeting antifascista che si terrà in estate in Brasile. A Giubilei non sfugge nulla, eccetto la realtà.

 

 

 

 

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