Scalare montagne radioattive

Popoff Quotidiano - Saturday, February 7, 2026

Quando una sconfitta politica si trasforma in fantascienza al servizio delle lotte che verranno. Due volumi di Domenico Gallo, tra ecosistemi devastati, megalopoli distopiche e guerriglieri marxisti high tech [Luca Cangianti]

La fantascienza postapocalittica e l’ucronia più pessimista ben si adattano a restituirci il sentimento dominante che seguì ai grandi movimenti tra il 1968 e il 1977, quando la speranza di un mondo migliore collassò nella repressione di stato, nelle scariche elettriche sui genitali dei prigionieri politici, nella militarizzazione del conflitto sociale, in fiumi d’eroina ritmicamente pompati nelle vene di ragazze e ragazzi certi, fino al giorno prima, che la rivoluzione stesse dietro l’angolo. Da questo punto di vista, L’ultima cordata e La patria del ribelle, i due volumi di racconti pubblicati da Domenico Gallo per la casa editrice Delos Digital (2025, pp. 184 e pp. 192), costituiscono un ricco giacimento d’immaginario cristallizzato in forma letteraria. Del resto la sintesi tra scienza, narrativa fantastica e militanza politica è inscritta nella biografia dell’autore: fisico, bioingegnere, studioso di teoria della relatività einsteniana, ma anche di Philip Dick, nonché redattore di storiche testate che hanno usato il grimaldello del genere fantastico per criticare lo stato di cose presenti: Un’Ambigua Utopia e Carmilla online.

Il mondo narrativo dei diciotto racconti scritti tra il 1981 e il 2015 è connotato da ecosistemi devastati, società anomiche e megalopoli decadenti attraversate da milizie eredi di antiche ideologie mutanti («Nella casbah di Nishinari, protetti dal degrado e dal continuo espandersi del quartiere, si nascondevano i Chūkaku-ha, guerriglieri marxisti high tech, i gruppi nazi Akao Bin e i situazionisti del Mekanïk Destruktïw Kommandoh che avevano seguito i proclami suicidi del kobaïano Christian Vander»). Il pianeta è flagellato da infezioni, colpi di stato, guerre civili, traffici di stupefacenti letali, di organi, di armi e di bambini. Il capitale ha sussunto qualsiasi aspetto del vivere umano: «Puoi comprare qualunque donna con trentamila nuovi euro, qualunque droga, forse un’intera acid house, puoi trapiantarti nuovi occhi, cambiare casa, vivere sei mesi senza lavorare passando da un’orgia all’altra.» I personaggi sono antieroi delusi, malati, incerti perfino dei propri ricordi che potrebbero esser stati impiantati a colpi di bisturi. In un racconto, forse il più struggente, il Monte Bianco contaminato dalle scorie radioattive diventa una metafora della sconfitta rivoluzionaria, mentre la sua ostinata scalata simbolizza la resistenza. In un altro, al referendum del 1946 ha vinto la monarchia, il fascismo torna come se non se ne fosse mai andato, ma gli anarchici continuano a credere nell’ora x della rivoluzione.

In questo la scrittura di Domenico Gallo ha un’assonanza con quella di un altro scrittore e, non a caso, militante politico degli anni settanta: Valerio Evangelisti. Nei romanzi di questo autore i ribelli combattono, edificano cittadelle provvisorie di libertà, ma, in sprezzo a qualsiasi retorica edificante, sono sempre sconfitti. Ciò nonostante qualcosa della loro battaglia finisce per sopravvivere nelle lotte future. Similmente in Gallo le ferite degli anni settanta si fanno poetica, nella notte più buia, la speranza non si spegne mai del tutto: la «Nuova tirannia globalizzata e feroce», scrive, è «allo stesso tempo, debole e instabile». Continuare a scalare montagne radioattive, ha ancora un senso, «per noi e i nostri figli».

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