“Se si uccide l’istruzione si uccide una nazione”, … come i palestinesi difendono la loro identità nazionale”

Assopace Palestina - Wednesday, January 21, 2026

di Sergio Foschi

CDS Cultura, 19 gennaio 2026.  

Venerdì 16 gennaio u.s. ho partecipato, presso la Factory Grisù, alla presentazione del libro di Roberto Cirelli “Cronache di un paese interrotto”.

Cirelli, professore ferrarese, laureato in traduzione dalle lingue francese e inglese, ha lavorato come manager in una società di navigazione, ha vissuto a Londra e Marsiglia, ha insegnato inglese e italiano per stranieri a Trieste e dal 2017 a 2023 ha lavorato come lettore di lingua italiana per il Ministero degli Affari Esteri presso l’università palestinese di Birzeit a nord di Ramallah, città che rappresenta la capitale de facto dello Stato di Palestina.

Nel libro lo scrittore descrive l’esperienza dei suoi sei anni trascorsi in Palestina attraverso narrazioni nelle quali vede la realtà di un paese “interrotto” dalla feroce occupazione israeliana dove il diritto allo studio, ma non solo quello, è in pericolo.

Nelle oltre 450 pagine l’autore racconta tanto della Palestina e di Israele, del conflitto in atto e degli abitanti di questo territorio sofferente, ma soprattutto fa riferimento al suo rapporto con i giovani palestinesi che ha incontrato nell’Università di Birzeit, della loro difficoltà, se non impossibilità di avere accesso al diritto allo studio in Cisgiordania, tra checkpoint che impediscono di recarsi a lezione e rapimenti di studenti.

Il diritto all’istruzione è uno dei diritti fondamentali negati ai giovani palestinesi, negato attraverso la chiusura delle scuole e delle università e l’imposizione di coprifuoco e di altre restrizioni che limitano di fatto la partecipazione degli studenti alle lezioni.

Israele ha sempre combattuto l’istruzione per i palestinesi allo scopo di impedire il consolidamento della nazione della Palestina, al punto che è famoso il detto “Se si uccide l’istruzione si uccide una nazione”.

L’istruzione è stata sempre vissuta dai palestinesi come un elemento di riscossa e sono tantissime le storie di donne palestinesi nei campi profughi della Giordania e della Palestina stessa che vendevano tutte le loro doti del matrimonio, l’oro che avevano, perché l’importante era fare studiare i loro figli.

L’elemento dell’istruzione è sempre stato fondamentale come riscatto della dignità di un popolo che vuole resistere. Per anni fare studiare i figli è stato il segno della riscossa e del resto i palestinesi hanno avuto il più alto tasso di alfabetizzazione anche rispetto alle nazioni occidentali con laureati medici, maestri, professionisti e costruttori.

Israele ha combattuto ferocemente questa loro volontà, creando tutti gli ostacoli possibili allo sviluppo delle scuole e delle università in Palestina. Israele inoltre boicotta anche gli studenti stranieri che vorrebbero andare in Palestina a studiare con i progetti Erasmus, in quanto non danno il visto di ingresso, mentre per gli studenti che vogliono andare in Israele concedono visti per periodi anche più lunghi di quelli richiesti.

La Palestina pertanto è un paese “interrotto” perché Israele, che lo tiene sotto occupazione, ne impedisce lo sviluppo bloccando l’istruzione. La resistenza, quella non violenta dei palestinesi, parte pertanto dalla lotta per l’istruzione e il crimine in atto in quel martoriato paese parte dal tentativo degli occupanti israeliani di impedire tale crescita.

Una testimonianza dell’occupazione militare israeliana nella Cisgiordania palestinese è fornita peraltro dal documentario premio Oscar “No Other Land”, che invito a vedere su RaiPlay, e che racconta di un’esperienza di attivismo nel villaggio di Masafer Yatta i cui abitanti, giorno dopo giorno, vivono il trauma delle demolizioni forzate e improvvise.

Lo scrittore fa infine una ultima considerazione sulle origini di tale odio senza fine raggiungendo la convinzione che gravi responsabilità siano sulla testa dei leader israeliani.

“Israele ha avuto anche leader pessimi che hanno capitalizzato politicamente, esacerbando, l’odio razziale e religioso. Mi chiedo spesso che posizioni avranno preso sull’aggressione a Gaza, dopo il 7 ottobre, tutti gli israeliani che conobbi nei miei anni a Gerusalemme. Avranno sostenuto il loro Primo Ministro e il suo governo di guerrafondai assettati di sangue palestinese, o avranno cercato di protestare per la pace e per un accordo sugli ostaggi? Non ho avuto il coraggio di chiamare nessuno di loro. Non perché non li pensi. Non perché non soffra anche per loro, che rischiano tra l’altro di morire sotto i missili o in attentati.

Ho semplicemente paura di sentire anche da loro parole di odio, di guerra, di vendetta. E penso che se non si ribelleranno a questo imbarbarimento generale, alla mancanza di empatia per il dolore degli altri, al collasso dell’umanità che si vede a Gaza, anche loro continueranno a vivere, come i palestinesi, in un paese interrotto, nel quale anche la fratellanza del genere umano si è interrotta”.

https://www.cdscultura.com/2026/01/se-si-uccide-listruzione-si-uccide-una-nazione-come-i-palestinesi-difendono-la-loro-identita-nazionale/